2
Lug
2010

Milano si agita, ma manca il progetto. di Mario Unnia

Riceviamo da Mario Unnia e volentieri pubblichiamo:

Un entusiasmo progettuale percorre la città dopo tanto letargo. Il Manifesto per Milano promosso dal Corriere della Sera è emblematico: all’elenco chilometrico delle adesioni seguono incontri e assemblee di cittadini che fanno richieste sproporzionate alle risorse e ai tempi necessari. C’è poco da aspettarsi da questa progettazione collettiva se non un’attivazione dell’opinione pubblica a scopo politico, in vista delle elezioni, e forse un incremento delle vendite della testata.

La voce del popolo in quanto tale ha raramente prodotto qualcosa di significativo e di valido, e d’altro canto le classi dirigenti affidabili non hanno bisogno di adunate per sapere cosa fare. E, se non bastasse, è di qualche giorno l’ultima trovata, ‘Sìamo Milano’, che vede riuniti creativi, artisti, intellettuali, o pseudo tali.

In questo clima si sono mossi anche i Radicali con l’iniziativa dei cinque referendum per la qualità dell’ambiente e della vita a Milano. Rispetto all’attivismo velleitario del Manifesto la proposta è migliore sotto il profilo metodologico. Ma purtroppo il referendum consultivo di indirizzo, previsto nello statuto del Comune di Milano, è ben poca cosa. Il Comune entro 60 giorni dall’esito deve dire se è d’accordo e provvedere (i tempi e i modi li sceglie lui, naturalmente), se non è d’accordo deve spiegare il perché. Dunque anche questo strumento di attivazione popolare può dare origine a infiniti dibattiti prima e dopo la consultazione, ma come tutte le modalità di democrazia diretta può favorire una decisione del governo,  però senza vincolarla.

Piuttosto, domandiamoci quale profilo di città evocano i cinque quesiti – mobilità sostenibile, non cementificazione delle aere Expo, riapertura dei Navigli, alberi e verde pubblico, energia pulita. La domanda non è peregrina, e rinvia ad una ricerca fatta dall’associazione ‘Primato Milano’ e presentata nel settembre 2005 in vista delle elezioni comunali. Si trattò di una consultazione tramite questionario scritto di esponenti qualificati della comunità professionale di Milano: l’argomento era duplice, il profilo di metropoli che si immaginava a dieci anni, nel 2016, e di conseguenza il profilo del candidato Sindaco che ne poteva essere il coerente attuatore. I rispondenti furono 230, pari al 53% dei contattati.

Tralascio il profilo del candidato e vengo al profilo della città. Se ne delinearono tre, e ne trascrivo una sintesi dal rapporto finale

Fast Town, la città che compete (indice di convergenza 56%)
Una città con vocazione competitiva, europea, cosmopolita. Centrata sull’ intreccio tra nuova industria e finanza, comprende le attività di ricerca, progettazione, formazione, servizi, e l’apparato terziario, costituito da finanza, borsa, headquarters, authorities. I business portanti sono moda, design, salute, media, università, e il terziario finanziario privato, banche, assicurazioni, fondi e sim. La città privilegia un governo programmatorio e un elevato efficientismo pubblico. Le città di riferimento, citate per la nuova industria, sono Barcellona, Lione, Francoforte, Monaco, e, per la finanza, Londra, Francoforte, Zurigo. Francoforte sembra riflettere l’intreccio “nuova industria e finanza” indicato dagli intervistati.

È tuttavia il modello di città non è esente da contraddizioni. Infatti, è una città mono-dimensionale che rischia di non vedere o addirittura di contrapporsi alle esigenze, ai valori, alle culture, alle etnie diverse o emergenti. È una città che può subire i meccanismi degenerativi della competizione. Da ultimo, è una città più interessata al lavoro che alla qualità della vita. L’impegno nel raggiungimento degli obiettivi economici può mettere in secondo piano il valore della socialità.

Slow Town, la città che vuole la qualità della vita (indice di convergenza 35%)
È un modello di città ‘alternativo’. È una città che auspica e persegue una diversa qualità della vita, valorizza il patrimonio storico-culturale anche come fonte di business, è orientata all’estetica, alle comunità che la costituiscono, al ‘punto di vista del cittadino medio’. È sensibile alle culture e agli stili di vita diversi ed emergenti, al volontariato, in parte alternativa alla tradizione milanese. Lo sviluppo è affidato prioritariamente alle attività culturali ed educative, al turismo, all’entertainment, al non profit. La città privilegia un governo concertativo e caratterizzato dai processi corali/assembleari di gestione del pubblico. Le città citate per la bellezza, il comfort e la qualità della vita sono Ginevra, Amburgo e Copenaghen.

Ma si porta dietro anch’essa alcune rilevanti contraddizioni. Innanzitutto non ha chiaro il profilo di una classe dirigente adatta al suo progetto e privilegia una governance fondata sul metodo della concertazione che comporta eccessive lentezze decisionali. Tende, poi, a non affrontare il problema del come promuovere nuove e adeguate  fonti di ricchezza. E, da ultimo, rischia una diaspora ed uno spezzettamento dei valori.

Hard Town, la città che funziona (Indice di convergenza: 9%)
È sostanzialmente una città austera. Ricerca una fase di assestamento, dopo le stagioni dello sviluppo e della crisi, ed è orientata alla manutenzione migliorativa della situazione esistente. L’obiettivo del buon funzionamento della città prevale sulla volontà competitiva. L’opzione minimalista è suggerita da un realismo conformista. L’equilibrio attuale tra attività e servizi non è soddisfacente, ma non va stravolto, bensì  migliorato. La città privilegia l’efficientismo di una classe dirigente burocratica. Le città di riferimento sono Barcellona e Monaco (evidentemente per ragioni diverse da quelle che sono un riferimento obbligato per la Fast Town) e Stoccolma.
Anche questo modello di città non è esente da contraddizioni. Si tratta, infatti, di un modello di città sostanzialmente anonima, che tende ad essere utilizzata dai cittadini come un bene strumentale e non mostra forti aperture culturali verso il nuovo e il diverso. Di più: è una città che si considera ‘fredda’ ai valori del business, non supporta prioritariamente l’attività imprenditoriale.

E veniamo alle conclusioni. Il lettore può divertirsi a confrontare, a distanza di cinque anni, la Milano di oggi con i tre profili individuati allora dalla ricerca, e scegliere quello che più si avvicina alla realtà odierna. Può anche essere un esercizio utile.

Tornando al documento,  è certamente datato, ma mantiene una sua validità. Innanzitutto ricorda che occorre individuare, attraverso opportuni sondaggi, non una lista di singoli problemi pratici, che sono ben noti a tutti, bensì ‘visioni’ o ‘profili’ della città di Milano. Ciò che manca nel dibattito popolare del Manifesto per Milano e anche nei referendum dei Radicali. I cinque referendum riguardano appunto singoli problemi pratici, ma non delineano un profilo coerente che si richiami, ad esempio, alla Slow Town.

Inoltre ricorda che è velleitario pensare ad una città che ‘armonizzi’ i tre profili indicati: ne risulterebbe un compromesso, e Milano è segnata da una serie di falliti compromessi. Gli alberi in piazza del Duomo o davanti al Cenacolo sono l’ultimo delirio compromissorio. La vocazione della città non può che essere una, preminente, e questa ne definisce la specificità.

Infine, un avvertimento: ogni modello di città richiede una classe dirigente funzionale alla sua vocazione. La scelta della classe dirigente ad hoc presuppone idee chiare nella cittadinanza: ma non sono i Manifesti  né i referendum di basso profilo quello che aiuta i cittadini alla scelta migliore.

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