12
Lug
2010

Il lento funerale di BP, l’occasione per ENI

Anticipo uno dei miei pezzi dal prossimo numero di Capo Horn

Penso che, se fossi l’azionista di controllo dell’ENI, avrei già fatto da tempo un ragionamento semplice semplice. Argomento: come approfittare del disastro che ha investito BP.  Ma prima di arrivare alla considerazione e alla proposta, serve un bel passo indietro per valutare tutti gli aspetti “epocali” della vicenda. I danni accollati a BP costituiranno un vero benchmark destinato a fare precedente. La compagnia mi pare che assai difficilmente possa sopravvivere. Non com’era fino a ieri, questo è sicuro.

Sono tre mesi che da 4mila metri di profondità, nel Golfo del Messico, fuoriescono ogni giorno nell’Oceano dapprima si era detto tra i 4 i 6 mila barili di petrolio al giorno, per poi ritoccare la stima fino a vette stellari, da un minimo di 35mila fino addirittura a un massimo di 60mila barili al dì. Il disastro della Deepwater Horizon per British Petroleum appare ormai prossimo a sancire, a tutti gli effetti, la fine di un gigante storico tra le maggiori oil companies. BP ha il 65% della concessione e dunque dell’impianto ma in pratica ne risponde integralmente, visto che è nei suoi confronti che faranno azione per negligenza i soci di minoranza Mitsui e Anadarko, come tutte le compagnie fornitrici degli impianti collassati, tipo Halliburton, Transocean e Cameron.

Alla chiusura  di Borsa di venerdì 9 luglio scorso, BP era ancora la terza compagnia petrolifera europea per capitalizzazione, a quota 81,8 miliardi di euro rispetto agli 89 di Total, e ai 128,8 miliardi a cui si giunge sommando le azioni di classe A e B di Royal Dutch Shell. Ma, quando è cominciato il disastro nel Golfo BP sfiorava i 195 miliardi di capitalizzazione, apparteneva a pieno diritto alla serie A mondiale come Exxon Mobil, che il 9 luglio capitalizzava 277 miliardi di dollari,ed era ben sopra la Chevron, che ne vale 143,5.

In altre parole, in tre mesi in BP si sono liquefatti oltre 100 miliardi di valore. I suoi CDS sono passati da 55-60 punti base, a oltre 700: a tutti gli effetti, peggio del peggio nella lista internazionale dei candidati al fallimento.

Ma è una stima esagerata, oppure ragionevole, quella del mercato? Perché se fosse esagerata, decadrebbe del tutto ogni idea intono a che cosa potrebbe fare l’ENI. E invece no, esaminata per benino la questione bisogna proprio concludere che il mercato non esagera. BP può andare in default eccome. Vediamo perché. A tutti gli effetti,il disastro della Deepwater Horizon costituirà infatti il nuovo benchmark di tutte le politiche risarcitorie nella oil industry mondiale. Un punto di riferimento integralmente nuovo, se si pensa che finora il disastro petro-ambientale più grave era  quello della petroliera Exxon Valdez in Alaska, con 250mila barili in mare che fanno quasi sorridere, rispetto al milione e mezzo che ogni mese si riversano nel Golfo del Messico. La stima  di metà maggio, quando sembrava che BP potesse cavarsela con 7 o 8 miliardi di dollari in tutto, è  ormai ridicola per quanto appare sottostimata.

L’Oil Pollution Act, la legge vigente negli USA che fu approvata proprio a fronte del disastro della Exxon Valdez, prescrive infatti a totale carico dell’inquinatore le spese per restituire l’ambiente alla sua condizione precedente. Se ci si basa sul precedente della Exxon, che va matematicamente integrato e modificato come modello previsivo visto che in questo caso lo spillover è continuativo e non concentrato nel tempo e con danni influenzati dalle correnti, al ritmo di un milione e mezzo di barili al mese il conto per la sola “pulizia” è di circa 6 miliardi di dollari per ogni mese di dispersione. Al terzo mese compiuto, siamo già a quota 18 miliardi per questa sola voce.

C’è poi il capitolo delle sanzioni amministrative e regolatorie, disciplinate dal Clean Water Act.  Nella prassi USA sin qui seguita, le multe vanno da un minimo di 1.100 a un massimo sin qui di 4.300 dollari per ogni barile disperso, ma nulla vieta di credere che la somma potrebbe in questo caso ultimamente salire. In ogni caso, se si applica al milione e mezzo di barili persi ogni mese una stima prudenziale sanzionatoria di 3.500 $ per barrel, siamo a circa 5,2 miliardi di dollari al mese di multa. In tre mesi, siamo già insomma a quota 15,2 miliardi.

