Il Senato fa una doccia fredda all’isterismo climatico

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (13 voti, media: 4,92 su 5)
Loading...

Il Senato ha approvato, mercoledì, una mozione con primi firmatari Antonio D’Alì (presidente della Commissione Ambiente) e Guido Possa (presidente della Commissione Istruzione) che impegna il governo a muoversi, presso l’Unione europea e le Nazioni unite, per ottenere una maggiore razionalità nelle politiche climatiche. Il punto di partenza è lo scandalo del climategate, ossia lo scandalo delle email in cui alcuni scienziati con un ruolo chiave nell’Ipcc discutevano di come far apparire l’evidenza più catastrofista. L’approvazione della mozione è un segno di vitalità da parte delle istituzioni parlamentari, e anche una dimostrazione che nel muro di gomma dell’ambientalismo ideologico si stanno aprendo delle crepe. Non mancano, però, aspetti controversi.

La mozione è costruita in modo molto intelligente perché distingue chiaramente gli aspetti scientifici da quelli politici. Infatti, i senatori non entrano nel merito del dibattito su quanto e come le emissioni antropogeniche influenzino il clima globale. Si limitano a riconoscere che la credibilità dell’Ipcc è in crisi, e che le prospettive per un “Kyoto 2” sono state grandemente ridimensionate dall’esito del meeting di Copenhagen (qui l’analisi di Corrado Clini per Chicago-blog). E’ chiaro, insomma, che non c’è la disponibilità da parte dei protagonisti globali (Usa e Cina anzitutto) a firmare cambiali in bianco per la riduzione delle emissioni. Alla luce di questo, l’Europa dovrebbe – e ci sono gli strumenti legali – rivedere il suo pacchetto energia e clima, che, per quel che riguarda il taglio delle emissioni, ha un rapporto tra i costi (certi) e i (dubbi) benefici del tutto sproporzionato.

Considerato tutto questo, i senatori chiedono al governo una serie di impegni, tra cui i principali sono:

sostenere in sede ONU un’accurata e indipendente revisione delle procedure di selezione e sintesi della letteratura scientifica utilizzata dall’IPCC ed una revisione degli assetti dei suoi organi preposti alla valutazione delle strategie ambientali, con particolare riferimento all’avvicendamento dei suoi vertici a seguito dell’attività ispettiva avviata;

chiedere la riorganizzazione dell’IPCC riconducendolo, come all’origine della sua costituzione, ad un vero organo scientifico dedicato unicamente alla molto complessa problematica dei cambiamenti climatici, sgombrandolo quindi dall’immotivata interferenza di altre discipline;

proseguire nell’azione di analisi derivanti dalle conclusioni del Consiglio europeo del dicembre 2008 e di prevedere l’opportunità anche di una revisione dell’accordo 20-20-20 e comunque, come già fatto in occasione del recente vertice italo-francese, di escluderne con assoluta certezza il possibile inasprimento verso livelli di maggior impegno;

adoperarsi affinché la politica dell’ONU e dell’Unione europea si incentri su emergenze planetarie concretamente affrontabili nell’elaborazione di progetti che contengano ragionevoli certezze sul rapporto costi/benefici (ad esempio deforestazione, lotta agli inquinanti, lotta all’inquinamento marino, eliminazione dei rifiuti tossici, smaltimento dei rifiuti, risparmio energetico);

E’ negazionismo, come ha sostenuto l’opposizione nel motivare la sua ferma contrarietà? A me non pare. Mi sembra, piuttosto, che i senatori stiano facendo il proprio mestiere di esercitare, coi mezzi a loro disposizione, quel controllo parlamentare su decisioni vincolanti che, finora, non è stato possibile. E che, in effetti, neppure oggi è pienamente possibile, in quanto la mozione di per sé non fa altro che esprimere un sentimento e delle richieste, che il governo è libero di accettare o respingere. E’ vero che Palazzo Chigi è limitato, nella sua libertà di manovra, dagli impegni internazionali che disgraziatamente sono stati assunti (anche, a volte, per miopia o incapacità). Tuttavia, una maggior decisione, e una maggior consapevolezza, sarebbero di grande utilità: questo è specialmente vero per il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, assente dall’Aula durante la discussione, che fino a oggi non ha dato prova di avere una posizione definita su un tema a cui non è lecito si sottragga. Il governo è d’accordo o no che l’intero processo dell’Ipcc, mezzo politico mezzo scientifico (con la metà politica più uguale dell’altra…), dovrebbe essere rivisto? E’ vero o no che, rispetto al 2007 quando il pacchetto 20-20-20 maturò, il mondo è cambiato? E’ vero o no che Copenhagen, da qualunque punto di vista la si guardi, segna una discontinuità importante nelle negoziazioni?

