Le politiche keynesiane hanno portato la Gran Bretagna sull’orlo della rovina

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Riceviamo da Kevin Dowd e volentieri pubblichiamo:

Il miglior contributo al dibattito parlamentare sulla “finanziaria” d’emergenza del regno Unito è quello dato da Steve Baker, deputato eletto nella circoscrizione di Wycombe. Avvalendosi di un’analisi impeccabile e di fonti universalmente rispettate (ONS – Office for National Statistics – e Banca dei regolamenti internazionali) per i dati che ha citato, Baker ha dipinto un quadro spaventoso: le politiche fiscali dei governi dei paesi occidentali sono insostenibili, e lo erano anche prima che si verificasse la crisi delle ultime settimane.

Lo Stato non può continuare a indebitarsi, non può continuare a spendere e non può continuare a tassare. Né, tanto meno, può far sì (se mai lo ha potuto) che l’economia cresca, uscendo dalla situazione attuale. L’unica alternativa per ripagare il debito pubblico sarebbe innescare un periodo di elevata inflazione, ma ciò causerebbe una catastrofe simile a quella che colpì la repubblica di Weimar dopo la Prima Guerra Mondiale.

Tutto ciò comporta la prospettiva dell’insolvenza da parte dello Stato ed è tenendo presente questa possibilità (nonché il fallimento delle politiche keynesiane all’insegna del “più spendiamo, prima ne usciamo”) che è necessario giudicare questa storica legge di bilancio “straordinaria”. Le politiche keynesiane, fondate sui provvedimenti fiscali e monetari più dispendiosi, hanno portato il paese sull’orlo della rovina e devono essere ripudiate, esattamente come fu fatto dopo la crisi con il Fondo Monetario Internazionale del 1976, prima che il vampiro si risvegli.

I dati menzionati da Steve Baker sono decisamente preoccupanti: il debito pubblico è pari a 772 miliardi di sterline, di per sé non una somma intollerabile, ma completamente messa in ombra dagli impegni di spesa per le pensioni pubbliche, che portano il totale a 4.771 miliardi di sterline, sestuplicando il valore del debito. Se a questo aggiungiamo le obbligazioni delle banche, che oggi dipendono dallo Stato sotto più di un aspetto, arriviamo ad un valore (usando i dati dell’ONS) di circa 6.300 miliardi. Vale la pensa scriverlo per esteso: 6.300.000.000.000. Le cifre di questa grandezza hanno un tale numero di zero da risultare del tutto inconcepibili. Tuttavia, giusto per offrire un termine di paragone per questo valore, basti pensare che è pari a oltre quattro volte il PIL del Regno Unito.

Un miliardo qui, uno lì e senza nemmeno accorgercene ci troviamo a parlare di cifre piuttosto serie.

Queste cifre rendono inevitabile la bancarotta dell’Inghilterra, a meno che non vengano adottati provvedimenti estremamente drastici.

Mi dispiace calcare la mano, ma devo aggiungere che questi numeri, per quanto siano agghiaccianti e basati su fonti decisamente solide, non sono neanche lontanamente spaventosi quanto dovrebbero.

1: la maggior parte degli “esperti” ritiene che in futuro il rendimento degli investimenti e dei risparmi sarà inferiore al passato (equity premium più basso, eccetera). Di conseguenza dovremmo abbassare le nostre proiezioni relative ai rendimenti finanziari reali futuri. Solo questo rende molto peggiori le nostre prospettive.

2: la maggior parte delle proiezioni degli obblighi di spesa relativi alle pensioni ignora il “rischio di longevità”, ossia la possibilità che le persone vivano più a lungo del previsto, imponendo maggiori oneri al sistema pensionistico (si tratta del problema che ha colto alla sprovvista i presunti esperti, ossia gli specialisti in calcoli attuariali, almeno fino al 2000; basti pensare al crollo di Equitable Life). Il punto che sto cercando di esprimere è che i progressi nella riduzione della mortalità sono molto più grandi di quanto non appaia alla maggior parte degli osservatori, e che i risvolti per il futuro dei piani pensionistici sono decisamente preoccupanti. Per averne un’idea, basti pensare che, nei prossimi quarant’anni, da solo questo fattore potrebbe comportare un aumento della spesa pensionistica di circa il 40-50%. Gli esperti discutono già oggi della “coda tossica” dovuta la numero di anziani che potrebbe raggiungere e superare la novantina: solo questo potrebbe causare il fallimento di molti dei piani pensionistici che sono riusciti a sopravvivere al saccheggio dei fondi pensione effettuato da Gordon Brown, che ha mandato in rovina il sistema pensionistico non statale.

3: l’aspetto più importante, tuttavia, è che il sistema a ripartizione utilizzato per il finanziamento del sistema pensionistico e previdenziale è, in sostanza, uno schema Ponzi, ossia un piano finanziario a piramide. Una volta compreso questo punto, il resto viene da sé, con una certezza incontrovertibile e quasi matematica: i giovani vengono ingannati e costretti a contribuire in misura crescente ad un sistema che in cambio non gli darà niente, il problema non potrà che peggiorare e il suo crollo è comunque inevitabile. Ricordate Bernie Madoff?

4: ci si prospetta un futuro di guerra tra generazioni, in cui gli anziani (che traggono beneficio dal sistema) diventeranno più numerosi e avranno pretese sempre più esose (cure mediche costose, e via dicendo) per un periodo sempre più lungo, nell’aspettativa che i loro figli e i loro nipoti onorino impegni di spesa contratti prima ancora che nascessero. Il sistema è sempre stato sgradevole, ma oggi il piatto piange. Nel frattempo i più giovani dovranno saldare i debiti contratti per studiare all’università, non potranno permettersi di comprare una casa più confortevole, dovranno venire alle prese con un mercato del lavoro sempre più difficile e fare fronte a oneri fiscali crescenti e non avranno la sicurezza economica (pensioni e assistenza medica garantite, eccetera) dei loro predecessori: l’avranno pagata, ma non ne potranno godere.

Nel 1930 John Maynard Keynes pubblicò uno splendido saggio (Economic Possibilities for Our Grandchildren) nel quale immaginava la situazione economica dell’umanità di lì a cent’anni. Le sue considerazioni non hanno retto alla prova del tempo: Keynes prevedeva che il problema economico (la necessità di lavorare) sarebbe stato risolto e che per mantenerci avremmo lavorato appena tre ore al giorno. Egli si preoccupava degli effetti dell’enorme quantità di tempo libero e delle conseguenze della noia sulla salute mentale dell’umanità. Era lo stesso genio che ci ha detto che gli Stati devono uscire dalle recessioni a forza di spesa e che comunque, nel lungo periodo, saremo tutti morti.

Kevin Dowd ha tenuto fino a pochi mesi fa la cattedra di Financial Risk Management presso la University of Nottingham Business School. Attualmente è, tra l’altro adjunct scholar presso il CATO Institute in Washington. In italiano ha pubblicato Abolire le banche centrali (IBL Libri 2009).

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul blog dell’Institute for Economic Affairs, che ringraziamo per la gentile concessine alla traduzione e pubblicazione su chicago-blog.

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