14
Apr
2010

Fisco, le due premesse che mancano

Dopo anni di sconfitte dovute a motivi di volta in volta indicati come “eccezionali e imprevisti” – una volta l’extra deficit ereditato, poi l’11 settembre 2001, poi la bolla internet nei paesi Ocse, poi la crisi 2007-2009, e sempre naturalmente il gettito da assicurare in costanza di esercizio rispetto agli impegni europei – personalmente l’ottimismo della volontà mi resta tutto, ma il pessimismo della ragione mi induce a riconoscere che non nutro più alcuna fondata aspettativa che l’attuale centrodestra abbassi significativamente la pressione fiscale. Questo non significa affatto che cambi idea in ordine all’importanza di un energico abbassamento del suo peso, per determinare tre obiettivi: più crescita nel nostro Paese, condizione necessaria anche per colmare almeno in parte i gap storici tra Nord e Sud; rendere meglio sostenibile il bilancio e il debito pubblico, che altrimenti ci obbligherà a maggiori prelievi; nonché per una decente sostenibilità dei conti intergenerazionali, destinati altrimenti entro 10-15 anni a inabissarsi per i pochi attivi sul totale della popolazione anziana.  Personalmente non cambio idea non per tigna, ma perché l’evidenza della maggior crescita da minor pressione fiscale, determinatasi in tutti i Paesi di diversi modelli che l’anno praticata nei decenni del pre-crisi, esce a mio modo di vedere ulteriormente confermata e non smentita dal mondo nuovo nel quale la crisi ci ha obbligati a entrare: un mondo in cui i debiti pubblici Ocse tendono a crescere verso il 100% del Pil, su medie “italiane”. Di conseguenza, o si ha la lungimiranza di riforme che rendano minore la pressione avviando il risanamento energico dei deficit, oppure quelle parti del mondo avanzato che già nel pre-crisi sperimentavano una pressione fiscale record entreranno nel permafrost di un’era glaciale, caratterizzata da crescite stentate, conflitti sociali e default pubblici striscianti.

Con tutto il rispetto per chi le elezioni regionali le ha vinte dopo le politiche, e per chi  da 16 anni ha la forza personale di continuare e meritare tanti consensi degli italiani, il problema non è Silvio Berlusconi. E’ la teoria sottostante alla necessità di una organica riforma tributaria, a non essere più quella del Libro Bianco 1994 e della legge delega di riforma approvata nel 2001. C’ è un solo maestro di musica nel centrodestra in materia di imposte, e il suo nome non è Silvio. Ha conquistato sul campo il merito di aver evitato all’Italia di finire con CDS sul debito sovrano a 400 e oltre punti come la Grecia. Ha dalla sua la forza della Lega. Sapete benissimo, di chi sto parlando. E io per lui ho da molti anni rispetto e stima, anche se spesso mi fa imbizzarrire quando elogia il posto pubblico o difende nella crisi il ritorno allo Stato. Ciò non mi fa velo, per onestà intellettuale, dal riconoscere che oggi non ci sono più, le premesse condivise alla riforma fiscale che tra il 1994 e il 2001 accomunavano solidamente nel centrodestra italiano quel che dell’esperienza Reagan-Thatcher poteva essere adeguatamente adattato per importarlo in Italia.

Perché  quelle premesse ci fossero anche oggi, occorrerebbe l’indicazione preventiva e quantitativa di una consistente soglia di abbassamento del tasso di interposizione pubblico totale – cioè della somma di entrate e spese totali pubbliche – sull’economia italiana, oggi superiore al 100% del Pil. Cioè l’individuazione di due consistenti capitoli di intervento, contestuali alla riforma e necessari a renderla sostenibile, cioè non tale da ingenerare pericolosi deficit nel periodo di transizione.

Il primo capitolo è quello di una consistente riduzione di ciò che attualmente è pubblico di nome perché gestito con dipendenti, retribuzioni e acquisti pubblici, mentre dovrebbe restare pubblico solo di fatto perché invigilato dal pubblico, ma organizzato e  gestito da privati, fuori dal perimetro del bilancio dello Stato. Il secondo capitolo è quello di ingentissime dismissioni di patrimonio pubblico, nell’ordine di 300 o 400 miliardi di euro sul totale stimato in circa mille e 800 mila miliardi dell’attivo rispetto al debito pubblico che ormai ha un pari ammontare.

