27
Mag
2010

La teoria austriaca del ciclo economico: un po’ di chiarezza

di Anthony J. Evans

Questo articolo è stato pubblicato originariamente il 25 maggio 2010 sul blog dell’Institute of Economic Affairs, che ringraziamo per la gentile concessione alla ripubblicazione su chicago-blog.

Il mese scorso Martin Wolf si è chiesto sulle pagine del Financial Times: «L’economia “austriaca” spiega le crisi economiche meglio delle altre scuole di pensiero?».

Dopo aver ammesso che i modelli neoclassici «non si sono certo segnalati per la capacità di prevedere la crisi e di proporre le possibili risposte», Wolf ha evidenziato che alcune tesi “austriache” sono state convalidate dai fatti: «una politica monetaria mirante a mantenere un livello prefissato d’inflazione è intrinsecamente destabilizzante; il sistema della riserva bancaria frazionaria crea esplosioni di credito impossibili da gestire; il “malivestimento” globale che ne consegue spiega il successivo crollo del sistema finanziario».

Disgraziatamente, a questo punto Wolf commette l’errore di confondere le cause della crisi con il dibattito sulle politiche più idonee ad innescare la ripresa: «gli austriaci affermano inoltre – esattamente come i loro predecessori negli anni Trenta – che la risposta giusta consiste nel permettere la liquidazione di tutti i rami secchi, continuando a mantenere il pareggio di bilancio mentre l’economia va a rotoli. È questa ricetta che trovo poco convincente».

Per iniziare, se si spera di trovare nella teoria austriaca del ciclo economico una spiegazione teorica esauriente di: (1) il boom artificiale, (2) la recessione economica e (3) le politiche più idonee ad alimentare nuovamente la crescita, è probabile rimanere delusi. Ma se sarebbe assurdo pensare che una sola scuola di pensiero (per giunta sconosciuta ai più) possa fornire una risposta conclusiva a tutte le questioni proposte, sarebbe irragionevole rifiutare le parti che reggono alla prova dei fatti solo perché non riescono a spiegare tutto.

I concetti “austriaci” equivalgono sostanzialmente ad una teoria dei boom economici non sostenibili indotti dalla disponibilità di credito. Si tratta pertanto di una teoria non applicabile a tutti i cicli di espansione e contrazione e originariamente non aveva neppure lo scopo di indagare il processo di ripresa economica (Hayek aveva etichettato questa parte “deflazione secondaria”, lasciando intendere che il problema primario era un altro, ossia il malinvestimento di beni capitali). Le più famose storie della Grande Depressione in chiave austriaca si sono occupate della fase di espansione, più che della crisi e della recessione: The Great Depression di Lionel Robbins è stato pubblicato nel 1934 e America’s Great Depression (La grande depressione, Rubbettino 2008) di Murray N. Rothbard si ferma al 1932. Consiglierei quindi a Martin Wolf di non considerare le idee austriache alla stregua di sostituti di tutte le altre spiegazioni, ma di seguire un sistema più opportunistico: la teoria austriaca spiega il boom, mentre per spiegare la recessione sono necessarie anche le idee di Keynes e dei monetaristi.

In secondo luogo, Wolf offre un’immagine falsata delle spiegazioni che gli austriaci danno delle depressioni economiche. La tesi del “liquidare tutto” è falsa, giacché molti economisti austriaci riconoscono che riuscire ad evitare una contrazione monetaria può prevenire una spirale deflazionistica che porterebbe alla depressione. In virtù della complessità di questa politica, il ragionamento tende a spostarsi dalla politica monetaria ai regimi monetari, giacché gli austriaci hanno un programma di riforme del settore bancario che in futuro potrebbe prevenire le crisi. Il problema è che solo gli austriaci affrontano a viso aperto la dura realtà economica che nessun pasto è gratis: una volta che i malinvestimenti sono stati fatti, la correzione di rotta è onerosa. Ciò non significa che gli esponenti politici debbano limitarsi a “non far nulla”, ma solo che ogni sforzo deve concentrarsi sulla capacità dei mercati di funzionare come dovrebbero.

