30
Giu
2010

REPLICA AI PROFESSORI STATALISTI

Riceviamo da Sivano Fait  e volentieri pubblichiamo

Cari professori,

L’abbondante liquidità creata dal sistema bancario, sia sotto forma di progressiva espansione della base monetaria, sia sotto forma di credito amplificato da un sistema monetario a riserva frazionaria è andata a finanziare uno stile di vita al di sopra delle proprie capacità e progetti di investimento non sostenibili, leggasi mal investimenti (pubblici e privati). La localizzazione di questi è coerente con il fatto che l’area euro, per quanto capitale politico possa esserci stato speso sopra, non è un’area valutaria ottimale, né completamente omogenea. L’applicazione del medesimo tasso di interesse monetario, inferiore al tasso di interesse naturale, in aree dove gli attori scorgono differenti opportunità di rendimento e quindi differenti saggi di rendimento potenziali del capitale influisce sulla localizzazione delle bolle. E’ sufficiente l’inesorabilità delle leggi del libero mercato a spiegare ciò, non serve ricercare un particolare colpevole nel fatto che le bolle non si distribuiscano secondo una normale gaussiana o qualsiasi altra, tanto complessa quanto inutile, formula matematica.

Purtroppo non viviamo in un mondo statico ed immutabile o programmabile a piacimento e l’unica solvibilità statale che una banca centrale può garantire è quella nominale procedendo alla monetizzazione degli stessi come del resto sta già avvenendo. Sotto questo profilo la banca centrale può assicurare anche la solvibilità di tutti gli emittenti privati e la redenzione di qualsiasi collaterale. Tuttavia la mugabenomics (v. Robert  Mugabe) credo sia abbastanza esemplificativa degli effetti negativi di questo genere di politiche, pertanto scusate me e tutti coloro i quali non aspirano a fare la fine dello Zimbawe se il vostro tipo di ricette comincia a destare sempre maggiore perplessità. I mercati sono più perplessi riguardo alla capacità degli stati di intervenire sui deficit pubblici semplicemente perché questo tipo di azioni presenta dei costi di agenzia e transazione elevati, dove per costi di agenzia e transazione devono intendersi i processi di negoziazione interni (con i propri corpi elettorali) ed esterni (con gli altri stati in fase di coordinamento) e le relative tempistiche connesse.

Ridurre risorse e dimensioni di un deficitario comparto pubblico favorisce una migliore riallocazione delle stesse nel comparto privato. Quest’ultimo tipo di allocazione è volta a soddisfare le esigenze dei consumatori finali, piuttosto che i bisogni della classe politica. Non vi sono – come sostenete – investimenti sottoutilizzati, ma semplicemente pessimi investimenti che necessitano di essere liquidati o ridimensionati, anziché essere mantenuti artificialmente in vita da una politica monetaria lassista che favorendo i fenomeni di evergreening contribuisce all’occultamento sistematico delle perdite del sistema bancario. La ricomposizione di una sostenibile struttura del capitale, quando il ciclo economico si è ormai avviato verso una fase di “bust” non può non essere dolorosa.  L’interventismo a oltranza, monetario e/o fiscale, nel suo vano tentativo di procrastinare lo status quo può soltanto rendere questo processo più ricco di sofferenze.

Il capitale politico speso nella creazione dell’euro, nell’idea di un governo centrale dell’unione, dalle Canarie a Helsinki è così grande da aver fatto accettare alla Germania politiche di salvataggio e azzardo morale fino a dieci anni fa semplicemente impensabili. Tutto questo non può spingersi al punto da credere e/o pretendere che i tedeschi abbiano voglia di sostituirsi ad Atlante, sorreggendo sulle loro spalle (e su quelle dei loro posteri) il peso delle dissennatezze altrui.  L’unica cosa che può essere chiesta alla Germania ed alle sue banche, di fronte ad eventuali fenomeni di insolvenza, è semplicemente quello che può essere chiesto ad un creditore che ha mal allocato i propri capitali: sedersi ad un tavolino, prendere atto della realtà e negoziare le perdite senza incaponirsi a pretendere ciò che oramai non può essere più escusso. Sbagliando si impara. E’ un proverbio, ma funziona piuttosto bene anche in economia.

L’articolo di Krugman, ripreso e tradotto dal sole24ore di sabato 26 giugno, con il suo affannarsi a biasimare Cina e Germania quali presunti sabotatori della ripresa mostra evidentemente come il ragionare continuamente per macroaggreati finisca per creare un fertile background culturale a nazionalismi economici e revanchismi commerciali. Trattare le nazioni, gli stati o le classi sociali come delle entità autonome e pensanti è la mera traslazione sul piano politico di una forma mentis ormai da troppo tempo abituata a rendere singolare e uniforme ciò che è plurale e variegato, a negare ad ogni singolo individuo la qualifica di “homo agens” con tutto quello che ne consegue.

Negli ultimi anni i sostenitori dell’interventismo hanno avuto tutto quello che volevano: non vi sono precedenti storici di espansioni quantitative e qualitative dei bilanci delle banche centrali, né nell’espansione della spesa pubblica a livello mondiale. Il risultato è quello di aver semplicemente tamponato la situazione a fronte di squilibri ancora maggiori. L’interventismo chiede sempre di più, si appiccica alla banca centrale e agli stati come un tossicodipendente al proprio spacciatore senza rendersi conto che in realtà sta semplicemente andando incontro ad una morte per overdose. L’interventismo si rifiuta di prendere atto della necessità di purgare il sistema dai propri eccessi e che questo processo comporta dei costi, che per quanto sgradevoli siano, è indispensabile sostenere. Se la ripresa è flebile significa che non si è speso abbastanza, se non vi è ripresa significa che è necessario spendere di più e se a qualcuno viene in mente che forse, nonostante tutto, è bene cominciare a disintossicarsi si risponde che è un sabotatore del pubblico benessere. Definire questa impostazione populista è fare un’offesa al populismo.

Cari (ex) professori, con molti dei quali sono tuttora legato da un rapporto che si materializza sotto forma di sostituto di imposta con cadenza regolare ogni mese, l’economia non è un flusso circolare che si perpetua indefinitamente nel tempo, né un asettico e neutrale laboratorio scientifico dove è possibile isolare elementi e condurre esperimenti a piacimento. Salvaguardare il valore della moneta in quanto connettivo sociale, rispettare il capitale quale frutto dell’evoluzione degli individui, nonché degli errori e dei successi compiuti generazione dopo generazione non è un optional. E’ un istanza etica e politica di primaria grandezza.

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6 Responses

  1. ….un’apologia romantica all’efficienza del mercato….commovente davvero Silvano….e adesso non ci resta che entrare in una bella depressione che elimini tutti gli eccessi di capacita’ per ripartire da zero, no? senza regole, senza banca centrale, senza stato e senza politica – la mano invisibile e la meritocrazia distribuiranno la ricchezza in modo omogeneo, allocando il capitale in modo efficiente e garantendoci un futuro giusto e felice. negli ultimi anni i sostenitori dell’interventismo sono stati dimenticati e derisi, il blairismo e il clintonismo hanno de-regolamentato le nostre economie polarizzando la distribuzione della ricchezza e distruggendo l’equita’ sociale e inter-generazionale. abbiamo bisogno di piu’ rispetto, di regole nuove e giuste e di sostenibilita’. di politica nuova. non di meno politica.

  2. Pietro M.

    @Alberto Segafredo
    Vorrei la difesa argomentata di due tue tesi:

    1. Cosa c’entra la depressione? Quali sono le cause della grande depressione?

    2. Che c’entra l’equità con la crisi finanziaria?

    PS “la mano invisibile e la meritocrazia distribuiranno la ricchezza in modo omogeneo”: questa tesi non l’ha mai difesa nessuno.

  3. dario

    Ritengo che il problema non possa esssere semplicemente ricondotto alla diatriba interventismo si o no, keynesianesimo si e liberismo no o viceversa.
    Molto spesso ci si è facilmente nascosti dietro una politica di tipo keynesiano per far passare operazioni che poco avevano a che fare con interventi economici che in qualche misura dovevano avere lo scopo di creare economie esterne di sviluppo.
    In sostanza se si “buttano” le risorse dalla “finestra” non è necessariamnete detto che queste siano di stimolo, ma rimangono sempre delle risorse allocate in modo inefficiente. Anche l’interventismo in economia richiede pur sempre e preventivamente una corretta analisi economica

  4. Top

    Vorrei far presente che il clintonismo e il blairismo e il bushismo NON sono affatto pro-mercato: infatti il VERO liberismo della Scuola Austriaca (e della Thatcher) NON c’entra un fico secco con questi qua… infatti costoro hanno aumentato il peso dello stato (Bush junior e Blair) e scritto “regolette asinelle” (Clinton e Blair): anzi, per dirla tutta, Bush junior nel 2003 aveva proposto di ridurre il “peso” di FREDDY e FANNIE, ma l’opposizione (ovvero i Democratici) fecero di tutto per “intimorire” (a livello politico, sia chiaro) la maggioranza (ovvero i Repubblicani)… ah, se solo i Repubblicani avessero fatto il loro lavoro: oggi non avremmo quei disastri di FREDDY e FANNIE “fra i piedi”…

  5. Silvano_ihc

    @Alberto Segafredo
    Per ripartire con una struttura del capitale sostenibile. Non necessariamente dall’età della pietra. I processi sono dinamici. Molti imprenditori chiuderanno, altri cominceranno a prosperare. Solo l’incremento del risparmio possibile in un contesto monetario tendenzialmente sano può fornire nuova linfa al capitale. La politica ci sarà sempre. Sono l’allocazione politica e burocratica delle risorse a far pagare a tizio il conto di caio.
    Il mercato paga i risultati apprezzati e percepiti. Non il “merito oggettivo”, concetto lacunoso e astratto. Solo a scuola si premia l’impegno in quanto tale, nella vita e sul lavoro è il risultato che conta e se è ottenuto con il minimo sforzo, tanto meglio. Nessuno poi ha parlato di distribuzione omogenea della ricchezza, non rientra minimamente tra i miei valori. Gli uomini sono tutti diversi e diversi sono gli esiti di ciascuna vita. Sotto tutti i profili: economico, relazionale, sentimentale, culturale. Una società fatta di cloni non mi interessa, non ha niente da dire, non c’è niente da imparare. L’unico livellamento possibile è quello della pialla: verso il basso.
    Il regno della giustizia non è di questo mondo, mi accontento di una società libera che progressivamente si evolve, impara dai propri errori, e si perfeziona continuamente nell’assoluta certezza di essere comunque composta da uomini imperfetti che necessariamente vanno accettati come tali. La ricerca della felicità è la cosa più individuale e soggetta al tempo e agli umori del fato che vi sia. E’ un territorio precluso alla scienza economica o alla misurazione econometrica.
    La realizzazione di una supposta giustizia sociale e distributiva esigerebbe dai loro sostenitori la coerenza necessaria di spogliarsi pressoché di quasi tutti i loro averi presenti e futuri in favore degli individui più poveri al mondo, poiché non vi é merito alcuno nell’esser nati in Europa anziché in Uganda, né motivo alcuno di applicare tale concetto di uniformità sociale solamente al proprio stato nazionale anziché a tutto il consesso umano.

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