Cinque domande e un libro sull’exit strategy

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Exit strategy, se ne parla da un anno almeno, da quando cioè FED e amministrazione americana nel primo semestre post Lehman avevano oramai messo in atto tutte le strategie considerate possibili e necessarie di salvataggio bancario e di sostegno al mercato, l’Europa aveva disordinatamente compiuto i suoi salvataggi bancari con metodologie distinte da Paese a Paese e rifiutando ogni strumento anticiclico condiviso a livello comunitario, da quando la Cina ad aprile 2009 aveva riorientato la propria crescita sul mercato interno ancorando a sé il più dell’export del Pacific Ring, e infine col G20 e col Financial Stability Board si era avvita una nuova cornice multilaterale di governance finanziaria. Eppure, dopo un anno e mezzo, l’exit strategy resta una formula fai-da-te, non si è affatto calata in grandi riforme condivise né nel campo dell’intermediazione finanziaria, né in quello dei cambi delle monete, né in quello commerciale. L’Europa si è salvata a malapena dal disastro all’ultimo secondo, domenica scorsa, ancora una volta per effetto delle sue divisioni su che cosa davvero sia, l’exit strategy. Su questo, rinvio al video di oggi qui a fianco, e alla versione di Oscar di stamane con Mario Seminerio.

Perché è diabolicamente vero. Impiegammo quarant’anni tondi prima di condividere davvero in maniera razionale la sequela di errori da cui era nata e per anni si era alimentata la crisi del 1929: solo con la storia della politica monetaria americana scritta da Milton Friedman e Anna Schwarz keynesiani e antikeynesiani si misero d’accordo una volta per tutte, sul prontuario degli errori da non ripetere e su cosa fare per scongiurare un nuovo disastro planetario. Solo che quella ricetta valeva e vale per le crisi di liquidità, come fu quella del 29. Non per quelle di solvibilità, di solvibilità degli intermediari finanziari di debito privato, da Lehman in avanti, e di solvibilità dei debiti pubblici, dalla Grecia in poi visto che, potete scommetterci, il capitolo è solo all’inizio vista la montagna di carta pubblica che per anni bisognerà piazzare sui mercati.

Da liberista di fede chicagoer, se dovessi indicarvi il miglior libro recente sull’exit strategy, la mia risposta sarebbe Ending Government Bailouts As We Know Them, del grande John Taylor, Kenneth Scott e George Shultz, edito dalla Hoover Institution. Sono 330 pagine per capire meglio, dal punto di vista liberista che non è affatto quello che ha originato la crisi visto che essa nasce da fallimenti del regolatore e della FED, le cinque maggiori domande irrisolte della exit strategy.

Primo: come stabilire con chiarezza inequivocabile ex ante quando una banca verrà lasciata fallire, punendo gli azionisti e tutelando depositanti e, fino a una certa misura, gli obbligazionisti? Alacuni o molti di voi  penseranno che è stato saggio e inevitabile, nei Paesi padri del modello finanziario ad alta leva e bassa congruità patrimoniale, nazionalizzare e salvare le banche. Al contrario, noi pensiamo che non sia vero affatto, perché la certezza di essere salvati non costituisce freno al moral hazard del banchiere e non spinge l’azionista a sorvegliarlo, ma solo a chiedergli utili e dividendi.

Secondo: che cosa significa, concretamente, far fallire una banca? Adottare procedure di concordato straordinario secondo il chapter 11 statunitense, o seguire la strada del fallimento vero e della liquidazione, secondo il modello – per altro diversificato da Paese a Paese – del diritto continentale europeo? Noi pensiamo al modello americano: ma allora l’Europa deve cambiare le sue regole.

Terzo: quali sono i migliori requisiti di capitale per le banche, che contemperino leve contenute ma evitino anche strette procicliche agli impieghi? L’Europa difende Basilea3. Tanti sono nostalgici del peraltro impossibile ritorno alla separazione tra banche commerciali e d’investimento. In realtà, meglio pensare a coefficienti patrimoniali diversi per diverso impiego dell’unità di capitale intermediata. Ma questo può farlo il SEBC dell’euroarea, presente capillarmente sul territorio. FED, SEC e FDIC americane non ne avrebbero mai le forze e la competenza.

Quarto: ai fini della crescita globale, come si equilibra l’effetto deflazionistico del neomercantilismo, per cui i Paesi forti di surplus finanziario o da export – come la Germania – rifiutano di accrescere invece la propria domanda interna, per consentire ai Paesi più deboli e più dipendenti dall’estero di accrescere il proprio export? Noi diciamo: con la libera fluttuazione delle valute, ma a quel punto bisogna mettere in conto fenomeni di instabilità e milioni di cittadini che pagano il conto delle balle raccontate dai loro politici. Così la gente impara anche a dare meglio il proprio voto. Oppure con un nuovo mega accordo di cambio tra dollaro, yuan ed euro, dicono i keynesiani: ipotesi alla quale i cinesi ridono, prego chiedere a Obama.

Quinto: quando e come far andare in default un Paese se fa parte di un’area dalla quale si estenderebbe un rischio contagio (gli altri vanno in default regolarmente, e le conseguenze le pagano solo i loro cittadini con minor potere d’acquisto e più inflazione, vedi Argentina, più i creditori naturalmente che restano con carta straccia in mano ma di solito meritano poca compassione, a meno che non siano stati massicciamente raggirati dalle proprie banche che gli piazzavano titoli riservati a clienti istituzionali, come capuitato naturalmente in Italia). Qui ogni parola è di troppo, l’euroarea si sta impiccando da sola a una cordicella che rinvia solo i suoi problemi, anche se i più dicono naturalmente il contrario.

Quanti punti interrogativi, nell’exit strategy davanti a noi. E quante balle, tantissime balle, sulla finanza etica, i famigerati speculatori, le nuove Bretton Woods che non ci saranno visto che non ci sono già state, e chi più ne ha più ne metta.

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