Per convincersene, prendiamo la replica di Paul Krugman alla domanda di Wolf: «perché non si verifica una disoccupazione analoga durante la fase di espansione, quando i lavoratori vengono trasferiti alla produzione di beni?». Beh, in realtà durante il boom la disoccupazione esiste: secondo un recente studio, ogni anno nel Regno Unito vengono perduti 2,65 milioni di posti di lavoro nel settore privato (ma tendiamo a non accorgercene, perché ne viene creato un numero superiore). Concentrarsi sul livello di occupazione “complessivo” impedisce di rilevare gli aggiustamenti che vengono continuamente effettuati, mano a mano che gli individui passano da un posto di lavoro all’altro al variare delle condizioni economiche. In effetti anche Krugman dà l’impressione di credere che alla fase di espansione debba corrispondere una “sovrainvestimento”. Sebbene ciò non sia del tutto sbagliato, la tesi austriaca è che durante il boom vi sia un problema di malinvestimento: esaminare le variabili nell’aggregato impedisce di cogliere queste sottili differenze.

Il problema è che gli economisti neoclassici credono in un modello di flusso circolare che fa astrazione dal tempo. Gli austriaci, viceversa, sono consapevoli del fatto che gli investimenti in beni capitali avvengono al passare del tempo. Come ha detto Roger Garrison: «la specificità e la durevolezza del capitale di lungo periodo non permette in generale una tempestiva inversione di rotta». Ovvero, per citare Arnold Kling, «ogni boom è lento e ogni crollo è repentino» (è interessante osservare che John Hicks ha commesso lo stesso errore nella sua critica agli austriaci: si direbbe che Krugman non se ne sia accorto e che non conosca la letteratura secondaria che ciò ha prodotto).

In sintesi, il contributo delle idee austriache dipende dalla nostra opinione in merito alla solidità dell’economia prima della crisi. Come spiega Garrison, vi sono due concezioni alternative: «il crollo è avvenuto: (a) nel pieno di una fase di sana crescita a causa della completa inettitudine della banca centrale; oppure (b) sul finire di un’espansione indotta politicamente intrinsecamente insostenibile e nel marasma della confusione in merito alla natura del problema e dei mezzi migliori per affrontarlo?».

Se rispondete (a) siete un monetarista e non è un caso che le idee austriache vi appiano strane. Ma se rispondete (b), il mio consiglio è di imparare qualcosa di più su una teoria che spiega le crisi economiche con tanta maestria.

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11 Responses

  1. Enrico

    mi chiedo perchè la risposta (b) non possa essere condivisa anche da un monetarista. riconoscere il fatto che la politica monetaria influisca sull’ economia attraverso certe dinamiche non preclude le altre considerazioni sull’ (inopportuna) interferenza della politica nelle attività economiche.

    voglio dire: il malinvestimento finanziario americano è stato determinato in buona parte dal fatto che il governo sosteneva una politica volta a “dare una casa a tutti”. Fannie Mae e Freddie Mac hanno finanziato il mercato dei mutui con questo obbiettivo. certo, il basso costo della moneta ha facilitato tutti gli investimenti – e quindi anche quelli “a rischio”, come i mutui sub-prime – ma il contributo maggiore è stato dato dall’ azione del governo. quindi perchè un monetarista non dovrebbe sostenere queste cose ?

