Più privati e meno Stato nella cultura: 4 proposte

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (7 voti, media: 5,00 su 5)
Loading...

Ieri, all’Assemblea di Civita, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ha lanciato quattro proposte in materia di tutela, valorizzazione  e messa a reddito del patrimonio culturale, artistico e museale del nostro Paese. Poiché ho collaborato alla loro individuazione le rilancio qui, per consentire a tutti di riflettere su come debba prender forza una linea alternativa, rispetto alle giaculatorie degli statalisti-conservatori che, ogni volta si tenti di aprire al privato, invocano il classico argomento alla Stefano Settis “giù le mani dei profittatori dal Colosseo”. Parto da un’osservazione preliminare. Per favore, mettiamoci tutti alle spalle le polemiche su quanto poco spendono le pubbliche amministrazioni, Stato e Autonomie, per tutela e valorizzazione del patrimonio culturale italiano. Evitiamo tutti di unirci al grande coro che si leva dalla società italiana, che anche quando inizia a riconoscere la necessità di ridurre energicamente il deficit e il debito pubblico del nostro Paese nel nuovo mondo consegnatoci in questi tre anni dalla crisi mondiale, subito aggiunge però che i tagli devono riguardare gli altri. Non è un bel Paese, quello in cui scioperano magistrati, medici e professori universitari contro le misure che li riguardano. Che cosa dovrebbero fare allora le imprese che continuano a  pagare aggravi aggiuntivi nelle 4 Regioni commissariate per la sanità, e nelle 8 sottoposte a programmi coatti di rientro del deficit? Che cosa dovrebbero fare i dipendenti del settore privato, che hanno un incremento del reddito disponibile dello zerovirgola da anni?

Serve più serietà nel settore pubblico, a tutti i livelli.

Se nel 2009 lo Stato ha stanziato per la cultura lo 0,23% del Pil che quest’anno diventerà lo 0,21%, a fronte di un media europea tra 0,3 e 0,4%, i Comuni, le Province e le Regioni italiane impegnano rispettivamente il 3%, il 2,1% e lo 0,6% dei propri bilanci a questo fine. Insomma, di soldi pubblici ancora ve ne sono, seppur tra mille rivoli. Ma il problema è che per ben oltre l’80% vanno in retribuzioni del personale e spese di gestione amministrativa.  Dunque, vengono spesi male.

In più, spesso non vengono spesi affatto, per incapacità e ritardi.

Il 22° Rapporto Eurispes ha dedicato un intero capitolo al tema. Il titolo vale più di mille spiegazioni: “Beni culturali: i soldi nel cassetto ovvero come non si spendono le risorse disponibili”. Alla fine del 2009, per esempio, la differenza fra entrate e uscite dava un attivo di 25,2 milioni di euro alla Soprintendenza architettonica di Pompei, e di 3,6 milioni al Polo Museale Napoletano. E in tutti e due i casi si tratta di istituti dotati di autonomia speciale, in grado cioè di avere rispetto al resto dell’organizzazione centrale e territoriale del MIBAC una maggiore elasticità e dinamicità nella spesa.

Più che reclamare nuovi stanziamenti, si dovrebbe allora pensare a come gestire nel miglior modo possibile l’esistente. L’Italia ha un patrimonio artistico e culturale particolarmente ingente. Il legislatore, poi, ha dato un’accezione molto ampia di “bene culturale”, e dunque siamo caratterizzati da un regime molto penetrante di tutele. Ci ritroviamo quindi a tutelare oltre 400mila immobili storici, i centri storici del 78% delle città italiane, il più diffuso sul territorio patrimonio di centinaia di musei statali e locali, opere d’arte, vestigia e parchi archeologici. Se a questo aggiungiamo anche tutta la tradizione italiana legata allo spettacolo dal vivo dall’opera lirica al teatro di prosa al cinema, non basterebbe nemmeno una pressione fiscale moltiplicata per due a conservare e a valorizzare con soli soldi pubblici tutto questo patrimonio. Ed è per me incomprensibile come non lo si capisca, e come ogni teatro  a cominciare dalla Scala veda le maestranze continuare a devastare i calendari delle rappresentazioni, invocando più denari pubblici ma in realtà arrecando gravissimi danni ai cittadini che hanno prenotato e pagato il biglietto, al turismo e all’immagine del Paese.

Il contributo dei privati è dunque indispensabile. Ne serve di più, bisogna lavorare per accrescerlo. Mettendo da parte e superando le molte resistenze che vengono ancora dal mondo accademico, e dalle sovrintendenze territoriali in cui si articola il MIBAC. Penso per esempio a quante polemiche ha scatenato e continua ad alimentare l’introduzione, un anno fa, presso il Ministero dei Beni Culturali e Ambientali della nuova Direzione generale per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale, affidata a Mario Resca proprio per la sua precedente esperienza di manager privato. Oppure alle polemiche che seguirono l’insediamento del professor Andrea Carandini alla presidenza del Consiglio superiore dei Beni Culturali, quando affermò, lui che è insigne tra gli archeologi della Roma Antica, che “anche agli scavi c’è un limite, se poi non sappiamo mettere a reddito il patrimonio”. Aveva ragione. Sono polemiche datate, che ci fanno toccare con mano quanto l’impresa e il capitale privati siano ancora “sospetti”, agli occhi di chi preferisce magari che le opere restino chiuse nei depositi di musei magri di risorse, invece che rese fruibibili al pubblico grazie alle risorse dei privati.

