2
Apr
2010

Nel 2009 ci siamo illuminati di meno

Nel 2009, le emissioni europee nei settori Ets (quelli, cioè, coperti dal “mercato dei fumi”) sono scese dell’11 per cento. In Italia, il tonfo è addirittura del 16 per cento. Merito delle politiche ambientali europee? Macché: ringraziate pure la recessione.

Sarebbe interessante, oggi, sentire l’opinione di quanti hanno magnificato il “cap and trade” europeo. L’evidenza di questi ultimi anni – la macchina infernale si è avviata nel 2005, cominciamo ad avere un po’ di dati disponibili – suggerisce che il meccanismo non funziona, e nella misura in cui funziona è nocivo. Mi spiego. Tra il 2005 e il 2007, le emissioni nei settori Ets sono cresciute. Nel 2008 e 2009, si sono ridotte. Sebbene nel frattempo siano intervenuti dei cambiamenti, la ragione principale dell’una e dell’altra cosa sta nel fatto che il prezzo della CO2, per il modo in cui è strutturato l’Ets, non guida, ma subisce, la dinamica economica.

In soldoni: se il Pil cresce, le emissioni lo seguono. Se il Pil cala, le emissioni calano. Naturalmente intervengono anche molte altre variabili (per esempio il clima: inverni caldi ed estati fresche corrispondono a meno emissioni, inverni freddi ed estati calde il contrario). Però, in prima approssimazione, si può dire che il maggiore driver delle emissioni sia la crescita economica. Cioè, in soldoni, la presenza dell’Ets fa poca differenza. “Poca” non significa “nessuna”, va da sé: però, visto il nesso così stretto tra emissioni e Pil, è logico attendersi che, nella misura in cui funziona, l’Ets deprime la crescita, oppure, nella misura in cui non funziona, è irrilevante. Per essere ancora più chiaro: l’Ets funziona quando la CO2 è prezzata adeguatamente (diciamo dai 20 euro a tonnellata in su). In questo modo può trasmettere un segnale di prezzo tale da indirizzare almeno una parte degli investimenti verso rinnovabili ed efficienza (anche se le une e l’altra sono più sensibili ai generosi sussidi di cui sono destinatarie). Questo però significa che le imprese sceglieranno, a causa dell’extracosto determinato dall’Ets, tecnologie o processi produttivi relativamente più costosi. In parte, questo si tradurrà in prezzi più alti per i consumatori. In parte, in margini più bassi per i produttori – e, al margine, nella scelta di chiudere impianti o non aprirne di nuovi. Dunque, quando funziona l’Ets è anti-crescita.

Spesso, però, non funziona. Per molto tempo i prezzi della tonnellata di CO2 sono stati ridicoli, ed è probabile che, ora che abbiamo scoperto che la crisi ha fatto il lavoro sporco, convergeranno verso livelli molto bassi. In questo caso, le imprese resteranno insensibili al segnale di prezzo, sostanzialmente assente, e continueranno lungo la strada del business-as-usual. Quindi, l’Ets sarà irrilevante.

La realtà sta in mezzo a questi due scenari. L’esperienza ci dice che il prezzo della CO2 tende a essere molto volatile, perché è sensibile a variabili sottratte al controllo degli attori del mercato (la crescita economica, la temperatura) e perché è esposto alla speculazione finanziaria, e perché è esposto a un non banale rischio politico e regolatorio. La sua volatilità disincentiva gli investimenti, anche quando i prezzi li giustificherebbero (perché il mercato si aspetta che, prima o poi, crolleranno; chi si comporta diversamente, rimane fregato). Quindi, paradossalmente, l’Ets finisce per essere irrilevante sotto il profilo ambientale, ma rilevante in termini di mancata crescita.

Tempo fa, ho polemizzato con la trasmissione di Radio 2, Caterpillar, per la sua iniziativa “M’illumino di meno“.  Nel 2009, ci siamo illuminati di meno. Non è stata una bella esperienza. Speriamo che, nel 2010, torneremo a illuminarci di più.

You may also like

Cosa è il Green Deal Europeo
Caro bollette costi energia
Come risolvere la crisi dei prezzi dell’energia?
Maratona Pnrr. Sostenibilità e convergenza economica: la mission impossible per le ferrovie
Clima e libero mercato, la sfida (im)possibile

6 Responses

  1. Domenico Monea

    Intanto però i sostenitori della “decrescita felice” raggiungono il loro posto al sole nella politica Italiana diventando determinanti in una grande regione industriale come il Piemonte per la scelta del governatore e, c’è da esserne sicuri, nei prossimi 4 anni avranno sempre più rilevanza grazie a questo palcoscenico privilegiato (già è iniziata qualche schermaglia demagogica sugli stipendi dei consiglieri).
    Purtroppo certi argomenti fanno presa sulle persone ignoranti, anzi sarebbe meglio definirle “che rifiutano di informarsi”, reduci da anni di lavaggio del cervello ambiental-marxista, credo che neanche l’evidenza empirica sui cambiamenti climatici e sulla realtà economica sarà sufficente nei prossimi anni per farli rinsavire: se il marxismo è stata la cultura dominante per oltre un secolo chissà quanto ci metterà l’ecologismo dogmatico a sparire e, soprattutto, quanti danni potrà fare nel frattempo.

  2. La volatilita’ del prezzo del CO2 causata da imprevedibili inverni rigidi o miti od altri fattori estemporanei? Proprio per neutralizzare gli effetti di queste variabili esterne, i permessi di emissioni non sono dati anno per anno, ma per un intero periodo di trading, che copre piu’ anni. Il trading period corrente copre 5 anni completi (2008-2012).

    A parte questa nota, concordo con lo spirito dell’articolo. Cosi’ com’e l’EU ETS non funziona. Il CO2 dovrebbe avere un costo fisso (elevato), accompagnato da veri e sostanziosi fondi per spingere e sviluppare tecnologie piu’ pulite o rinnovabili. Non si puo’ pretendere che a pagare questi investimenti sia solo la ‘tassa’ sul CO2, gli Stati devono metterci dentro soldi veri e tanti.

  3. Domenico Monea

    Non credo che lo spirito dell’articolo sia spingere nel buttare soldi nelle energie rinnovabili che costano di più e rendono di meno, creando grossi squilibri di mercato che pagheremo salati.

  4. Lo spirito dell’articolo e’: “’EU ETS non funziona.”
    Il resto e’ pensiero mio. Io penso che sviluppare ricerca e sviluppo sulle energie alternative dia un vantaggio competitivo a lungo termine e posti di lavoro, oltre che una strategica riduzione della dipendenza dalle fonti fossili che sono largamente disponibili in aree geopoliticamente a rischio. Insomma tante ragioni come vedi per vedere con favore lo sviluppo delle rinnovabili…

  5. Domenico Monea

    Occupazione e competitività finta perchè non dettata dal mercato ma da un utilizzo di moneta sottratta con la coercizione a chi davvero è competitivo, che si riduce per un doppio prezzo per il consumatore: energia più costosa e tasse maggiori.
    In pratica tutto puoi dire tranne che le energie rinnvabili danno competitività a lungo termine, anzi creano squilibri e crisi, quanto ai posti di lavoro anche mettendo gente a scavare buche e a riempirle se ne creano, ma non è certo sviluppo.

  6. Questo è un salto tecnologico che prima poi si farà, sta a noi decidere se governarlo o subirlo. Questo non è dirigismo, ma politica, nel senso originale del termine.

    Questo salto tecnologico costa un sacco di soldi, per cui l’intervento pubblico è necessario, se si vuole avvenga in tempi ragionevoli e senza traumi per l’economia. Per me il problema è quale forma questo intevento pubblico deve assumere, non se sia necessario.

    Ci sono esempi di scelte “dirigiste” che hanno prodotto tanta ricchezza, più dei soldi che hanno richiesto per essere attuate, come la costruzione della rete ferroviaria e della rete autostradale (non di stupidi segmenti in zone già ricche, ma dell’intera rete).

Leave a Reply