  2. @ Enrico
    Il problema dei monetaristi sta nelle soluzioni offerte a monte in merito alla riserva frazionaria a fronte di quella integrale proposta dagli austriaci.
    Friedman per certi versi anche con la riserva frazionaria giustifica il ruolo attivo della Fed e quindi della sua erogazione di denaro a bassi tassi d’interesse, come infatti è avvenuto nel periodo di Greenspan pre-crisi anche in assenza di recessione nel tentativo indiretto di regolamentare e riequilibrare o controbilanciare i trust e gli istituti privati entro la visione di un mercato comunque regolato politicamente.
    A seguito dello scoppio della bolla, i monetaristi ritengono entro il modello della Grande Depressione di Schwartz e M. Friedman di dover erogare denaro per breve periodo nel tentativo di impedire la presunta deflazione dei costi dei beni e ovviamente il ritiro dei risparmi dalle banche, appare evidente come questo breve periodo di erogazione monetaria diventi bernankeianamente una giustificazione al keynesismo permanente.
    Appare evidente quindi come i monetaristi propongano sia prima che dopo lo scoppio della crisi la medesima ricetta che tral’altro l’ha causata.
    Le differenze allora con il keynesismo appare in questa ottica sempre più volatile.
    Il monetarismo in sostanza è una forma di keynesismo soft nel tentativo eccezionale di contenere il sistema entro le sue stesse regole valuta ovviamente altri fattori rispetto ai costante interventismo Keynesiano, ma appare evidente come l’intervento monetarista con le medesime ricette adottate normalmente dai Keynesiani di fatto pongono/riducono il monetarismo a parentesi entro la dinamica keynesiana.
    La convergenza delle soluzioni (elicottero friedmaniano e moltiplicatore keynesiano) e per certi versi anche delle cause, legate alla quantità di moneta in circolo pone il monetarismo fortemente in analogia più con il neokeynesismo (di “normale” intervento) che con la teoria austriaca, in particolare entro una analisi temporale dell’intera operazione prima e dopo lo scoppio della bolla.
    La fiducia e la sfiducia di M. Friedman sull’intervento della politica e delle istituzioni è alquanto ambigua e altalenante oltrechè utopica (autolimite del governo) anche oggi giorno.
    La crisi europea e quella americana in corso mostrano le forti analogie tra keynesismo e monetarismo come sviluppo in parallelo verso le medesime logiche e conseguenze.
    Ciao da LucaF.

  3. Pietro M.

    @ Enrico: per i monetaristi il boom non è un problema, altrimenti agirebbero per prevenirlo. Per Friedman gli anni ’20 non erano un boom insostenibile, ma un miracolo del libero mercato: lo stesso vale per il boom dal 1995 al 2007. Per gli austriaci la crescita inflazionsitica è fittizia, e le radici della crisi vanno cercate nel boom precedente.

    @ Luca F.: Friedman non è per il credito facile, se si fosse seguita la K% rule di Friedman non ci sarebbe stata alcuna crisi (e alcuno boom). E’ però vero che quando arriva la recessione i monetaristi perdono i nervi e diventano dei keynesiani moderati.

    @Tutti: sto scrivendo un commento a Evans, che pubblicherò tra poco. L’articolo di Evans è ottimo e chiarisce molte erronee interpetazioni della teoria austriaca. Ci sono un paio di commenti da fare, ma solo sui dettagli.

  4. michele penzani

    «una politica monetaria mirante a mantenere un livello prefissato d’inflazione è intrinsecamente destabilizzante; il sistema della riserva bancaria frazionaria crea esplosioni di credito impossibili da gestire; il “malivestimento”…
    Dal mio modesto punto di vista: creare un Eden di credito di base per ottimizzare, se non illimitare, teoricamente le potenzialità di un qualsivoglia sviluppo, non può che generare, ad ogni livello produttivo e di scambio, un forte gap tra “volere e potere” a discapito di quest’ultimo.
    Che l’opera di Greenspan alla FED gli abbia fatto pensare che ciò generasse quella che lui stesso definì “era della turbolenza” (affidandosi ottimisticamente alla “mano di Adam Smith”, per poi scusarsi anche pubblicamente nel bel mezzo della crisi dei mutui subprime statunitensi), credo coincida proprio con questo gap…Tra l’altro anche nei settori dei prodotti finanziari, fino ad arrivare al credito al consumo, si percepisce proprio la natura di “organizzare” una compra-vendita in funzione di una ipotetica movimentazione del credito, che oggettivamente non coincide con la disponibilità di liquidità del momento. Ciò che manca, a mio avviso, è una plausibile analisi di come, allo stato attuale delle cose e mantenendo una politica monetaria “monetarista”, come tale gap possa tendere al riequilibrio. Intuitivamente si potrebbe ritenere che questo stato delle cose potrebbe paradossalmente incentivare posti di lavoro o quantomeno la tendenza a migliorare qualità e servizio dei beni offerti sul mercato, cosa che non sta avvenendo. Ma ci si dovrebbe chiedere se non avviene perchè si stanno “sgonfiando” le parentesi speculative che il sistema ha creato (malinvestimenti), anche a livello politico…Se ciò fosse vero, ci si dovrebbe attendere una ripresa della produzione proporzionale a tale “gap” (o bolle), che la politica monetarista delle banche ammortizzerebbe seguitando però a controllare l’inflazione.

