24
Lug
2010

Agricoltura ed emissioni: gli effetti positivi dell’intensificazione

Che, in attesa di risposte un po’ più certe (o quantomeno credibili) sulle origini dei cambiamanti climatici, lo sviluppo e il progresso economico siano la più saggia politica climatica e ambientale, come ebbe a dire qualche tempo fa Andrew C. Revkin sul NYT, sembrerebbe cosa più che ragionevole in sé. Oggi uno studio apparso su Proceedings of the National Academy of Sciences of United States of America offre una visione del tutto nuova e controcorrente sullo sviluppo agricolo come fattore determinante per la riduzione dei gas serra. Il titolo dello studio, segnalato da Marco Cattaneo, è Greenhouse gas mitigation by agricultural intensification, ovvero Mitigazione dei gas serra per effetto dell’intensificazione agricola.

L’agricoltura moderna ha già da tempo risposto alle cornacchie malthusiane: tra il 1961 e il 2005, mentre la popolazione mondiale cresceva del 111%, la produzione agricola è aumentata del 162% (sono i primi due grafici della figura qui sotto), mentre gli altri due grafici mostrano come sia stato lo sviluppo tecnologico e la conseguente impennata della produttività (in basso a destra l’incremento nell’uso di fertilizzanti) a incidere su questo incremento molto più dell’aumento delle terre coltivate (in basso a sinistra). Intensification, prima di tutto, molto più che extensification.

Lo studio però va oltre, immaginando due scenari ipotetici e confrontandoli con la realtà. Il primo scenario ipotizza che la popolazione mondiale e l’economia globale si siano evolute come nel mondo reale, ma che la tecnologia e la pratica agricola siano rimaste ferme al livello del 1961. Uno scenario pazzesco dal punto di vista scientifico, ma che paradossalmente sembra essere il punto di arrivo delle più diffuse e popolari policies agroambientali, quantomeno in Europa. Il secondo scenario, al contrario, immagina che la tecnologia agricola sia sì in evoluzione,  ma solo in misura sufficiente a conservare il tenore di vita del 1961.

Utilizzando i principali fattori di emissione di gas serra che derivano dalle attività agricole (emissioni del suolo, uso dei fertilizzanti, coltivazione del riso e conversione dei terreni, risulta che entrambi gli scenari sarebbero stati devastanti, proprio perché in entrambi vi sarebbe stato un aumento dell’extensification rispetto all’intensification (nel primo scenario, per soddisfare le esigenze della popolazione mondiale del 2005, un’agricoltura ferma al 1961 avrebbe dovuto rendere coltivabile, essenzialmente attraverso la deforestazione, una superficie superiore a quella della Russia). Lo si può vedere da questa figura, dove il primo grafico rappresenta l’evoluzione reale delle emissioni derivanti dalle attività agricole, gli altri due rappresentano i due scenari ipotetici appena descritti.

Per concludere, lo studio afferma che, nonostante le emisioni dovute, per fare un esempio, all’uso di fertilizzanti siano aumentate, l’effetto netto di rese agricole più alte è stato un risparmio, nei 45 anni valutati, di 590 miliardi di tonnellate di CO2, e che ogni dollaro investito nell’aumento della produttività agricola renda un risparmio di 249 chilogrammi di CO2.

Nel paese (e nel continente) dei disincentivi alla produzione, del rifiuto delle biotecnologie, del basso impatto, della decrescita più o meno felice, dei chilometri zero e dell’agricoltura paesaggistica, uno studio del genere dovrebbe essere quantomeno preso in considerazione. Dubito fortemente che lo sarà.

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20 Responses

  1. dario

    L’argomento è indubbiamente interessante e meriterebbe analisi approfondite.
    Tuttavia l’osservazione ordinaria ci mostra come il sempre più assiduo utilizzo dei fertilizzanti e di altro, abbia portato ad un impoverimento del suolo che sempre più difficilmente diviene, contrastabile con la tecnica della rotazione delle coltivazione.
    Dovremmo forse iniziare a pensare che ci troviamo di fronte a delle risorse limitate.
    Di fronte a delle risorse limitate, il buon senso porta a pensare, che in presenza di squilibri alimentari, sanitariamente devastanti per la popolazione, non si dovrebbe continuare nella iperproduzione, spesso e per sole ragioni economiche oggetto di parziale distruzione, ma ad un suo conseguente riequilibrio.
    Andare verso la produzione basante sulle manipolazioni genetiche in uno scenario squilibrato significa portarsi dietro tutte le diseconomie di produzione e utilizzo che attualmente sono presenti.
    Il motivo di tutta questa fretta non sta tanto nella necessità di soddisfare le nuove esigenze alimentari della popolazione, altrimenti le morti per sottonutrizione nei paesi poveri non esisterebbero da decenni, quanto nella scoperta di nuovi e importanti business, delle multinazionali chimiche, che diverrebbero, passatemi la forzatura, sempre più “agricoltori”.
    Chi potrebbe procedere alla produzione agricola, in una spirale ormai iniziata da anni, senza un intervento sempre più massiccio di questi nuovi prodotti o metodiche?
    Indubbio che per migliorare la pressione sulle risorse naturali, si deve incidere sulla produzione, ma anche sull’alimentazione.
    L’alimentazione infatti, economicamente spendibile, viene usata sempre più come cinghia di trasmissione di una iperproduzione.
    Il risultato è quello sotto gli occhi di tutti, vere e proprie emergenze sanitarie e conseguenti costi sociali, nei paesi ricchi a causa di una iper e errata alimentazione spinta, sollecitata dal settore alimentare e agricolo.
    Pertanto parlare di emergenze di produzioni alimentari in presenza di un mercato squilibrato, con sprechi, con distruzioni di prodotti, con iperalimentazione di parte della popolazione e ipo, se non assenza di cibo, per l’altra, fa sorgere qualche perplessità, almeno nella misura con cui la problematica è posta.
    Certo è che se poi le tesi “biologiche” e volte alla conservazione delle limitate risorse naturali vengono espresse in villoni energivori da chi mostra evidenti segni di sovrappeso da ipernutrizione e per giunta viene insignito del premio Nobel…..scusate vorrei sapere quando parte il primo volo per Marte. Grazie

  2. ezio

    @ Dario
    Concordo in tutto con lei e le faccio i miei complimenti. Mi rammarico però, perchè questi fiori avrebbe potuto piantarli in migliore terra(E L Masters). Su questo blog ho potuto constatare che la maggior parte dei partecipanti è dotata di ampi paraocchi.
    Un saluto a tutti, liberi anche di non accettarlo.
    Ezio

  3. Giordano Masini

    In realtà è attraverso lo sviluppo dell’agricoltura intensiva, quella cioè che cerca di massimizzare i profitti, che siamo arrivati a una gestione più oculata delle risorse idriche, attraverso, ad esempio, l’irrigazione a goccia. Oggi si produce di più consumando meno acqua, semplicemente perché l’acqua costa (soprattutto per il gasolio o l’elettricità destinati al suo pompaggio quando si irriga per aspersione). Allo stesso modo la ricerca di risparmi consistenti ha consentito l’introduzione di tecniche di lavorazione del suolo a minore impatto, come la lavorazione minima o la “non lavorazione” (no-till) che riducono significativamente l’erosione e che sono possibili solo attraverso l’uso di diserbanti e spesso di Ogm resistenti agli erbicidi (l’aratura è una pratica “naturale” di controllo delle malerbe che però contribuisce significativamente all’erosione – quando ho convertito la mia azienda agricola al biologico non ho potuto più fare a meno dell’aratura profonda).
    Quanto ai fertilizzanti chimici, ho assistito all’impoverimento della materia organica dei terreni conseguente a un uso smodato di questi concimi, ma allo stesso modo sto assistendo al ritorno all’uso dei fertilizzanti organici proprio perché i terreni erano divenuti poco produttivi.
    Questi processi però si scontrano, dalle nostre parti, con politiche agricole che disincentivano la ricerca del profitto. Se vivo di sussidi coltiverò come ho sempre fatto, non investirò in macchinari per l’irrigazione a goccia o per la distribuzione di fertilizzanti organici, dato che il sussidio compensa il mio reddito inferiore, e non sostituirò l’aratura con la ripuntatura, dato che avrei bisogno di macchinari di potenza superiore e attrezzature apposite.

  4. dario

    @Giordano Masini
    …..Oppure mi legherò ancor di più mani e piedi alle aziende chimiche che minimizzando gli effetti negativi degli Ogm e dei fertilizzanti mi consentiranno di avere, nel breve più profitti.
    Ma di lì a poco mi accorgerò di essere invece diventato uno stipendiato perchè così facendo il produttore perde la proprietà:
    1. del suolo
    2. dei semi
    3. delle piante
    4. dei frutti
    Guardi quello che è successo con le botti di barrique, dove c’è un rincorrere alla sostituzione con legami sempre più stretti, per qualcuno, con il produttore.
    L’attenzione di dettaglio che lei mette sulla sua attività è diversa sia per dimensione aziendale a parità di campo produttivo, che a diversità di settore, soprattutto se questo è quello chimico.
    Visto che dice di aver convertito la sua azienda al biologico, anche se poi parla di ogm ed erbicidi (sic), mi consenta di proporle dei minimi suggerimenti:
    1. irrigazione con acqua piovana raccolta in serbatoio di dimensioni variabili secondo la piovosità media del luogo e la superficia di raccolta (tetto).
    mediante le grondaie del tetto si collega il serbatoio e dall’altro al terreno.
    Questa tecnica può integrare marginalmente l’uso dell’irrigazione a pioggia (inventata dagli israeliani negli anni ’70) che però richiede acqua a pressione;
    2.la pacciamatura cioè la copertura con scarti vegetali (fieno, foglie, cortecce di legno,cippato, cascami di lana, scarti di legno etc) che limita la crescita delle erbe spontanee evitando l’illuminazione solare.
    Per quanto riguarda la necessità di arature più profonde ritengo che questo sia lo strascico di eccessivo sfruttamento pregresso ancora da colmare, in quanto non mi risulta che la coltivazione biologica, proprio perchè tale, necessiti di ciò, rimanendo sufficiente la normale rotazione.
    La morale è che la massimizzazione del profitto rimane un valore quando si salvaguarda il cespite che lo consente, altrimenti, come per un industriale manifatturiero che manda ndo a mille la catena di montaggio distrugge i suoi macchinari, si chiude.
    Tuttavia tutte queste sono altre cose rispetto alle distorsioni globali di cui si parlava che sono, invece, figlie proprio di quella massimizzazione del profitto che a dispetto di tutto e di tutti qualcuno vuole ottenere

  5. Giordano Masini

    @Dario
    Non vorrei che questa diventasse una discussione sulla tecnica agraria, cosa che potrebbe annoiare i lettori, però ci sono alcune imprecisioni che andrebbero corrette, anche perché sono le stesse che leggo spesso su riviste e webmagazine ambientalisti che parlano spesso della loro idea di agricoltura ma che hanno, evidentemente, poca dimestichezza con l’agricoltura reale.

    In primo luogo, una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana può servire al massimo a un piccolo vivaista. Le esigenze di una piccola azienda agricola come la mia (circa 60 ettari) sono ben altre (ho una cisterna di 50 mc ed è in grado di fornire acqua per l’irrigazione del giardino di casa per una settimana, dopodiché la devo riempire di nuovo con l’acqua dell’acquedotto.

    Anche la pacciamatura con scarti vegetali è una pratica adatta al giardinaggio e al vivaismo, dove infatti viene molto usata. In agricoltura in campo aperto è semplicemente improponibile, per ovvie ragioni di costo e di reperimento della materia prima (dove lo trovo il materiale per pacciamare, che ne so, 20 ettari di mais? E chi me lo viene a distribuire sul terreno?), tanto che anche in orticoltura, dove la pacciamatura viene largamente praticata, invece degli scarti vegetali si usano film plastici.

    La rotazione colturale aiuta solo a conservare la fertilità del terreno, soprattutto in assenza di fertilizzanti chimici, ma con la protezione dalle infestanti non c’entra nulla. L’aratura profonda è l’unico sistema efficace di prevenzione delle erbe infestanti in agricoltura biologica, dato che permette di interrare i malsemi a una profondità sufficiente da impedirne la germinazione.

    Non sono le aziende chimiche a “minimizzare” gli effetti degli Ogm. Anzi, una delle ragioni per cui in Europa gli Ogm incontrano così tanti ostacoli è proprio l’ostilità delle grandi aziende chimiche, prevalentemente europee, che non producono Ogm o lo fanno relativamente da poco, come Bayer, ma che continuano ad avere nella produzione di diserbanti e insetticidi la loro fonte di guadagno prevalente. L’introduzione degli Ogm, consentendo di usare meno fitofarmaci, metterebbe queste aziende in difficoltà.

    L’esempio dell’industriale manufatturiero che manda a mille la catena di montaggio mi sembra invece pertinente. Se un agricoltore userà a sproposito, per massimizzare i profitti nel breve termine, gli strumenti che la tecnologia gli mette a disposizione, dovrà a un certo punto, a sue spese, prendere le necessarie contromisure, proprio come quell’industriale che dovrà riparare o sostituire gli impianti. Mi sembra un esempio calzante proprio perché dimostra che il problema non sono le tecnologie, ma l’uso che ognuno di noi, in libertà e a sue spese, ne fa.

    Non riesco invece a capire cosa significhi perdere la proprietà di semi, suolo, piante e frutti. E’ un argomento che sento spesso usare negli ambienti più ideologicamente ostili non tanto alle biotecnologie, quanto al libero mercato, ma finora, sinceramente, non sono ancora riuscito a capire cosa voglia dire.

    Per concludere vorrei specificare che la mia azienda è biologica per due ragioni: la prima è che mi ero stufato di respirare diserbanti (potrei distribuirne molti di meno se mi fosse consentito di usare gli Ogm, ma evidentemente dalle nostre parti i fitofarmaci sono più popolari); la seconda è che oggi un agricoltore non opera più nel mercato dei prodotti agricoli, ma in quello dei sussidi e degli contributi. Quando l’ho capito mi sono adeguato, ma ho avuto modo di dire in altre occasioni quel che penso di tutta questa situazione.

  6. dario

    @Giordano Masini
    Gentile Sig. Giordano, lungi da me l’idea che questo breve scambio di idee sia una di quelle sterili pantomime da piccole barricate ideologiche.
    Lo spirito con cui mi capita di intervenire nasce da una semplice considerazione e cioè che ascoltare (leggere) aiuta a parlare (scrivere).
    Pur tuttavia mi consenta di fare ancora alcune precisazioni che potrebbero chiarire meglio le mie precedenti sintetiche considerazioni e perchè no ampliare il discorso e l’interesse degli altri lettori.
    Concordo con lei che la raccolta dell’acqua piovana possa essere un aiuto marginale all’irrigazione a pioggia con acqua che proviene dall’acquedotto o da pozzo (e infatti citavo l’uso marginale) ma qualcosa pur sempre fa.
    Concordo ancora con lei che la pacciamatura possa essere fatta anche con film plastici e anche con scarti della lavorazione del legno (tant’è vero che ho messo un etc) e che in campo libero, invece, una appropriata rotazione (per es. esennale), qui la penso un po’diversamente, abbia un buon successo perché si basa sul principio dell’introduzione di specie vegetali che contrastano altre specie biologiche indesiderate .
    La definizione, invece, da me usata di industrie chimiche come coloro che propongo gli Ogm non è propriamente corretta, ma, come lei sicuramente sa, risente un po’ della storia della Monsanto che oggi viene individuata, nella opinione generale, come il prototipo di industria di biotecnologie ma che nasce ed è rimasta per molto tempo, la principale produttrice di pesticidi e erbicidi (come il 245T, il Roundup, l’agente orange anche se per scopi bellici etc).
    Inoltre per quanto concerne che cosa significhi perdere la proprietà….voglio dire quanto da tanti viene indicato e cioè la presenza anche di clausole contrattuali che vincolano al riacquisto annuale dalle multinazionali di questi semi brevettati.
    Si veda il caso eclatante dell’Argentina dove la ormai monocultura della soia transgenica ha ridotto i coltivatori a lavorare per la Monsanto, sottopagati, e occupati un solo mese all’anno.
    Questi agricoltori, infatti, hanno perso l’autonomia nelle scelte di coltivazione non avendo più in proprio le sementi, essendo solo costretti nell’opzione offerta dalle selezioni biotech e nella difficoltà, qualora in posseso di altri tipi no OGM, di metterne a coltura in terreni così fortemente “trattati”.
    Si parli dei problemi di contaminazione con la possibile formazione di ibridi sterili, di mais con bt che uccidono anche insetti utili (api), delle sementi resistenti agli erbicidi, all’inevitabile impoverimento della biodiversità, etc. etc.
    Si parli degli ultimi studi sulla nocività delle coltivazioni OGM per la salute degli animali(studio in ultimo, condotto in collaborazione tra l’Istituto di Ecologia e di Evoluzione dell’Accademia Russa delle Scienze e dall’Associazione Nazionale per la Sicurezza Genetica; studio del 2008 del governo Austriaco che mostrava come gli animali alimentati con mangime OGM divenissero sterili, lo stesso rapporto confidenziale della Monsanto che una corte tedesca ha imposto di rendere pubblico sugli effetti negativi del mais OGM MON863 etc. etc. ) che portano fondati sospetti che, questi danni alla salute, possano riguardare a lungo termine anche l’uomo .
    Ritornando poi al cuore del sua articolo, cito come fonte la Coldiretti che indica come nel 2009 la crescita degli affamati nel mondo è stata del 9% (1,02 miliardi secondo la FAO), nonostante l’aumento del 7% delle coltivazioni OGM (125 milioni di ettari in 25 paesi nel mondo.
    Il record di persone che soffrono la fame è stato raggiunto proprio nell’anno in cui si è avuto un forte aumento delle coltivazioni OGM nei paesi in via di sviluppo dove la crescita è stata superiore alla media mondiale (+13%) e dove oggi si trovano quasi la metà (46%)dei terreni biotech al mondo. Il pressing delle multinazionali che è fallito in Europa dove le semine sono calate (-12%) ha avuto invece successo nei paesi meno sviluppati dove però non ha risolto il problema della fame, ma solo accresciuto la dipendenza economica di quei già sfortunati paesi dall’estero.
    Pertanto e concludo che penso sia veramente difficile applicare ritmi, processi e metodiche produttive talmente diverse, da quelli naturali in presenza poi e soprattutto di molti studi scientifici che dovrebbero improtare i nostri comportamenti al principio di precauzione così come enunciato dalla Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite del 1992 recepito poi dall’Unione Europea 93/626/CEE, ripreso quindi dal Trattato di Maastricht e sancito infine dalla Costituzione Europea art III-233.

  7. Giordano Masini

    @ Dario
    Premesso che non esiste al mondo un solo studio scientifico che dimostri che gli Ogm sono dannosi per la salute umana e per l’ambiente (e per studio scientifico intendo uno studio pubblicato su una rivista scientifica autorevole e, soprattutto, riproducibile e verificabile), cosa ci sarebbe di “naturale” nelle metodiche agricole convenzionali? Nessuna delle varietà che coltiviamo esiste in natura, e non esisterebbero senza l’intervento dell’uomo, che ne ha modificato il patrimonio genetico attraverso tecniche diverse da quelle del DNA ricombinante, dalla preistoria fino all’irraggiamento con radiazioni, come per il grano duro Creso (il più diffuso in Italia), l’uva senza semi e il pompelmo rosa.

  8. @dario
    Caro Dario, mi pare tu abbia le idee molto confuse sia sull’agricoltura (che è diversa dal giardinaggio) sia sull’innovazione agricola (di cui gli ogm sono solo l’ultimo tassello e non cambiano di molto lo scenario attuale se non da un punto di vista ideologico). Per non parlare di come citi, a sproposito, il principio di precauzione.

    Rispondere a tutto ciò che, perdonami, malamente affermi è impossibile, ma 2-3 punti meritano una nota:

    Il blocco degli OGM in Europa non ha nulla a che vedere nè con la scienza nè con il principio di precauzione, ma solo con la politica. Tutti i “presunti” studi sulla pericolosità degli OGM, che paraltro non citi (come dimentichi di citare tutti quelli che li smentiscono), non sono poi così “tutti” e anzi a una analisi scientifica si sono rivelati spazzatura scientifica.
    http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/2009/03/i-panni-sporchi-si-lavano-caso.html
    Per una corretta interpretazione del PdP leggiti la sua definizione europea:
    http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2000:0001:FIN:it:PDF

    E non tirare fuori pistolate come quelle delle api (dove è stato pubblicato? Ti sei letto li studio? E perchè le api muoiono anche in Italia che gli ogm non si coltivano? Io l’ho fatto e se vuoi ti spiego come stanno le cose…)
    http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/2008/11/rosso-malpelo-vs-ibridi.html

    o dei topi finti della Ermakova (hai letto il paper di Marshall su Nature Biotech?)
    http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/2007/10/per-un-ratto-pi-pericoloso-vivere-mosca.html
    http://www.nature.com/nbt/journal/v25/n9/full/nbt0907-981.html?lang=ja

    o delle bufale sulla biodiversità
    http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/2009/02/le-figlie-di-madama-dore.html
    http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/2009/05/ogm-e-biodiversita-hippo-pippo-dilemma.html

    o sullo studio dei topi sterili austriaci (sì, quello ritirato dall’Austra perchè non sapeva giustificare la statistica, facendo il pari con gli pseudo studi di Seralini).
    http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/2010/03/im-potenti-ma-qualcuno-si-fida-ancora.html
    http://biotecnologiebastabugie.blogspot.com/2010/02/seralini-colpisce-ancora-e-si-fa-molto.html

    Insomma, prima di parlare di cose che non conosci, forse è meglio tacere… o informarsi. Spero di averti dato abbastanza pane per comprendere che i tuoi attuali spacciatori di informazioni sugli OGM sono quantomeno ignoranti e superficiali. Ti prego di farne tesoro per il futuro. Servirà ad evitare ulteriori figuracce.

    BBB!

  9. dario

    @Giordano Masini
    …. ma nemmeno che siano innocui (se non vogliamo parlare del rapporto riservato della Monsanto) è per questo che sono per il principio di prudenza.
    Per quanto concerne quanto ci sia di “naturale” già nelle odierne metodiche, è per questo che sono per l’agricoltura biologica, meglio se biodinamica.
    Perchè non approfondire lo studio e non applicare qualcosa a noi più consono e vicino senza facili pratiche liquidatorie in modo da avere un ventaglio di opzioni possibili?
    Un cordiale saluto

  10. @dario
    -in attesa che pubblichino il commento con i link-

    Caro Dario, mi pare tu abbia le idee molto confuse sia sull’agricoltura (che è diversa dal giardinaggio) sia sull’innovazione agricola (di cui gli ogm sono solo l’ultimo tassello e non cambiano di molto lo scenario attuale se non da un punto di vista ideologico). Per non parlare di come citi, a sproposito, il principio di precauzione.

    Rispondere a tutto ciò che, perdonami, malamente affermi è impossibile, ma 2-3 punti meritano una nota:

    Il blocco degli OGM in Europa non ha nulla a che vedere nè con la scienza nè con il principio di precauzione, ma solo con la politica. Tutti i “presunti” studi sulla pericolosità degli OGM, che paraltro non citi (come dimentichi di citare tutti quelli che li smentiscono), non sono poi così “tutti” e anzi a una analisi scientifica si sono rivelati spazzatura scientifica.
    Per una corretta interpretazione del PdP leggiti la sua definizione europea del 2000.

    E non tirare fuori pistolate come quelle delle api (dove è stato pubblicato? Ti sei letto li studio? E perchè le api muoiono anche in Italia che gli ogm non si coltivano? Io l’ho fatto e se vuoi ti spiego come stanno le cose…)

    o dei topi finti della Ermakova (hai letto il paper di Marshall su Nature Biotech?)

    o delle bufale sulla biodiversità

    o sullo studio dei topi sterili austriaci (sì, quello ritirato dall’Austra perchè non sapeva giustificare la statistica, facendo il pari con gli pseudo studi di Seralini).

    Insomma, prima di parlare di cose che non conosci, forse è meglio tacere… o informarsi. Spero di averti dato abbastanza pane per comprendere che i tuoi attuali spacciatori di informazioni sugli OGM sono quantomeno ignoranti e superficiali. Ti prego di farne tesoro per il futuro. Servirà ad evitare ulteriori figuracce.

    BBB!

  11. bob

    Sterili pantomime? Vuol dire che non potrà più piantarle il prossimo anno?
    E le ideologiche barricate? Hanno un sapore più buono di quelle in botti di rovere?
    Mi scuso per le ridicolaggini, ma non le ho dette io per primo. 🙂

  12. dario

    e’ arrivato il 7° cavalleggeri.
    Biotecnologie:Basta bugie – Movimento autonomo, apolitico (e forse anche un po’ apodittico) di studenti, laureati e ricercatori in biotecnologie. Perchè chi ne sa, di OGM e dintorni, è giusto che ne parli… (aggiungo io) gli altri per cortesia non disturbino.
    Avete capito????

  13. Giordano Masini

    Anche io, Dario, eviterei le dispute ideologiche (anche se questo non è un blog scientifico e inevitabilmente si può finire a difendere le proprie convinzioni, anche con passione). Se però vogliamo evitare di finire nell’ideologia, suggerirei un metodo: evitare di pretendere di imporre le proprie scelte di principio agli altri.

    Questo vuol dire che se a qualcuno piace l’agricoltura biologica è libero di farla, senza che questo debba significare imporla a tutti gli agricoltori, o far pesare le proprie convinzioni sulle spalle dei contribuenti: io in questo momento ho un azienda agricola biologica, e posso permettermi questo lusso caricando sui contribuenti europei una parte del mio reddito. Allo stesso modo, però, dovrebbe essere garantita la stessa libertà di avvalersi delle biotecnologie, e qui sta il problema. Oggi questa libertà non esiste, e in Italia, caso pressocché unico al mondo, è vietata anche la ricerca sugli Ogm, in barba a ogni fantomatico principio di precauzione: se non posso sperimentare, come posso dare risposte?

    Tra l’altro, è opportuno ricordare che nesuna varietà convenzionale (includo in questa definizione anche quelle usate in agricoltura biologica – le varietà sono le stesse) è mai stata sottoposta ai controlli ai quali sono sottoposti gli Ogm prima di venire ammessi sul mercato. Quindi noi sappiamo con certezza che un Ogm non è dannoso per la salute, per esempio che non è allergenico, dato che è uno dei requisiti richiesti, ma non possiamo dire lo stesso delle varietà convenzionali, per le quali nessun principio di precauzione viene invocato. Paradossalmente ci sono casi, un esempio mi pare che sia il kiwi, ma forse sbaglio, in cui l’Ogm messo in commercio non è allergenico, e non potrebbe essere altrimenti, mentre le varietà convenzionali lo sono.

    Dire “sono per l’agricoltura biologica, meglio se biodinamica” lasciando intendere (forse interpreto male, ma suona così) che quello è il modello giusto verso il quale dovrebbe orientarsi l’intera filiera agroalimentare italiana, europea o mondiale, sposta automaticamente la disputa dal piano scientifico a quello delle idee. Perché a questo punto la domanda che inevitabilmente ne consegue è: a spese di chi? Dato che solo un aumento delle rese può essere in grado di venire incontro al fabbisogno alimentare dell’umanità, chi dovrebbe rimanere a becco asciutto?

  14. @dario
    Esatto, siamo il 7° cavalleggeri. E si, siamo il 7° perchè sappiamo di che si parla, come crediamo tu abbia avuto modo di constatare.

    Detto ciò nessuno vuole mettere in discussione il tuo diritto di dire la tua. Si vuole mettere in discussione semmai una certa sicumera tipica di chi parla di cose che non conosce. Sicumera e atteggiamento che, come faceva notare anche Giordano, stiamo pagando molto caro.

    Se tu avessi scritto chessò: “poi ho letto che, ho sentito che, mi dicono che gli OGM sono un disastro” noi ti avremmo offerto e ci saremmo confrontati sulle stesse informazioni che ti abbiamo offerto, ma magari con toni diversi.

    Si può credere e sostenere di tutto, ma bisognerebbe almeno possedere l’onestà intellettuale di non cercare di ammantare le proprie idee con una competenza che non si possiede. E no, leggere qualche blog ambientalista non basta per diventare degli esperti.

    PS. Ci piacerebbe avere qualche feedback su quanto ti sei letto. Ciao

  15. dario

    Gentile Masini, mi risulta strano che abbia voluto pretendere di imporre le mie idee esprimendole con il punto interrogativo (mah?).
    Ribadisco, infine, un concetto molto semplice, le garbate modalità espressive e le autocelebrazioni da qualcun’altro espresse fanno venir meno, per quanto mi riguarda, ogni interesse a continuare il discorso.
    Spazi di discussione, se sono tali, dovrebbero essere preservati.
    Grazie

  16. Giordano Masini

    Dario, ogni spazio di discussione viene preservato fino a quando si garantisce ad ognuno l’accesso, a prescindere dalle modalità, fino a che non sono palesemente offensive o insultanti, con cui ciascuno esprime le proprie idee e porta i propri argomenti. Mi sembra che i post a cui lei fa riferimento al di là del tono che le può essere risultato sgradevole, portassero per l’appunto argomenti, e molti, alla discussione.

    Non ho voluto accusarla di voler imporre le sue idee in questa discussione, e mi scuso se ho dato questa impressione. Ciò che volevo dire è che a mio avviso voler stabilire dall’alto ciò che è giusto e ciò che è sbagliato coltivare è un atteggamento illiberale, mortificante per la libertà di impresa e di cui l’agricoltura italiana ed europea sta pagando un caro prezzo. Non ho ovviamente individuato lei come responsabile di questa mentalità, che al momento invece è largamente accettata, casomai le ho rimproverato (mi si passi il termine) di condividerla.

    Spero in ogni caso che continuerà a seguire questo blog e a partecipare alle discussioni, spesso accese, che vi potrà trovare.

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