Bonus vacanze: l’albergo pagato non è un diritto costituzionale (e non è nemmeno un diritto)

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Durante l’incontro con la stampa alla Btc di Rimini all’inizio di luglio, il ministro al turismo Michela Vittoria Brambilla ha annunciato il rifinanziamento dei buoni-vacanza, in maniera tale da garantire l’affermazione del “diritto alle Vacanze per tutti, diritto sancito anche dalla nostra Costituzione”, come si legge dal  sito appositamente allestito per l’iniziativa. Prima di contestare questa affermazione sul valore costituzionale della pretesa di andare in villeggiatura – un conto è il ricovero ospedaliero gratuito, altro l’albergo gratuito a spese della collettività –  vediamo l’origine e il funzionamento di questi buoni vacanze.

Il fondo venne costituito nel 2001 con la legge n. 135, che richiedeva venisse finanziato con i risparmi costituiti da individui, imprese, istituzioni o associazioni private quali circoli aziendali, associazioni non-profit, banche, società finanziarie,  oltre che con risorse derivanti da finanziamenti, donazioni e liberalità, erogati da soggetti pubblici o privati. Tuttavia, per consentire l’avvio della gestione del fondo, la legge stanziava un primo finanziamento pubblico di 7 miliardi annui di lire per il triennio 2000- 2002.

Nel 2008, il governo adottava il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri che ne fissava le modalità di erogazione, determinando che i buoni vacanze fossero un titolo di pagamento immediatamente spendibile presso le aziende turistiche o di servizio al turismo che avessero sottoscritto un apposito contratto di convenzione, e consentendo ai beneficiari di avere un solo cofinanziamento per ogni tranche alle vacanze in Italia in periodi che non fossero di alta stagione.

Il finanziamento avviene attraverso l’applicazione di un contributo percentuale (dal 20 al 45%, secondo le fasce di reddito) sull’importo dei buoni richiesti fino ad un massimo legato al numero dei componenti la famiglia. 

Ad esempio, come si legge nel manuale d’uso dei buoni vacanza predisposto dal ministero, una famiglia di 4 persone con reddito inferiore ai 25.000 euro, può richiedere un libretto di buoni (del valore singolo di 20 o 5 euro) per un valore totale fino a 1230 euro, pagandoli solo 676,50 (55%).

In definitiva, la famiglia ammessa al beneficio paga il 55% delle sue vacanza, e i contribuenti il restante 45%.

Esaurita la prima tranche di 5 milioni di euro, il ministro ha appunto dichiarato un nuovo finanziamento di pari importo. Tanto entusiasmo sembra motivato dalla battaglia del ministro a favore del “turismo sociale”: come ha dichiarato alla conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa, tenutasi a Milano il 22 dicembre 2009, “numerosi cittadini sono esclusi dal turismo e dai viaggi e […] è necessario correggere questa disuguaglianza garantendo l’accesso alle vacanze per tutti”.

Dal gennaio 2010, ovvero da quando gli italiani hanno potuto beneficiare del buono, le vacanze sono quindi entrate, pericolosamente, nel novero dei diritti sociali.

Quello che prima era un desiderio individuale da soddisfare in proporzione a quanto accantonato durante l’anno col proprio lavoro, è ora diventato uno di quei diritti positivi che il cittadino, a prescindere dai suoi meriti e dalle sue responsabilità, può vantare nei confronti dello Stato, affinché questo si adoperi per eliminare gli ostacoli di ordine economico e sociale che, per dirla con la Costituzione, impediscono il suo pieno sviluppo.

Dal punto di vista politico, l’estensione degli obiettivi dello Stato sociale (e quindi delle voci di spesa dello Stato)  al punto da dover garantire il diritto all’albergo vista mare alle famiglie italiane meno benestanti stride alquanto con il proclama – forse a questo punto pretestuoso? – della crisi economica, accompagnato dalla richiesta di impegnarci tutti a stringere i denti ed essere più che mai solidali con gli altri e pazienti con l’erario per superare questo momento di difficoltà economica.