C’è poi una terza voce, quella che riguarda i rimborsi su causa intentata da chiunque possa rivendicare un danno o un lucro cessante, a seguito dell’inquinamento.  E quando si dice chiunque vale proprio per chiunque, dagli Stati rivieraschi che possono chiedere il rimborso per gli interventi speciali che hanno dovuto sostenere e per gli aggravi di tasse e tariffe che hanno dovuto imporre,  alle municipalità e comunità locali per danni al turismo, a ogni singolo albergo, ristorante, pescatore  che legittimamente ritengano di essere stati danneggiati.  L’Oil Pollution Act pone un tetto esplicito a 75 milioni di dollari, per tali rimborsi. Ma il presidente Obama, nella seconda settimana di giugno, con un gesto degno del venezuelano bolivarista Chavez ha sbattuto i pugni sul tavolo, sostenendo che il cap posto per legge era inadeguato, e BP avrebbe fatto bene a mettere subito sul tavolo almeno 20 miliardi di dollari. Tanto per cominciare, ha detto il presidente. Con un bel saluto allo Stato di diritto, anche se so che nel dirlo tutti gli ambientalisti mi azzanneranno.

Poiché l’economia legata a turismo marino e pesca dei quattro Stati rivieraschi –  Alabama, Louisiana, Mississippi e Florida – si può cifrare intorno ai 30 miliardi di dollari, e il tratto di costa  investito sino a inizio luglio era di circa 120 km, una previsione dei rimborsi ai quali BP può essere obbligata dai tribunali americani può agevolmente raggiungere i 18-20 miliardi.

Se si sommano le stime delle tre voci di costo per BP, siamo sui 75 miliardi. Per i soli primi tre mesi. A prescindere da quanto bisognerà aggiungere, se non ha successo nei prossimi giorni e settimane il nuovo “tappo”. 75 miliardi: non tutti in un anno, d’accordo. Ma le stime finanziarie e di cassa per BP nel 2010, con un barile intorno ai 65-70 $ per barile, parlavano di 30 miliardi di generazione di cassa, di cui 20 da destinare  a investimenti e oneri finanziari, 10 a dividendo per i soci. E’ vero che BP ha circa 14 miliardi tra liquidità e linee di credito inutilizzate, ma c’erano già 17 miliardi di bonds e prestiti da rimborsare, tra 2010 e 2011.

La domanda a questo punto è duplice. Va bene non distribuire dividendi, come subito l’Amministrazione Obama ha irritualmente chiesto e ottenuto da BP per il 2010: ma per quanti anni? E inoltre: i tribunali USA seguiranno il principio che occorre sempre porre un limite ragionevole alla responsabilità illimitata di una società per danni catastrofici da eventi estremi, oppure faranno propria la demagogia populista del presidente ?

In ogni caso, nelle condizioni attuali per il board di Bp non c’è alternativa. A parte la speranza che qualche nuovo marchingegno consenta di mettere uno stop al deflusso, occorre far cassa subito per miliardi, per evitare un nuovo downgrading come quello che Fitch ha già comminato a metà giugno, e che ha fatto schizzare il costo del debito. Secondo le malelingue, in realtà Obama  picchia duro non solo perché, come BP, deve recuperare sull’impressione popolare che abbia del tutto sottovalutato l’evento e  la sua portata, per lunghe settimane. Ma anche perché, a questo punto, tanto vale portare BP alla canna del gas il più possibile sotto le elezioni del midterm del prossimo autunno. Magari assicurando alle oil companies americane buona parte di ciò che BP ha in pancia di più prezioso, e cioè moltissimo upstream di grande qualità e in aree non devastate da pericolosa instabilità mondiale.

Ma se è così, perché non arrivare per primi dico io? Per questo dico che, se fossi stato l’azionista pubblico di controllo italiano dell’ENI, e cioè il governo, in queste settimane avrei fatto  un bel pensierino. Perché non farsi subito vivi con il board di BP, e fare una bella offerta per 10-15 bn  di uspstream pregiato, prima che le procedure giudiziarie mettano inequivocabilmente BP alla mercé sei suoi creditori? Per conto mio, è un’operazione che da sola varrebbe la cessione di tutta la filiera nazionale del gas, approvvigionamento stoccaggio e distribuzione, che nessun concorrente  di Eni mantiene altrettanto integrata. Non è un’idea balzana, perché ne ho parlato con banchieri e oilmen e tutti mi hanno dato ragione. Ma è il governo italiano, che da questo punto di vista non ci sente. Peccato, dico io. Non tutti i mali vengono per nuocere, aggiungo cinicamente. Ma vale solo per chi ne sa approfittare, ovvio.

You may also like

Una costosissima illusione
Plastica usa e getta: divieti e buone intenzioni—di Frits Bolkenstein
Energia, ambiente e turismo per lo sviluppo economico—di Lorenzo Ieva
Repetita iuvant: vendere quote del tesoro alla Cassa Depositi e Prestiti non significa privatizzare.

9 Responses

  1. azimut72

    Bisogna sapersi muoversi, però. Avrebbe più probabilità di successo un’azione congiunta con qualche investitore inglese con Eni capofila.
    Non scordiamoci che sia per il business in sè, sia per il peso sul PIL inglese della BP, questo è un affaire che esula da discorsi puramente economici e finanziari. Qui c’è la geopolitica di mezzo.
    saluti.
    azimut72
    ps. potrebbe anche essere un’azione interessante per spostare un po’ di più la nostra politica estera verso occidente invece di continuamente ancorarla alla Mitteleuropa dove tanto Francia e Germania ci considerano comunque delle seconde linee. A noi non farebbe che bene.

  2. ezio

    Che la BP possa andare in default, non me ne può fregare di meno e magari, si tirasse all’inferno anche le altre sorelle, l’unico cruccio per me è che non riuscirebbe a pagare il conto per il recupero dell’ambiente, se mai ci sarà. Leggendo quali considerazioni Le vengono in mente di fronte al disastro del golfo del Messico, mi viene da sperare che Frank Fenner non si sbagli sulla sua previsione dell’estizione del genere umano entro i prossimi 100 anni. Capisco che non spettino a Lei le indicazioni sull’etica umana. Che l’uomo non sia un predatore, ma un responsabile dell’ambiente, è difficile da accettare in un sistema votato alla crescita/consumo, panacea di tutti i mali. Lei però è perfettamente integrato nel sistema mediatico, con la conseguenza di incidere, anche se non intenzionalmente, sulle menti. Ora, può essere che salti fuori il luogo comune che gli Italiani sono molto più intelligenti di quanto si ritenga, ed effettivamente è così, ma è così anche per i francesi e per i tedeschi ecc, questo è fuor di dubbio, ma è fuor di dubbio anche la pseudo istituzionalità, della quale sono ammantati i mass media.
    E’ per questo motivo, a mio avviso, che il Suo scritto non si può limitare solo una fredda strategia di mercato. E’ possibile, come io spero, che l’analisi di Fenner sia un pò eccessiva, forse anche a causa di una normale tendenza al pessimismo derivante dal passare degli anni, ma se siamo arrivati al punto che nell’ipotesi di un disastro nucleare, piuttosto che evitarne i presupposti e di conseguenza anche le centrali, ci si debba tuffare nel business delle casse da morto e questo susciti consenso, allora spero che Fenner abbia ragione.

  3. scusate il mio “pressapochismo”: qualche pezzo grosso della BP fa anche parte del Club Bilderberg. dunque non penso ci siano REALI problemi. nel senso che qualunque cosa accada alla compagnia, è stato tutto preventivato in precedenza.

    informarsi per credere.

  4. Luca Salvarani

    Sinceramente mi riesce difficile credere che il disastro del golfo sia stato preventivato…al limite si è cercato di nascondere la verità il più a lungo possibile per guadagnare tempo…viceversa sarebbe una frode clamorosa…
    le riflessioni di Giannino mi sembrano molto interessanti anche se credo che difficilente l’Italia possa aspirare ad una grossa fetta delle attività di Bp, non tanto perchè Eni non sia solida finanziariamente ma per motivi geopolitici. Cmq la vera domanda da farsi è: siamo sicuri che ci sia solo una falla e che il petrolio in uscita sia quello davvero dichiarato (poco tempo fa si parlava di 5000 barili…). Alcuni esperti dichiarano che tutta l’area in questione presenta delle falle e che i pozzi di contenimento potrebbero essere inefficaci a causa della distruzione del casing…in tal caso la fuoriuscita potrebbe durare mesi…. Alcuni li considerano dei pazzi ma sono gli stessi “pazzi” che parlavano di 100000 barili quando Bp ne ammetteva solo 5000….A chi credere???

  5. azimut72

    @Luca Salvarani
    L’unico riferimento obiettivo sono i giacimenti simili nelle vicinanze del Macondo e che sono già stati sfruttati o in fase di sfruttamento (tipo Thunderhorse).
    Ebbene, non vorrei sbagliarmi (forse qualche lettore potrà dare dei riferimenti più precisi) ma si parla di circa 60.000 bpd da un complesso di pozzi. Secondo me, nella migliore (forse sarebbe meglio dire peggiore) delle ipotesi, la fuoriscita del pozzo in questione è al massimo di 10-15000 bpd (cifra comunque notevolissima).

  6. Luca Salvarani

    Scusami Azimut72 ma non sono assolutamente daccordo. Persino Bp, che ha tutto l’interesse a manipolare i dati come ha fatto finora ha indicato una forchetta maggiore… Inoltre alcuni ricercatori universitari hanno cercato di stimare il flusso di petrolio in uscita con tecniche specifiche e anche loro hanno stimato 100000 barili circa… Cmq la domanda principale resta: siamo sicuri che c’è soltanto UNA fuoriuscita??? Se non ho capito male cmq dal pozzo esce anche metano! non solo petrolio e questo avrà gravi effetti….
    In conclusione credo che ne vedremo ancora delle belle…

  7. Una precisazione da fare, per quel poco che ne so della faccenda, è che il fondo per il risarcimento che Obama ha forzato la BP a creare è fatto in modo da bypassare i veri creditori e dare tutti i soldi allo stato e a vari creditori privilegiati. I danneggiati veri non vedranno un soldo, perché non resterà nulla.

    Più o meno come è stato fatto con i debiti di GM.

Leave a Reply