Queste domande sono, purtroppo, destinate a restare senza risposta. Infatti su una cosa Roberto Della Seta, che ha portato in aula la posizione del Pd, ha pienamente ragione:

So anche – lo dico a chi oggi rappresenta il nostro Esecutivo in quest’Aula – che a me e al mio Gruppo non piace affatto l’atteggiamento scelto dal Governo per tirarsi fuori da questo evidente impaccio: far finta di niente, lasciar passare tale mozione sapendo che poi non se ne terrà nessun conto. Noi preferiremmo che le parole del Parlamento, in questo caso del Senato, venissero prese sul serio e che, una volta pubblicamente condivise, fossero poi applicate.

Questa è, in effetti, la ciliegina mancante che rovina il gusto della torta cucinata dal Senato. L’altra cattiva, si fa per dire, notizia sta nel fatto che, come era purtroppo prevedibile, l’indagine sul climategate si sta rivelando meno attenta e promettente di quanto avrebbe potuto essere. Infatti, il tanto decantato International Science Assessment Panel nominato dall’Università dell’East Anglia per indagare su se stessa (…) ha scagionato gli imputati dalle accuse. Le motivazioni stanno in uno striminzito rapporto di 8 pagine. La cosa interessante è che, a dispetto del tono generalmente assolutorio e quasi paternalistico verso gli scienziati, si trovano perle di questo genere (tutte da p.5):

Recent public discussion of climate change and summaries and popularizations of the work of CRU and others often contain oversimplifications that omit serious discussion of uncertainties emphasized by the original authors.

we found a small group of dedicated if slightly disorganised researchers who were ill-prepared for being the focus of public attention.

it is very surprising that research in an area that depends so heavily on statistical methods has not been carried out in close collaboration with professional statisticians.

we observed that there were important and unresolved questions that related to the availability of environmental data sets.

Ora, ognuno è libero di valutare le cose come vuole, ma qui c’è scritto che i ricercatori dell’East Anglia:

1) Parlando col pubblico in generale, stiracchiavano l’evidenza delle loro stesse ricerche per renderla più catastrofista;

2) Erano disordinati e disorganizzati e dunque impreparati a un confronto pubblico sui loro metodi;

3) Mancavano delle necessarie competenze statistiche, in un campo in cui tutto è statistica;

4) Non sono stati in grado di mettere a disposizione dell’indagine i loro data set, rendendo così sostanzialmente irreplicabili i loro risultati.

Nessuno di questi problemi è, di per sé, drammatico, se riguarda qualche oscuro scribacchino accademico. Quello che l’indagine non dice – perché, in effetti, non era suo compito dirlo – è che tra i disordinati paraculi dell’East Anglia (mi pare una sintesi appropriata dei risultati) c’erano Phil Jones e Keith Briffa, due lead author dei rapporti Ipcc. Cioè, la summa theologiae della climatologia politica è stata compilata sotto la supervisione di due che, naturalmente in buona fede, non sono in grado di conservare adeguatamente i dati su cui basano le loro ricerche.

Un’ultima annotazione, a proposito di conflitti di interesse. Copio dalla biografia del presidente del comitato di investigazione, Lord Oxburgh:

he is honorary president of the Carbon Capture and Storage Association, chairman of Falck Renewables, a wind energy firm, an advisor to Climate Change Capital, and a director of GLOBE, the Global Legislators Organisation for a Balanced Environment. The University of East Anglia did not see any conflict of interest.

Naturalmente, nel condurre la sua indagine ha saputo mettere da parte i suoi interessi personali e non si è lasciato condizionare dal fatto che il successo delle sue attività economiche dipende anche dal grado di convinzione con cui i governanti del mondo industrializzato credo nella catastrofe climatica. Naturalmente, il fatto che avesse un interesse concreto e diretto nel proclamare l’immacolata concezione dei rapporti Ipcc non pregiudica in alcun modo la sua serenità nel guidare un’indagine “indipendente”.

Sì, come no.

Commenti [5]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *