La manovra, l’ignoranza, e Caltagirone nel mirino

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All’indomani della manovra varata dal governo, quel che colpisce è la persistenza di un’elevata e diffusa inconsapevolezza. Le classi dirigenti di un Paese non sono solo quelle politiche. Accademia e cultura, sindacato e professioni, banche e imprese, alta amministrazione e magistrati. Tutto ciò compone insieme la spina dorsale di un Paese, il suo sistema nervoso, il suo apparato muscolare. La correzione dei conti pubblici mostra sino ad ora che la grande eccezione all’inconsapevolezza diffusa viene dall ‘impresa – domani ne avremo conferma,. all’assemblea di Confindustria -, dalla banche, e da una parte del mondo sindacale, Cisl e Uil. Quella parte di classe dirigente sembra aver capito che cosa ha veramente indotto Berlusconi e Tremonti a metter mano alla manovra correttiva. Semplicemente, il fatto che da qualche mese siamo entrati in un nuovo capitolo della grande crisi che ci accompagna dall’estate 2007.

Il capitolo che riguarda la sostenibilità dei debiti pubblici. Tra 4 anni, il debito pubblico dei Paesi industrializzati in assenza di correttivi supererà il 110% del loro Pil. Gli Stati Uniti per primi hanno un deficit pari al 12,5% del Pil. Il totale del debito americano piazzato sui mercati – sommando quello pubblico, delle imprese, delle banche e delle famiglie – è oggi al picco record nell’intera storia americana, supera il 360% del PIL degli USA, rispetto al 303% raggiunto negli anni Trenta. E altre migliaia di miliardi di carta pubblica dovranno essere piazzati sui mercati, negli anni a venire.

I mercati negli ultimi tre mesi hanno segnalato con forza che tale prospettiva è insostenibile. Per questo, attualmente, in ben 22 Paesi OCSE sono in corso manovre correttive energiche e incisive del deficit e del debito pubblico. E’ la consapevolezza di questo mondo nuovo, che scopre il bluff di sistemi sociali minati dal troppo debito accollato anche per via della crisi alle spalle delle prossime generazioni, ciò che molti stentano ancora a capire, continuando ragionando come se tutto il mondo avanzato continuasse a vivere nel mondo di ieri. E’ questa l’unica, grande, nuova e profonda consapevolezza che tutte le classi dirigenti dovrebbero condividere.

Ed è esclusivamente alla luce di tale consapevolezza, che vanno commisurati i tre criteri fondamentali della manovra correttiva, prima del merito di ogni singola misura.

Il primo è quello dei tagli al deficit e alla spesa. I 24 miliardi di correzione biennale del tendenziale italiano sono oggettivamente assai meno dei 100 miliardi in 4 anni annunciati dalla Francia, che ha un deficit pubblico superiore al 7%, o dei 50 miliardi annunciati dalla Spagna. Sono invece nell’ordine di grandezza del Paese leader dell’eurozona, la Germania dove Angela Merkel propone tagli di 10 miliardi annuali nel biennio. Se si considerano le reazioni italiane, ecco invece che medici e magistrati, professori universitari e amministratori locali, dipendenti ministeriali e politici di quasi ogni partito, aggiungono ciascuno la propria voce nel bocciare i tagli ai propri danni come iniqui. Ma se coloro che protestano disegnano una buona fotografia del Paese, è una conferma del fatto che i tagli sono stati spalmati e distribuiti. Una classe dirigente consapevole dovrebbe sapere qual è il è problema vero: che i rinvii di aumenti ai dipendenti pubblici o la sospensione delle prossime finestre previdenziali non mettono ancora mano strutturalmente alle determinanti delle maggiori voci di spesa pubblica, quella per il welfare al 24% del Pil, quella previdenziale al 16%, quella in retribuzioni pubbliche all’11%. L’accanimento dei politici locali nella difesa della decina di piccole Province finalmente da abolire sarebbe comica, se non apparisse drammatica. Gli oltre 10 miliardi a carico di Regioni e Comuni sono rilevanti: ma nel decennio alle nostre spalle la spesa corrente centrale è cresciuta del 38%, quella locale di quasi l’80%. Le resistenze di politici e dirigenti pubblici a tagliare enti inutili ed elargizioni autoattribuite appaiono desolanti.

Il secondo criterio è quello delle entrate. Il governo mette in campo un fortissimo potenziamento della lotta all’evasione e all’elusione. Si tratta di passare dagli oltre 9 miliardi concretamente recuperati nel 2009 – rispetto ai 6,4 di due anni prima sotto il centrosinistra – a 11 miliardi nel 2011, a 24 nel 2012. Dalla regolarizzazione catastale alle misure antifrode sull’estero, dalla tracciabilità a 5mila euro su cui Alberto Mingardi fa bene a ironizzare -ma Visco la voleva a 100 – alla fattura telematica obbligatoria oltre i 3mila euro, sono inasprimenti durissimi. A me, sena meno tasse, non piacciono.

Inoltre,  c’è una sicura eccezione al vincolo “nessuna nuova tassa” e al “tutti devono contribuire”: il nuovo regime riservato ai fondi comuni d’investimento immobiliare, ai quali l’inopinata a decadenza di una possibilità statutaria sino a ieri legittima per Bankitalia riserva una tassa patrimoniale dell’8% o del 12% della propria consistenza di portafoglio, per di più retroattiva, in violazione dello Statuto del contribuente. Un orrore, per di più in violazione di un altro sacro principio liberale: questa norma infatti ha un nome e cognome, è per sei ottavi contro il solo Francesco Gaetano Caltagirone,visto che circa 60 degli 80 milioni di gettito atteso li verserà il suo solo gruppo.

 In ogni caso, maggioranza e governo devono ricordare che hanno un contratto con gli italiani: le tasse su lavoro e impresa devono scendere, e di parecchio, di qui a tre anni. Ed è per questo che occorre tagliare tanta altra spesa pubblica in più.

Infine il terzo criterio, la credibilità. Perché questi 24 miliardi di misure annunciate si confermino ai mercati come una diga credibile, non vi devono essere esitazioni nei lunghi mesi di conferma di questi obiettivi, nella conversione parlamentare del decreto come nella finanziaria di fine anno, che li dovrà tradurre in precisi capitoli di bilancio. Ogni ripensamento e dubbio, ogni annacquamento e bizantinismo, riporterà il mercato a puntare le sue artiglierie. Sarebbe bene lo capissero tutti, che siamo solo all’inizio di una lunga revisione del modello europeo, l’area del mondo che per via del suo Stato cresce meno al mondo.

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