Nucleare entro tre anni. Perché non si può

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Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha spiazzato tutti promettendo che i lavori per la prima centrale nucleare in Italia “saranno iniziati entro tre anni“. La determinazione del Cav. è inedita e lodevole, ma bisogna stare attenti a fare promesse che non si possono mantenere. Sarebbe più utile concentrarsi sui più modesti, ma necessari, obiettivi di breve termine, senza i quali non avremo l’atomo né tra tre, né tra trent’anni.

Sono almeno tre le ragioni per cui promettere che la “prima pietra“, per usare la poetica espressione di Claudio Scajola, sarà messa entro la fine della legislatura. La prima è che, semplicemente, non ci se la può fare. La tempistica per sviluppare e autorizzare un progetto è intrinsecamente più lunga del tempo che ci separa dalla naturale scadenza della legislatura. Lo avevo scritto due anni fa, quando la prima pietra è stata scagliata, e lo confermo oggi. A quelle motivazioni, che restano sostanzialmente valide nonostante gli importanti passi avanti compiuti con la legge 99/2009 e il decreto 15 febbraio 2010, n.31.

In primo luogo, l’Italia, a oggi, non si è ancora dotata dell’apparato regolatorio richiesto, oltre che dal buonsenso, dalle norme internazionali e comunitarie. Se anche un soggetto volesse presentare un progetto, non avrebbe lo “sportello” a cui depositarlo, e non conoscerebbe gli standard tecnici da rispettare. C’è un motivo per cui queste informazioni non esistono: da cinque mesi il paese attende la creazione dell’Agenzia di sicurezza nucleare, il cui statuto continua a rimbalzare tra il ministero dello Sviluppo economico e quello dell’Ambiente senza trovare, per ora, una chiusura. Sebbene le voci di corridoio dicano che la composizione è ormai vicina, niente statuto, niente Agenzia. Peraltro, non di solo statuto è fatta un’Agenzia: servono anche i nomi. Per quel che riguarda il collegio, siamo ancora in alto mare e, se alcuni nodi si sono sciolti (la rosa degli aspiranti presidenti e commissari avrebbe ormai pochissimi petali, alcuni dei quali di indubbio valore), altri restano insoluti.

Sul piano industriale, intanto, continuano le schermaglie: la cordata principale, quella paritetica tra Enel ed Edf, scalpita, ma attorno a essa il mondo è ancora magmatico. Finché Scajola non riuscirà a trovare un ragionevole equilibrio tra gli interessi contrapposti – tanto per citare alcuni comprimari particolarmente vocali, sono al momento a bocca asciutta o quasi A2a e Finmenccanica – la situazione resterà quella, confusa, descritta qualche giorno fa su Repubblica da Luca Iezzi.

Secondariamente, è la stessa tempistica dettata dalle norme oggi approvate che allunga, e non di poco, i tempi. Il nostro Diego Menegon ha fatto i conti in questo Briefing Paper: dal momento in cui le norme sono presisposte, ci vogliono almeno 6-10 mesi perché sia emanata la Strategia energetica del governo, che assieme alle delibere dell’Agenzia dovrebbe delineare il quadro entro cui situare gli investimenti; poi ci vogliono 90 giorni per certificare i siti candidati a ospitare gli impianti, a cui farebbe seguito l’istanza di autorizzazione a costruire impianti, della durata potenziale fino a 14 mesi. Arriviamo così facilmente alla seconda metà del 2011. A questo punto sarà possibile depositare un progetto, per il quale sono necessarie l’Autorizzazione integrata ambientale e la Valutazione di impatto ambientale: a essere ottimisti, ci vorrà un anno, dopo il quale riprenderà la fase concertativa con gli enti locali. Quindi, si potrebbe arrivare alla prima metà del 2013 con un’autorizzazione in mano solo se (a) l’Agenzia e tutti gli altri aspetti normativi fossero immediatamente risolti; (b) l’Agenzia iniziasse subito a lavorare a pieno regime (cosa non scontata data la provenienza eterogenea del personale, non sempre abituato a ritmi di lavoro adeguati); (c) la Corte costituzionale bocciasse, il 22 giugno, il ricorso delle regioni, e contemporaneamente accogliesse quello del governo contro le tre regioni anti-atomo, altrimenti tutto salterebbe per aria; (d) durante l’iter autorizzativo, tutto filasse liscio come l’olio, con progetti a prova di bomba ed enti locali collaborativi; (e) durante e dopo l’iter autorizzativo, nessuno presentasse ricorsi al Tar o simili. Mi sembra che ipotizzare un simile andamento sia del tutto irrealistico. Nel mezzo, ci sarebbero da disinnescare altre mine vaganti come l’individuazione del sito per lo smaltimento delle scorie.

Con questo non voglio fare il pessimista o lo iettatore, ma solo sottolineare che tornare al nucleare è una faccenda dannatamente complessa, che mal si presta a prendere scorciatoie più o meno populiste. Oltre che complesso, creare le condizioni per tornare all’atomo è anche uno sforzo necessario e importante, che richiede la maturità del governo (vabbé) e dell’opposizione (doppio vabbé), oltre che un’adeguata campagna di informazione che sensibilizzi i cittadini dei potenzili siti (vabbé coi fiocchi). Promettere, o enfatizzare, termini che già si sa di non poter rispettare può essere una strategia controproducente, anche se nell’immediato fa molto rumore (tra gli applausi dei supporter e i fischi degli altri). Rischia, però, di essere tanto, troppo rumore per nulla.

PS Ringrazio Antonio Sileo per avermi segnalato un errore sulla tempistica della Corte Costituzionale.

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