  5. «una politica monetaria mirante a mantenere un livello prefissato d’inflazione è intrinsecamente destabilizzante; il sistema della riserva bancaria frazionaria crea esplosioni di credito impossibili da gestire; il “malivestimento”…
    se per inflazione si intende “inflazione dei prezzi”, è vero.
    se per inflazione si intende, austriacamente, il tasso di crescita dell’offerta di moneta, va ricordato che una riserva 100% con moneta aurea o fissata all’oro comporta un tasso di inflazione costante al pari della k% rule di Friedman (come dice Pietro, la k% rule non avrebbe creato crisi perché non avrebbe creato antecedenti boom… poi mancando di una analisi del ciclo economico i monetaristi “perdono la testa” davanti a crisi che la loro teoria non comprende e non può per costruzione comprendere perché guarda “oltre” le fasi cicliche).

  6. @ Pietro M.

    “Friedman non è per il credito facile, se si fosse seguita la K% rule di Friedman non ci sarebbe stata alcuna crisi (e alcuno boom). E’ però vero che quando arriva la recessione i monetaristi perdono i nervi e diventano dei keynesiani moderati.”

    Concordo dato che è vero come M. Friedman si fosse speso per un limite di applicazione alle sue stesse teorie (con un intervento pubblico politico solo momentaneo per un breve periodo iniziale in caso di recessione), il problema è che la Schwartz e altri neoconversi keynesiani (vedi Bernanke) sono propensi nel ritenere (leggasi estendere) le teorie di M. Friedman anche ben al di là del semplice primario salvataggio dei risparmi, trasformandolo in un corollario di keynesismo tout court.
    Resta comunque evidente come M. Friedman entro la teoria della Grande Depressione non valuti correttamente la situazione pre-recessione (anni ’20 e governo di Hoover) in termini di massa monetaria in circolo, almeno rispetto alla scuola austriaca (vedi critica di Rothbard a tale artificioso periodo di crescita non dovuta secondo gli austriaci al libero mercato ma alla FED).
    Saluti da LucaF.

  7. Enrico

    @ Luca F. e Pietro M.

    il monetarismo prevede che un ruolo importantissimo dell’ economia (l’ erogazione di moneta) sia gestito da un ente statale (la banca centrale). quindi capisco l’ accusa di “keynesismo soft”. c’è da dire però – come ha ricordato Pietro M – che l’ obbiettivo dichiarato è fornire la quantità di moneta necessaria al sistema senza provocare un alto tasso di inflazione annua. concordo pienamente sul fatto che una crescita affetta da inflazione elevata non sia vero sviluppo; tuttavia il tasso di inflazione negli USA durante gli anni precedenti alla crisi è stato piuttosto contenuto. qui i dati:

    http://inflationdata.com/inflation/Inflation_Rate/HistoricalInflation.aspx

    siamo sul 2.8% annuo di media dal 2000 al 2007 (compresi). è superiore agli obbiettivi della BCE (2% l’ anno), ma non mi sembra un dramma. in Italia l’ inflazione media annuale nello stesso periodo è stata del 2.3% (ho usato di dati di questo sito: http://www.rivaluta.it/inflazione.asp ). si potrebbero stabilire altri limiti al tasso di inflazione annuale (che ne so: l’ 1% ) ma credo che tra la visione keynesiana – crescita alimentata artificialmente senza tener conto dell’ inflazione – e quella monetarista – mantenimento della stabilità dei prezzi – ci sia una differenza teorica sostanziale. non metto in dubbio che attualmente ci siano delle deviazioni dal pensiero dei “padri del monetarismo”, ma la teoria originale ha un’ impostazione che difficilmente definirei statalista o keynesiana. l’ interventismo permesso dai monetaristi è quello di una banca centrale il cui compito non sia assecondare le volontà inflazionistiche dei politici, ma la stabilità generalizzata dei prezzi.

