Addio a Giorgio Bianco, uomo senza guinzaglio

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Martedì pomeriggio un infarto ha ucciso Giorgio Bianco. Rubo il titolo di questo post a Leonardo Facco, autore di un ricordo commosso di quello che, per noi, è stato un grande compagno di strada. Quello che mi ha sempre colpito di Giorgio è la pazienza con cui sapeva approfondire i temi che, di volta in volta, erano al centro della sua attenzione. Il libriccino di cui Leo ha riportato l’introduzione, Elefanti al guinzaglio, così come gli altri suoi scritti – l’invettiva contro il politicamente corretto, la sua vivisezione del mondo sindacale nel Libro grigio del sindacato, il Briefing Paper sull’acqua che aveva preparato per l’IBL, e tutto il resto – denotano tutti una non banale capacità di saper costruire una bibliografia, e saperci sguazzare dentro. Giorgio, insomma, era uno che conosceva le cose di cui scriveva – sennò, non ne scriveva.

L’attenzione alle fonti, e la meticolosità con cui Giorgio si muoveva tra pamphlet da battaglia, articoli scientifici e cronaca quotidiana, hanno dato sostanza alla sua arguzia, e gli hanno permesso di coltivare interessi plurali, esprimendosi sempre con competenza, di qualunque cosa parlasse. E’, soprattutto, questa passione per lo studio, la lettura, la conoscenza, che ha fatto di Giorgio un soldato prezioso nell’armata Brancaleone della libertà. L’eredità che ci lascia, allora, è quella di alcune importanti e convincenti munizioni nel piccolo arsenale che i liberisti hanno a disposizione in questo disperante paese. I suoi articoli, i suoi libri, e i libri la cui pubblicazione è figlia soprattutto della perseveranza di Giorgio (penso a Perché l’ambientalismo fa male all’ambiente di George Reisman, con la prefazione di Giorgio) sono la testimonianza che questo giovane intellettuale ci ha lasciato, e credo che – dovunque si trovi – non possiamo che fargli piacere, se lo aiutiamo a diffondere il frutto della sua fatica e quello in cui credeva.

Non posso dire, pur conoscendolo da tanti anni (quanti ne sono passati, Giorgio, da quando ci siamo conosciuti?), non posso dire che fossimo realmente “amici”. Giorgio aveva un carattere schivo e non era un grande conversatore (io neppure). Il nostro rapporto, dunque, si è costruito ed è cresciuto da un lato attraverso il confronto intellettuale – specie quando non ci trovavamo d’accordo! – e dall’altro nel comune senso di militanza nella causa, avrebbe detto JRR Tolkien, dei “sempre sconfitti ma mai sottomessi”. Per questo non voglio indulgere in stucchevoli agiografie, che oltre tutto a lui, torinese nel midollo, non sarebbero piaciute. Mi rendo conto di non sapere se Giorgio credeva in Dio. Di certo credeva, in modo anche sofferto e complesso, nella possibilità dell’uomo di elevarsi con la fatica, il lavoro, lo studio. Credeva nella bellezza e nella malinconia. Voglio quindi pensare che la colonna sonora del suo funerale – Giorgio era uno che avrebbe apprezzato un funerale con una colonna sonora –  sia la “Smisurata preghiera” di Fabrizio De André, da cui Giorgio aveva scelto una citazione per il suo profilo su Facebook. Ciao, Giorgio.

ricorda Signore questi servi disobbedienti
alle leggi del branco
non dimenticare il loro volto
che dopo tanto sbandare
è appena giusto che la fortuna li aiuti
come una svista
come un’anomalia
come una distrazione
come un dovere

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