Dinanzi all’insostenibilità conclamata del modello di Stato sociale da un lato e all’esigenza di riduzione delle spese e del disavanzo pubblico dall’altro (questo sì, un principio costituzionalmente rilevante), la elevazione a diritto costituzionale del desiderio di passare le vacanze in un tre stelle al lago (anche un quattro stelle, a leggere l’intervista del ministro  ne La Stampa di oggi) lascia non si sa se più indignati o più esterrefatti.

Dal punto di vista costituzionale, poi, è assolutamente equivoco dire che la Costituzione sancisca il diritto alle vacanze, così come utilizzare il linguaggio dell’uguaglianza sostanziale per legittimare l’iniziativa.

L’art. 36 della Costituzione riconosce come irrinunciabili il diritto alle ferie annuali e al riposo settimanale, che sono cosa ben diversa dal diritto al pagamento di vitto e alloggio. Ciò che la Costituzione davvero garantisce, fino a proclamarlo diritto irrinunciabile, è infatti non il diritto a trascorrere le ferie in un albergo vista mare a spese dello Stato, ma il diritto alla distrazione dal lavoro, all’interruzione dall’attività lavorativa per ritemprare la mente e il corpo.

Che il costituente abbia previsto, accanto al problema della retribuzione, quello del riposo e dell’equilibrio tra ore lavorative e ore non lavorative dimostra la concezione costituzionale del lavoro come attività che non solo produce reddito, ma che è funzionale alla realizzazione della personalità del lavoratore in tutta la sua umana dimensione. Le garanzie del lavoratore, pertanto, non possono essere solo garanzie sulla retribuzione, ma anche garanzie di salute, di svago, di distensione e di partecipazione alla vita sociale.

Il diritto alle ferie è quindi, per la Costituzione, il diritto intangibile a staccare la spina nelle maniera che ognuno, in base ai propri desideri e alle proprie possibilità, può concedersi, non il diritto ad andare al mare o in montagna coi soldi degli altri contribuenti. Non è un diritto ad assecondare un capriccio vacanziero, ma un diritto a sospendere il lavoro nel presupposto che il riposo sia essenziale per la salute del lavoratore.

Il ministro, inoltre, ha parlato dei buoni vacanza come uno strumento di correzione delle disuguaglianze economiche e sociali. Tuttavia, quando la Costituzione parla del dovere dello Stato di correggere le disuguaglianze eliminando gli “ostacoli” che impediscono agli individui di realizzare la propria personalità, si riferisce questioni ben più serie del vitto e dell’alloggio nelle Dolomiti. Si riferisce a questioni come la salute, l’istruzione, la formazione professionale, il minimo garantito per la sussistenza che vengono garantiti non come punto di arrivo, ma come punto di partenza affinché l’individuo possa poi costruire da sé la propria vita e compiere in maniera libera e serena le proprie scelte, compresa la scelta di quanto reddito accumulare per le vacanze.

I diritti sociali sono una cosa seria: sono il diritto ai farmaci salvavita, il diritto a poter andare a scuola anche se i genitori non possono pagare i libri, il diritto a un’indennità se si perde il lavoro. Sono insomma i diritti a quelle prestazioni positive ritenute necessarie a consentire alle persone una parità di possibilità iniziali, e non una parità di condizioni finali.

Un conto, insomma, è avere diritto al ricovero ospedaliero gratuito, un conto è avere diritto all’albergo gratuito. La differenza tra le due prospettive è fondamentale, poiché se, come nel caso dei buoni vacanze, si cominciano a confondere i desideri personali con le pretese giuridiche, i sogni e gli obiettivi di ognuno con i doveri assistenzialistici dello Stato, allora tutto può divenire un diritto che lo Stato è chiamato a soddisfare, con buona pace della responsabilità individuale e della sostenibilità del costo per le casse pubbliche.

PS: evidentemente il turismo del belpaese ha bisogno di un forte impulso statale, visto che, oltre ai 50 milioni già spesi e ai 50 promessi per i buoni vacanze, il riavvio del portale Italia.it, già costato ai ministri Stanca e Rutelli 45 milioni di euro, sta costando, per il solo triennio 2009-2011, 10 milioni di euro, come si può leggere dal protocollo di intesa tra il ministro del turismo e il ministro per la pubblica amministrazione e l’innovazione. Chi legge questo blog credo abbia una minima idea di quanto possa costare l’avvio e il mantenimento di un portale, per quanto complesso possa essere.

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