Basti pensare invece al bilancio positivo delle poche esperienze pilota che sono state realizzate coinvolgendo nella gestione a pari titolo privati e fondazioni bancarie. Come  il Museo Egizio di Torino, che dal 2004 ha riunito in fondazione un gruppo di soggetti pubblici e privati a cui è stata conferita dal Ministero la gestione dell’intero museo. Esperienze come questa devono essere replicate su tutto il territorio nazionale. Ed è la stessa esperienza che ci viene da tutta Europa. La realtà italiana mostra che il coinvolgimento dei privati è stato invece troppo timido, e perciò inefficace. Per esempio la trasformazione degli enti lirico-sinfonici in fondazioni di diritto privato non ha garantito l’afflusso di risorse aggiuntive, da assommarsi a quelle stanziate dallo Stato. Come si vede dalle proteste in corso, per la nuova riforma avviata dal ministro Bondi.

Oltreoceano, il National Endowment for the Arts agisce stilando la lista delle istituzioni potenzialmente soggette a sovvenzioni, lasciando a loro carico la ricerca di un sostegno privato di un ammontare almeno equivalente, senza il quale la somma pubblica non può essere versata. Tale sistema consente di stimolare il sostegno privato attraverso quello pubblico, evitando che esso vi si sostituisca. Mi pare un ottimo modello da seguire.

Di qui la prima proposta: le risorse pubbliche non vanno più date a pioggia alle centinaia di soggetti pubblici protagonisti dell’offerta culturale inefficiente. Bisogna spostare l’allocazione delle risorse spostandole su criteri che tengano conto della domanda, e premino la migliore offerta. Vanno in questa direzione i meccanismi di matching grants, quando il contributo pubblico affianca quello privato al solo patto di averlo saputo reperire in maniera a esso equivalente. Questi strumenti sono particolarmente indicati, in quanto incentivano la ricerca di risorse dal privato e responsabilizzano gli enti, che devono essere in grado di reperire finanziamenti sul mercato.

Un altro grande tema, quello dei musei. La grande ricerca commissionata mesi fa da Confcultura e Federturismo, e condotta da PricewaterhouseCoopers, ha mostrato molto bene come lo sfruttamento in termini economici dei nostri musei sia tutt’altro che soddisfacente. L’Italia non ha un museo fra i primi dieci al mondo per numero di visitatori. E’ vero, il nostro Paese si caratterizza per avere un alto numero di musei, oltre 430 solo quelli statali, diffusi lungo tutta la Penisola, e non pochi e concentrati, come Oltralpe dove sono all’80%  nell’Ile de France.

Di qui la seconda proposta: affidare a privati in totale concessione sperimentale alcuni musei italiani, superando i limiti molto stretti posti dall’attuale ordinamento che affida ai privati solo la gestione di alcuni servizi.

Non è una provocazione. Lo Stato, che ha le difficoltà che ha, metta i privati alla prova.  Proviamo per qualche anno ad affidare integralmente ai privati l’intera gestione di  alcuni grandi musei. Facciamone un’esperienza pilota. Ma consentiamo ai privati anche di aver voce sul capitolo del personale e della sua organizzazione, a quel punto.

Non è vero che senza i denari dello Stato, cioè del contribuente, l’Arte e la Cultura con l’”A” e la “C” maiuscola sono destinati a deperire. Penso a quel che aziende come Eni, Telecom Italia, Pirelli  e tante altre a cominciare da banche e assicurazioni fanno già da anni. Lo fanno malgrado i vincoli stretti, troppo stretti, e gli incentivi troppo esigui posti all’investimento culturale dei privati dal nostro ordinamento fiscale.

Di qui la terza proposta. Estendere alle sponsorhip delle imprese private in progetti culturali la disciplina del credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico. L’attuale Testo Unico delle Imposte sui Redditi prevede infatti la totale deducibilità  delle erogazioni liberali a fini culturali per i soggetti titolari di reddito d’impresa. Ma ne sono scaturite risorse per poche decine di milioni di euro l’anno. Serve invece una forte agevolazione fiscale per il rapporto di sponsorizzazione, che viene incredibilmente ristretto dall’articolo 120 del Codice dei Beni Culturali. E’ la sponsorizzazione che consente alle imprese un pieno e legittimo ritorno dell’investimento, a vantaggio del proprio marchio, immagine  prodotto, e realizza altresì un più pieno coinvolgimento del privato nelle modalità di fruizione del patrimonio culturale.

Infine, sempre in materia fiscale, la quarta proposta. Alzare dal 19% attuale al 30% almeno l’aliquota da portare in detrazione fiscale, quando le erogazioni clturali siano effettuate da persone fisiche.

Non è impossibile, nel giro di qualche anno, raddoppiare l’apporto netto che il turismo arreca alla bilancia dei pagamenti italiana. Il patrimonio culturale è parte integrante e imprescindibile della qualità dell’offerta dell’industria del turismo. Chi farà fare più alle imprese, nella cultura, costruirà un’Italia non solo meno dissipatrice e immemore del suo passato. Ma, soprattutto, un’Italia coi conti più in regola per il suo futuro.

Commenti [6]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *