6
Giu
2010

Tuiavii di Samoa non aveva nulla da imparare dagli europei, ma io ho qualcosa da imparare da Mario Tozzi

Il titolo bizzarro di questo post nasce dalla lettura di un articolo bizzarro di Mario Tozzi. La tesi di Tozzi è talmente bizzarra che non entro nel merito più di tanto. Cito solo due passaggi.

In un viaggio nell’Europa dell’inizio del XX secolo il mitico Tuiavii di Tiavea, sovrano delle isole di Samoa, metteva già alla berlina molti aspetti del progresso occidentale riducendoli a usanze strane e ridicole, come quella di suddividere il tempo, o malefiche, come quella di venerare il denaro come unico dio. Il capo indigeno concludeva la sua invettiva contro il papalagi (l’uomo occidentale) imponendo ai suoi sudditi di non recarsi mai in Europa, ché tanto non c’era nulla da imparare.

Tuiavii aveva capito che c’è una differenza fra gli uomini e gli altri viventi. Una sola, ma fondamentale, che spiega la nostra apparente supremazia e, insieme, il nostro precipitarsi verso la crisi ecologica più grave che l’umanità abbia mai attraversato… Ma non è difficile coglierla, è la stessa che non aveva invece compreso l’ultimo indigeno dell’isola di Pasqua mentre tagliava l’ultimo albero: non poteva ignorare che così facendo avrebbe condannato la sua gente alla fine. Eppure lo ha fatto. Perché? A causa dell’accumulo e del profitto, sconosciuti al resto degli animali e dei vegetali, ma ben noti proprio agli uomini, che più posseggono e più vorrebbero. Questa è di fatto l’unica differenza che conta.

Non so quale fosse il livello di benessere o la qualità della vita sulle isole di Samoa quando il saggio e tollerante Tuiavii viaggiava in Europa, facendosi beffe degli europei e imprigionando i suoi sudditi in patria perché tanto all’estero non c’era nulla da imparare. Ma non credo ci sia molto da dire.

La seconda citazione è ancora più bizzarra non tanto per il calembour sul profitto, quanto per l’esempio fornito da Tozzi. Infatti, la logica più elementare dà ragione all’ultimo abitante dell’Isola di Pasqua e torto a Tozzi. Poiché, in ipotesi, l’individuo di cui stiamo parlando era l’ultimo indigeno dell’Isola di Pasqua, egli coincideva con “la sua gente”. In quel momento, aveva due opzioni: tagliare l’ultimo albero (assumo che tagliando l’albero si sarebbe in qualche modo nutrito) oppure non farlo. Non facendolo, sarebbe morto di fame subito. Tagliandolo, sarebbe comunque morto di fame, ma relativamente più tardi. Quindi la sua scelta era tra morire subito o morire nel futuro. Alzi la mano chi, di fronte a una scelta simile, non avrebbe fatto la stessa cosa (cioè alzi la mano chi, soffrendo di una malattia curabile, non si lascia curare). Prolungando la sua vita, l’ultimo indigeno ha prolungato la vita della sua gente. Tozzi l’avrebbe condannato a morte per salvare l’ultimo albero, penso di poter inferire dal suo articolo. Così come avrebbe sostenuto il sovrano di Samoa e condannato i samoani a non allontanarsi mai dalle loro isole.

Tozzi sembra d’accordo con Tuiavii nel pensare che tanto i samoani  non avevano nulla da imparare dagli europei. Chiamatemi pure nostalgico, ma io resto affezionato all’idea che dagli altri si possa sempre imparare qualcosa. Persino da Tozzi. Infatti io non conoscevo la storia di Tuiavii di Samoa. Che non è bella ma è istruttiva.

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12 Responses

  1. marziano

    mi pare che tozzi sia al CNR e dico che se questo è il livello medio del CNR potevano tranquillamente tagliarlo.
    aloha

  2. Carlo Lottieri

    L’ecologismo radicale che avversa all’uomo e idolatra Gaia può solo schierarsi con i sovrani che ingabbiano i loro sudditi e può solo condannare la creatività individuale, il profitto, gli scambi. L’uomo non piace così com’è: sono molto meglio i batteri e le locuste. E allora anche un’isola come prigione può essere, entro questa cultura, una soluzione ragionevole.
    Date certe premesse, l’esito è scontato.

  3. “A causa dell’accumulo e del profitto, sconosciuti al resto degli animali”

    per il bene di tutti qualcuno racconti a Tozzi (e ai suoi amici) la storia della cicala e la formica.

  4. gengis

    E pensare che pensavo che quel che distingueva noi dal resto animale fosse la capacità di pensiero simbolico. Adesso mi tocca di pensare che ci distingua anche da Tozzi.

  5. Frankprevi

    Credo che al citazione dell’isola di Pasqua sia stata fraintesa. La maggior parte della vegetazione sull’isola è stata importata dai primi colonizzatori, questi sapevano bene che gli alberi (palme) servivano aproteggere le zone interne dai forti venti e consentire la coltivazione di vegetazione commestibile.
    Gli alberi non servivano per l’alimentazione ma sono stati tagliati per poter trasportare i Moai (le enormi statue) verso le coste.

  6. Claudio

    Il punto non è che l’ultimo uomo dell’isola di Pasqua abbia tagliato l’ultimo albero, il punto è stato il processo che ha portato la popolazione dell’isola di Pasqua a tagliarsi le gambe da sola a causa di un uso scorretto delle risorse a sua disposizione. Un uso più responsabile avrebbe ritardato o persino impedito l’estinzione della popolazione perché gli alberi si sarebbero esauriti più tardi o addirittura mai.

    Faccio un esempio simile perché al contrario di Tozzi io penso che l’uomo non si distingua in nulla.
    Pensiamo a certi virus di successo, tipo l’Ebola. E’ un virus talmente di successo che quando gli capita di prendere un uomo se lo porta via nell’arco di pochi giorni. Questo però fa si che l’uomo infetti meno persone di quanto farebbe un virus meno aggressivo (tipo l’influenza) e soprattutto ne causa la morte che di riflesso porta alla morte del virus stesso.
    Se riuscisse a infettare l’intera umanità la porterebbe all’estinzione portando infine alla propria estinzione per mancanza di “cibo”.
    Quindi? Non è più saggia l’influenza che mantiene il suo habitat quasi intatto?

  7. Egidio Bernini

    “Chiamatemi pure nostalgico, ma io resto affezionato all’idea che dagli altri si possa sempre imparare qualcosa. Persino da Tozzi. Infatti io non conoscevo la storia di Tuiavii di Samoa. Che non è bella ma è istruttiva.”
    Io invece conoscevo la storia di Papalagi (http://en.wikipedia.org/wiki/The_Papalagi) perché l’ho letta qualche anno fa; il suo autore è il tedesco Erich Scheurmann (che forse si è inventato tutto attribuendolo a Tuiavii di Samoa). La storia comunque è bella ed istruttiva e ne consiglio la lettura anche perché mi sembra che sia stata completamente mal interpretata. Vado a memoria ma di tutti i messaggi contenuti nel libretto di Scheurmann l’unico che proprio non ricordo è quello dato ai Samoani che in Europa non si impari niente. Purtroppo, caro Stagnaro, lei commenta qualcosa che nel libro non ha nessuna rilevanza, sviato dall’articolo di Tozzi che peraltro mi sembra molto impreciso e malscritto anche quando parla dell’isola di Pasqua. Tozzi probabilmente voleva dire che gli abitanti dell’isola di Pasqua non si accorsero di stare distruggendo le risorse naturali ad una velocità superiore a quella con la quale si riproducevano, causando cosi il collasso della loro civiltà. Quindi non concordo con lei neanche quando afferma che persino da Tozzi c’è da imparare. Infatti nell’articolo di Tozzi c’è ben poco da imparare. Tuttavia mi sarei aspettato da lei un po’ piu’ di serietà: perché non andare a leggere le fonti dirette (Papalagi di Scheurmann e probabilmente “Collasso” di Jared Diamond per la civiltà dell’isola di pasqua) invece di commentare i riassunti malfatti di Tozzi ?

  8. Carlo Stagnaro

    @Egidio Bernini: ammetto che non sapevo nulla di Tuiavii di Samoa e ora lei mi ha incuriosito. Ho letto invece Diamond e l’ho trovato molto poco convincente. Però il mio obiettivo, in questo post, non era né verificare la storia di Papalagi, né fare il controcanto a Diamond. Il mio obiettivo era mostrare che l’articolo di Tozzi era insostenibile perfino prendendo per buono tutto quello che diceva. Del resto, la maggior parte dei lettori della Stampa non hanno tempo o voglia di verificare se la versione che Tozzi dà di “Collasso” e della storia di Papalagi sia fedele. La maggior parte dei lettori si confronta con quello che ha scritto Tozzi. E, da questo punto di vista, è per me importante distinguere tra quello che Tozzi dice e quello che “voleva dire”: penso anch’io che intendesse quello che dice lei, ma scrive quello che critico io. Lei chiede: “perché non andare a leggere le fonti dirette… invece di commentare i riassunti malfatti di Tozzi?”. La mia risposta è semplice: perché i lettori della Stampa leggono Tozzi. Ed è cosa buona e giusta, oltre che bella e istruttiva, mostrare quanto essi siano inconsistenti persino prendendo per buono quello che dice.

    PS Per carità di patria non mi sono accanito sul passaggio più insostenibile dell’articolo, più ancora di quello su Samoa e l’Isola di Pasqua, cioè quello in cui sostiene che la fabbricazione della plastica contravvenga al principio per cui nulla si crea e nulla si distrugge…

  9. Egidio Bernini

    @Carlo Stagnaro: io capisco che lei voglia sbertucciare Tozzi e in questo articolo ha gioco facile. Ha già ricordato l’insostenibilità della frase sulla plastica e che dire allora di quando scrive “a causa dell’accumulo e del profitto, sconosciuti al resto degli animali e dei vegetali, ma ben noti proprio agli uomini”. I vegetali che cercano di imparare il profitto ?
    Pero’,mi sembra, lei critica Tozzi alla fine per criticare le idee che Tozzi ha malamente raccattato in giro prendendole da pensatori coi quali, sono sicuro, lei è in disaccordo ma che sicuramente hanno un altro livello rispetto al Tozzi. Insomma in conclusione non vorrei che chi legge il suo post pensasse che tutto il pensiero (lo vogliamo chiamare ecologista ? antieconomicista ?) sia degnamente rappresentato dalle banalità del Tozzi. E quindi smontato lui smontato in toto anche il pensiero. Tutto qui. Per il resto, secondo me è ancora più criticabile La Stampa che ospita un articolo cosi malpensato e mal scritto.

  10. andrea dolci

    Ma Tozzi non ha mai riflettuto sul fatto che diverse civilta’ come i Maya, i Sumeri o gli abitanti dell’Isola di Pasqua si sono di fatto autoestinte senza essere schiave del profitto e del capitalismo ?

  11. Osvaldo

    “Poiché, in ipotesi, l’individuo di cui stiamo parlando era l’ultimo indigeno dell’Isola di Pasqua, egli coincideva con “la sua gente”. In quel momento, aveva due opzioni: tagliare l’ultimo albero (assumo che tagliando l’albero si sarebbe in qualche modo nutrito) oppure non farlo.”

    Per confutare l’affermazione di Tozzi lei è partito dall’assunto (sbagliato) dell’ultimo superstite. Al contrario l’ultimo albero fu tagliato quando sull’isola vivevano ancora qualche migliaio di abitanti, successivamente dediti anche al cannibalismo.

  12. Premesso che, per curare un malato (grave) vi sono diverse terapie, nessuna sicuramente risolutiva a priori, ho l’impressione che uno spettro si aggiri per l’Europa. E non solo per l’Italia.
    E’ lo spettro del Ponte sullo Stretto di Messina.
    Il suo progetto definitivo sarà approvato a giorni e io – che, da molti anni, seguo le sue vicende dalla seconda fila – non sono affatto convinto che non sarà mai costruito. Come invece credono la stragrande maggioranza degli Italiani, soprattutto quelli che contano, grande stampa, opinion maker o poteri forti che siano.
    Il fatto è che quasi tutti guardano all’opera come un fatto privato di Siciliani e Calabresi, mentre in realtà è un tema di politica mediterranea dei trasporti.
    Salto a piè pari le poco significative – perché mi paiono facilmente confutabili – obiezioni sulle difficoltà tecniche e finanziarie, sulla mafia e sulla non-priorità dell’opera e tento di spiegare quanto affermato.
    Se gli scambi commerciali tra Africa ed Europa si svilupperanno su navi per la maggior parte del loro percorso, i porti di Valencia, Barcelona, Marsiglia, Genova, Trieste, etc saranno, all’incirca, sullo stesso piano e dovranno farsi concorrenza sui costi e sulla qualità dei servizi offerti.
    Una soluzione alternativa è rappresentata dal passaggio attraverso l’Italia, e la Sicilia in particolare. Che riduce enormemente il percorso via mare rendendo quantomeno concorrenziale quello prevalentemente ferroviario, più rapido, più capillare e meno inquinante. Prego di non obiettare che, sotto Battipaglia non c’è né A/V né A/C ferroviaria. E’ proprio questo il punto: la visione strategica della politica dei trasporti.
    Avere collegamenti A/V e A/C tra Augusta (il terminale europeo più vicino all’Africa) e il cuore d’Europa consente al nostro Paese di non competere alla pari con gli altri, ma di utilizzare qualcosa che gli altri non hanno.
    Perché rinunciare a uno strumento donatoci da Madre Natura, per secoli decisivo?
    Certo, ho volutamente cercato di banalizzare un problema molto più complesso e dagli innumerevoli risvolti. So bene che c’è chi è convinto che sarebbe molto più utile investire i 6/7 miliardi di euro previsti per il Ponte nel Terzo Valico dei Giovi (stesso costo), così da allargare il retroporto di Genova fino ad Alessandria.
    Ma non voglio dilungarmi troppo in argomentazioni a favore o contro, visto che per curare un malato (grave) vi sono diverse terapie.
    Ricordo solo che, negli Allegati Infrastrutture ai DPEF di tutti i Governi degli ultimi anni (compreso quelllo con Di Pietro Ministro della Infrastrutture) si argomenta in modo molto efficace che il Corridoio Berlino-Palermo (con Ponte) sarebbe utilissimo per il Paese intero. E quei DPEF – previsti dal nostro sacro dettato Costituzionale – indicano le linee guida della politica infrastrutturale del Paese.
    Possibile che tanti Governi e tanti Ministri, nei vari anni, li abbiano approvati senza leggerli (o senza capirli)?
    Giovanni Mollica

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