In parole semplici: la riforma dovrebbe assicurare non l’invarianza del gettito attuale, come è strisciante ma implicita premessa dell’attuale impostazione del maestro di musica  tributaria del centrodestra, bensì un gettito considerevolmente inferiore stante che la spesa corrente diminuirebbe di 6-7 punti di Pil per spin off da lasciare a privati, e al contempo mentre l’ammontare complessivo del debito pubblico diminuirebbe attraverso dismissioni di un’ordine di grandezza pari a 25 punti di Pil.

Senza tali due premesse,  la riforma si riduce a riequilibri tra questa o quella imposta, e tra potere impositivo centrale rispetto a quello delle autonomie. Per carità ottimi propositi, che possono anche essere attuati con innovazioni di cui comunque l’Italia ha gran bisogno, stretta com’è da una troppo elevata progressività nominale sui redditi della persone fisiche in realtà elusa da ciò che l’ordinamento consente a chi ha redditi più elevati, e una regressività intollerabile e iniqua sul reddito delle imprese, dove le poche grandi e le banche pagano tax rate assai inferiori delle imprese piccole che dell’Italia costituiscono l’ossatura.

Ma bisogna che per esempio i cattolici liberali lo sappiano e lo tengano ben presente: una riforma a parità di pressione fiscale che riequilibri tra centro e periferia e tra questa e quell’imposta non avrà certo spazio se non simbolico, per scelte di fondo come quelle a favore della famiglia. Sia che si pensi a un quoziente familiare, sia a deduzioni molto forti per figli e loro formazione, lo spazio per simili interventi si crea solo a pressione fiscale significativamente più bassa. Che serve a far crescere il Paese: ma, sfortunatamente, anche a tagliare radicalmente le unghie ai mediatori protempore della spesa pubblica e cioè agli apparati politici e parapolitici, esattamente ciò che un tempo il centrodestra diceva di voler fare, ma ha rivelato di non aver la tempra di fare, proprio come il centrosinistra.

Rassegnato, dunque? Neanche per idea. Come a sinistra c’è un Grillo che mette in difficoltà coi suoi consensi il Pd, non è affatto detto che un effetto analogo non possa verificarsi anche a destra, se qualcuno che sa di queste cose prende il coraggio a due mani e inizia a battere l’Italia con coraggio.  Vedremo.

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10 Responses

  1. credo ci siano degli errori sui numeri. le dismissioni dovrebbero essere di circa 3-400 mld e non migliaia di miliardi, mentre il patrimonio stimato dovrebbe essere di 1.800 mld di euro e non un milione e 800mila. questione di zeri. ma magari sbaglio. cordialità

  2. AndreaPN

    Caro Giannino,
    la sua chiusura per un Grillo da destra è solo una spes ultima dea o è un’anticipazione di qualcosa che bolle in pentola? Oggettivamente ce ne sarebbe bisogno e credo anche spazio politico.
    Nel merito del suo articolo, Lei indica un primo campo di intervento nella “consistente riduzione di ciò che attualmente è pubblico di nome perché gestito con dipendenti, retribuzioni e acquisti pubblici, mentre dovrebbe restare pubblico solo di fatto perché invigilato dal pubblico, ma organizzato e gestito da privati, fuori dal perimetro del bilancio dello Stato”. Perdoni la mia ignoranza e forse anche pigrizia, ma a cosa fa riferimento?
    Grazie ancora per il vostro lavoro, anche e soprattutto quando le idee non concordano.

  3. Michele Penzani

    Sono d’accordo con Lei Oscar…E i due capitoli elencati sono convincenti.
    Quello che oggigiorno mi preoccupa -che lo ritengo anche una delle cause che inducono la staticità di Tremonti, al di là delle convinzioni del ministro- è anche il percorso dei consumi (degli italiani), che lo vedo troppo “inficiato” dal circolo vizioso dell’apparente rincorsa ai prezzi al ribasso indotto dalla grande distribuzione. Apparente perchè essa impone produzione, consumi e prezzi a consumatori e fornitori (e quindi determina il potere di acquisto), avendo “le mani molto più libere” in termini di aliquote fiscali e circolazione del credito, rispetto al resto delle realtà commerciali, che paradossalmente sono considerati fiscalmente “il normale”, ma che in peso non sono la maggioranza. E questo solo a livello commerciale…Ma quanto questa realtà ha davvero peso statistico in posti di lavoro (il nuovo proletariato), reddito pro-capite e capacità di creare consumi oggigiorno, rispetto al passato? Se nelle entrate al netto di ogni italiano, si escludono le voci di “uscita” che riguardano le spese correnti di gestione (bollette), il risparmio e di mutuo immobiliare (o locazione), il resto si riassume nella voce commerciale (auto comprese)…E nell’analisi del percorso di questa “uscita”, credo, ci sia una un libero mercato piuttosto chiuso e tendente all’implosione.
    Sembrerebbe banalmente sproporzionato il concetto sopra scritto rispetto all’oggetto, ma ritengo quello dei consumi un aspetto che determina equilibri economici più complessi, e che contribuisce negativamente insieme all’organizzazione pressochè corporativistica del mondo del lavoro italiano in genere (per la quale anche il sindacato ha le sue note responsabilità).
    Che la volontà di un federalismo fiscale, con il voto di queste regionali, possa far maturare negli amministratori una maggior responsabilità circa la gestione delle proprie riscossioni tributarie è un’auspicio. Ma, secondo il mio punto di vista, è che tutto passa per la voglia di chi “introita molto” a chiudere i rubinetti verso chi non gestisce bene…E questo “egoismo” -per qualcuno- o “lecito interesse” -per altri- sarà, credo, la molla per una scossa.

  4. Oscar Giannino

    @longhi: grazie della correzione, per una terribile e inescusabile svista dovuta alla tarda ora in cui sc rivevo ieri e all’ottundimento mentale che è solo mio, ho accresciuto per errore alla terza le cifre del debito pubblico della manovra di dismissioni patrimoniali pubbliche. ho provveduto a correggere e scusate tutti, il ragionamento filava ma chi sbaglia le cifre sbaglia tutto

  5. Il ragionamento filava a prescindere dalle cifre. è sempre un piacere leggere le sue riflessioni, zero più, zero meno. la chiarezza delle idee sopravanza gli stessi fatti, alle volte.

  6. Fabio Fazzo

    Caro Giannino la Sua proposta di dismissione massiccia del patrimonio pubblico (che ogni tanto viene fuori) è interessantssma ma, proprio per questo, anderbbe meglio dettagliata. Le pongo due quesiti cui spero Lei abbia il tempo (la cortesia non le manca di certo) di rispondere.
    1) a chi vendiamo 300-400 mld di patrimonio pubblico e come (dato che un eccesso improvviso di offerta potrebbe determinare una forte diminuzione dei prezzi)? Non mi pare che in passato (ad esempio) le dismissioni immobiliari abbiano reso granchè.
    2) in cosa consiste il “ciò che attualmente è pubblico di nome perché gestito con dipendenti, retribuzioni e acquisti pubblici, mentre dovrebbe restare pubblico solo di fatto perché invigilato dal pubblico, ma organizzato e gestito da privati, fuori dal perimetro del bilancio dello Stato”? e come si fa a ridurlo, invogliando i privati a farsene carico? Le utilities più lucrose (telefoni, energia, autostrade) sono già finite ai privati. Restano acqua (c’è già la legge), i servizi pubblici locali (che non mi paiono granchè attraenti), le poste (dove c’è già libera concorrenza mentre l’operatore pubblico oggi funziona abbastanza bene e produce utili per lo Stato), le ferrovie, che sono economicamente interessanti solo per i servizi ad alto valore aggiunto i quali peraltro richiedono pesantissimi investimenti iniziali da parte dello Stato e la Sanità che, gira e rigira, pubblica o provata, sempre a pantalone costa, persino negli USA.

  7. stefano

    Caro Giannino, concordo con quanto dice Fabio Fazzo, in effetti una iniezione di tale proporzioni di beni immobili sul mercato, non può che abbassarne il prezzo.
    Forse facendo le vendite in maniera oculata, si potrebbe risparmiare almeno sulle spese di gestione di detti immobili, sarebbe già un risultato.
    Però, tanto per chiarire, nella zona in cui abito io (Ovest vicentino), il mercato non si muove, per cui non so a chi si potrebbe vendere. Alle banche forse, visto che quelle praticamente non pagano tasse, o ne pagano poche, e i soldi se non li hanno li inventano.
    Per quanto riguarda il calo delle tasse ho l’impressione che i nostri cari politici siano per lo più impegnati a “passà a nuttata”, e che chi arriva dopo si arrangi. E non da ora.
    Per cui già farei i salti di gioia se semplificassero legislazione e sistema tributario, il che sarebbe già un bel risparmio, non trova?
    Ma anche questo temo sia pura utopia, perché se la gente riuscisse a capire quanto costa questo “welfare” farebbe una rivoluzione domattina di buon’ora (cfr. Fidenato con la lotta al sostituto d’imposta). Ragion per cui non cambierà una virgola fino a quando non ci saranno diffusi disordini sociali (tra 10-15 anni).
    Faccio a tutti i migliori auguri che non sia così.

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