11
Mag
2010

Cinque domande e un libro sull’exit strategy

Exit strategy, se ne parla da un anno almeno, da quando cioè FED e amministrazione americana nel primo semestre post Lehman avevano oramai messo in atto tutte le strategie considerate possibili e necessarie di salvataggio bancario e di sostegno al mercato, l’Europa aveva disordinatamente compiuto i suoi salvataggi bancari con metodologie distinte da Paese a Paese e rifiutando ogni strumento anticiclico condiviso a livello comunitario, da quando la Cina ad aprile 2009 aveva riorientato la propria crescita sul mercato interno ancorando a sé il più dell’export del Pacific Ring, e infine col G20 e col Financial Stability Board si era avvita una nuova cornice multilaterale di governance finanziaria. Eppure, dopo un anno e mezzo, l’exit strategy resta una formula fai-da-te, non si è affatto calata in grandi riforme condivise né nel campo dell’intermediazione finanziaria, né in quello dei cambi delle monete, né in quello commerciale. L’Europa si è salvata a malapena dal disastro all’ultimo secondo, domenica scorsa, ancora una volta per effetto delle sue divisioni su che cosa davvero sia, l’exit strategy. Su questo, rinvio al video di oggi qui a fianco, e alla versione di Oscar di stamane con Mario Seminerio.

Perché è diabolicamente vero. Impiegammo quarant’anni tondi prima di condividere davvero in maniera razionale la sequela di errori da cui era nata e per anni si era alimentata la crisi del 1929: solo con la storia della politica monetaria americana scritta da Milton Friedman e Anna Schwarz keynesiani e antikeynesiani si misero d’accordo una volta per tutte, sul prontuario degli errori da non ripetere e su cosa fare per scongiurare un nuovo disastro planetario. Solo che quella ricetta valeva e vale per le crisi di liquidità, come fu quella del 29. Non per quelle di solvibilità, di solvibilità degli intermediari finanziari di debito privato, da Lehman in avanti, e di solvibilità dei debiti pubblici, dalla Grecia in poi visto che, potete scommetterci, il capitolo è solo all’inizio vista la montagna di carta pubblica che per anni bisognerà piazzare sui mercati.

Da liberista di fede chicagoer, se dovessi indicarvi il miglior libro recente sull’exit strategy, la mia risposta sarebbe Ending Government Bailouts As We Know Them, del grande John Taylor, Kenneth Scott e George Shultz, edito dalla Hoover Institution. Sono 330 pagine per capire meglio, dal punto di vista liberista che non è affatto quello che ha originato la crisi visto che essa nasce da fallimenti del regolatore e della FED, le cinque maggiori domande irrisolte della exit strategy.

Primo: come stabilire con chiarezza inequivocabile ex ante quando una banca verrà lasciata fallire, punendo gli azionisti e tutelando depositanti e, fino a una certa misura, gli obbligazionisti? Alacuni o molti di voi  penseranno che è stato saggio e inevitabile, nei Paesi padri del modello finanziario ad alta leva e bassa congruità patrimoniale, nazionalizzare e salvare le banche. Al contrario, noi pensiamo che non sia vero affatto, perché la certezza di essere salvati non costituisce freno al moral hazard del banchiere e non spinge l’azionista a sorvegliarlo, ma solo a chiedergli utili e dividendi.

Secondo: che cosa significa, concretamente, far fallire una banca? Adottare procedure di concordato straordinario secondo il chapter 11 statunitense, o seguire la strada del fallimento vero e della liquidazione, secondo il modello – per altro diversificato da Paese a Paese – del diritto continentale europeo? Noi pensiamo al modello americano: ma allora l’Europa deve cambiare le sue regole.

Terzo: quali sono i migliori requisiti di capitale per le banche, che contemperino leve contenute ma evitino anche strette procicliche agli impieghi? L’Europa difende Basilea3. Tanti sono nostalgici del peraltro impossibile ritorno alla separazione tra banche commerciali e d’investimento. In realtà, meglio pensare a coefficienti patrimoniali diversi per diverso impiego dell’unità di capitale intermediata. Ma questo può farlo il SEBC dell’euroarea, presente capillarmente sul territorio. FED, SEC e FDIC americane non ne avrebbero mai le forze e la competenza.