    anche con un “gold standard” ci sarebbe sempre qualcuno a decidere quanto oro estrarre e quanto utilizzarne per l’ emissione di moneta – posto che esista abbastanza oro per coprire la crescita del PIL di ogni paese al mondo.

    insomma, quello che dicevo nel mio primo commento è che concordo sul fatto che la crisi sia stata originata fondamentalmente dall’ intervento governativo. tuttavia, capisco poco le accuse rivolte alla Fed: imputare la crisi al basso tasso di sconto mi sembra come accusare la forza di gravità quando un tizio lascia cadere un mattone sulla testa di un altro. il basso costo del denaro ha facilitato i “malinvestments”, ma la responsabilità non ricade forse sulle banche (quelle “government-sponsored” e quelle private) che li hanno operati e agevolati ?

  8. Pietro M.

    Quando gli austriaci parlano di inflazione intendono gli aggregati monetari, non il livello dei prezzi. L’inflazione monetaria c’è stata eccome… che non sia sfociata in inflazione die prezzi è solo perché c’è stata innovazione tecnologica, perché le bolle speculative hanno concentrato liquidità fuori dai mercati dei beni finali, perché la globalizzazione ha aumentato l’efficienza, eccetera. Questi fenomeni hanno mascherato gli effetti sui prezzi dello squilibrio creditizio, rendendo il boom più lungo e più pericoloso.

  9. Pietro M.

    Quello di considerare la macroeconomia in equilibrio perché i prezzi sono stabili è un errore già fatto da Irving Fisher negli anni ’20, e che continua ad essere ripetuto dai monetaristi ogni volta che c’è un boom.

    La nuova moneta però non è iniettata nei mercati dei beni di consumo: è iniettata come investimento. Se genera inflazione dei prezzi finali è solo perché circola più moneta lì di quanti nuovi prodotti i nuovi investimenti permettono di produrre, ma è un fenomeno relativamente tardivo nel boom: nelle prime fasi la produzione aumenta e i prezzi sembrano stabili nonostante l’espansione monetaria.

  10. Pietro M.

    Per quanto riguarda le banche, ovviamente sono la cinghia di trasmissione della politica del credito, senza le quali non ci sarebbe ciclo economico secondo gli austriaci.

    Ma il singolo banchiere non può nulla: se la banca centrale dà soldi facili e garantisce di tagliare i tassi se qualcosa va male, crea moral hazard. Se il singolo banchiere si oppone, altri banchieri gli ruberanno il mercato. Se arriva la crisi, le banche che hanno errato verranno aiutate. Il risultato è che PREVENIRE la crisi è una tragedy of the commons dal punto di vista delle banche.

  11. Biagio M.

    Per Hayek, l’entità e la natura della crisi di oggi è determinata dal modo in cui siamo usciti dalla crisi di ieri. E il modo con cui i governi (e le banche centrali) pensano di uscir fuori dalla crisi di oggi è dannatamente inflazionistico. I mercati, ovviamente, hanno avvertito il trend e non sono disposti a finanziare i colossali debiti pubblici agli attuali tassi d’interesse, in una prospettiva di svalutazione. L’economia dell’abbondanza è finita; ma nel mondo keynesiano in cui viviamo, molti ancora s’illudono che esistano rimedi a buon mercato.
    P. S. Hayek ha fatto pure una chiara analisi del problema costo del lavoro e flessibilità dei salari: l’analisi ausrtiaca del ciclo non ha trascurato quest’aspetto.

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