Quarto: ai fini della crescita globale, come si equilibra l’effetto deflazionistico del neomercantilismo, per cui i Paesi forti di surplus finanziario o da export – come la Germania – rifiutano di accrescere invece la propria domanda interna, per consentire ai Paesi più deboli e più dipendenti dall’estero di accrescere il proprio export? Noi diciamo: con la libera fluttuazione delle valute, ma a quel punto bisogna mettere in conto fenomeni di instabilità e milioni di cittadini che pagano il conto delle balle raccontate dai loro politici. Così la gente impara anche a dare meglio il proprio voto. Oppure con un nuovo mega accordo di cambio tra dollaro, yuan ed euro, dicono i keynesiani: ipotesi alla quale i cinesi ridono, prego chiedere a Obama.

Quinto: quando e come far andare in default un Paese se fa parte di un’area dalla quale si estenderebbe un rischio contagio (gli altri vanno in default regolarmente, e le conseguenze le pagano solo i loro cittadini con minor potere d’acquisto e più inflazione, vedi Argentina, più i creditori naturalmente che restano con carta straccia in mano ma di solito meritano poca compassione, a meno che non siano stati massicciamente raggirati dalle proprie banche che gli piazzavano titoli riservati a clienti istituzionali, come capuitato naturalmente in Italia). Qui ogni parola è di troppo, l’euroarea si sta impiccando da sola a una cordicella che rinvia solo i suoi problemi, anche se i più dicono naturalmente il contrario.

Quanti punti interrogativi, nell’exit strategy davanti a noi. E quante balle, tantissime balle, sulla finanza etica, i famigerati speculatori, le nuove Bretton Woods che non ci saranno visto che non ci sono già state, e chi più ne ha più ne metta.

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4 Responses

  1. Claudio

    Finché a prevalere saranno i nazionalismi avere una moneta unica sarà solo una palla al piede, l’Europa viene vista sempre di più come una entità ostile e/o aliena proprio adesso che l’unione politica sembrerebbe una soluzione per i mali europei.
    Prima che un paese possa rovinarsi da solo andrebbe “commissariato” in quanto manifestamente incapace di governarsi.

  2. alfredo di francesco

    Ho letto il pezzo, e le cinque domande. Azzardo le cinque risposte.
    1 – Nazionalizzare le banche in difficoltà, per salvare i risparmiatori, non è saggio: significa spalmare gli errori (quando non anche le frodi) dei relativi amministratori sulla collettività. Intanto i furbi hanno già goduto dei proventi.
    2 – La banche in difficoltà, ed anche quelle che lasciano ragionevolmente supporre difficoltà a breve, andrebbero messo in amministrazione controllata, per un periodo prefissato, da parte dello Stato, magari tramite la sua banca centrale; se la situazione è davvero pesante, i controllori, che sono terzi, e quindi privi di interesse diretto, potrebbero concordare accettabili percentuali di recupero capitale per l’uscita dei risparmiatori (azioni risparmio, obbligazioni, depositi). Se la situazione non è sanabile, alla fine la messa in liquidazione della banca ricadrebbe solo sugli azionisti.
    3 – L’esperienza “dovrebbe” insegnare. Non è possibile il ritorno alla separazione tra banche commerciali e banche di investimento; con la scarsa redditività attuale, e presumibilmente futura, dei tassi di interesse, i costi per mantenere aperti gli sportelli sarebbero difficili da compensare. Considerato che nella UE ormai le filiali delle banche delle varie nazioni si incrociano un po’ dappertutto, come ubicazione (e quote di capitale a monte), un organismo unico (BCE? oppure un suo delegato) dovrebbe provvedere all’assegnazione e controllo di vari e diversificati plafond per raccolta fondi, aperture di credito, gestione e posizionamento sul mercato di titoli di credito eccetera per le singole banche; da controllare, in particolare, le filiali che una banca ha al di fuori della sua nazione di origine. Infatti, per qualche subdola manovra politica di un singolo stato nei confronti di un altro, una banca potrebbe “inquinare” i mercati di un’altra nazione attraverso le sue filiali estere con immissione di titoli non molto affidabili su un singolo mercato.
    4 – Opterei per la proposta finale, ossia il megaaccordo. Però, poiché si è potuto osservare la gestione senza scrupoli dei marcati da parte cinese, sarebbe ragionevole un mega accordo solo tra UE e USA, per il cambio euro/dollaro, fissando paletti e parametri di oscillazione legati ai rispettivi Pil. Sarebbe il caso, da parte della UE, di pagare un piccolo scotto; in cambio ne guadagnerebbe sullo yuan, considerato il peso e le azioni di forza sulle bilance commerciali che Ue e Usa insieme possono esercitare sulla Cina. E considero importante trovare una soluzione in tempi rapidi a questo quesito, considerata la velocità di penetrazione a tutto tondo sui mercati da parte della Cina.
    5 – Con una corretta applicazione dei controlli preventivi come da risposta 3, il rischio di default di un singolo stato, per quanto attiene gli aspetti finanziari, sarebbe bassissimo; rimarrebbe però legato alla sua capacità produttiva; a tutt’oggi in effetti, manca una armonizzazione, all’interno della Ue, delle problematiche legate alla produzione; ad esempio, non si può litigare solo sulle quote latte o su singoli aspetti delle varie economie nazionali. Nella Unione Europea ci si è preoccupati sinora dell’aspetto legato all’euro, e forse si è dimenticato che una moneta è solo un valore teorico di scambio, e non un bene effettivo.

  3. michele penzani

    Sono d’accordo con quanto redatto nell’articolo…Partendo dall’assunto che gli istituti di credito siano davvero in un contesto di libero scambio commerciale tra Paesi…Ma il concetto di “libero scambio”, in una normativa estremamente articolata e disomogenea nell’interazione tra Stati, diventa un “contro”-senso, tanto più se si pensa al forte legame tra la politica e gli istituti preposti a controllare, mediare e talvolta indirizzare a priori l’operatività delle banche stesse, ove diventa complicato capire, nel concreto, chi controlla e chi debba essere controllato…Ma, in generale, soffermandomi sui punti esposti ed a mio modesto parere:

    1) Considerando il cordone ombelicale esistente tra le banche forti dell’area euro e la BCE, diventa già difficile pensare come una banca “venga lasciata fallire”…Più facile stabilirlo in USA, laddove la maggiore componente politica è maggiormente assorbita dalla FED.
    2) Anch’io d’accordo sulle procedure di chapter 11, in caso di banche in difficoltà, ma sotto il controllo di un antitrust fatto ad hoc (tecnici economici e supervisione applicativa delle norme di un giudice) e senza la possibilità del soggetto banca, nel caso di applicazione nell’area euro, di ricorrere a leggi statali (poichè il chapter 11 è normativa federale).
    3) I migliori requisiti di capitale per le banche dovrebbero essere semplicemente commisurati al rischio di operatività.
    4) D’accordo con la libera fluttuazione delle valute.
    5) Se si parte dal presupposto che gli istituti di credito operano in regime di libero mercato, cosiccome gli scambi commerciali tra Paesi sono effettuati tra loro stessi in autonomo accordo, non esiste alcun rischio di “contagio”…Quindi sono dell’idea che se uno Stato che promettesse una produttività considerata scettica (seppure fiancheggiato da parte di altri partner), non potrebbe beneficiare delle regole di un accordo comunitario tra Stati, assumendosi il rischio di andare in default. Come del resto fanno gli imprenditori quando chiedono prestiti alle banche.

  4. Tutte queste domande hanno come risposta il ritorno al gold standard
    A parte comunque che un deficit della bilancia commerciale è automaticamente pareggiata da un’importazione di capitali

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