Fidenato (per ora) non ce l’ha fatta. Eppure ha ragione

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (17 voti, media: 4,65 su 5)
Loading...

Non è andata bene. Oggi, primo aprile, l’udienza definitiva tenutasi presso il Tribunale di Pordenone si è conclusa con un insuccesso per Giorgio Fidenato, l’imprenditore agricolo e responsabile dell’associazione di categoria Agricoltori Federati che sta conducendo la sua “buona battaglia” contro il sostituto d’imposta, ossia contro l’obbligo per ogni datore di lavoro di trattenere le imposte per conto dei dipendenti e versarle all’Erario.

Qui non ci interessano le questioni strettamente legali e le controversie sulla costituzionalità (o meno) del sostituto d’imposta. Nei nostri regimi, il diritto è come la moneta: un semplice “fiat”, ossia l’espressione della volontà di chi ci comanda.Come disse Thomas Hobbes, “non veritas sed auctoritas facit legem”. E se la moneta fiduciaria dei nostri sistemi economici è per sua natura destinata a essere inflazionata, le norme del tutto arbitrarie imposte dal ceto politico sono destinate a proteggere lo status quo e a difendere i peggiori arbitrii. Perché non c’è dubbio che Fidenato e il Movimento Libertario (e tutti quanti sostengono la loro battaglia) abbiano ragione nell’affermare che il sostituto d’imposta deve essere abolito.
Contro queste norme che obbligano il datore di lavoro a operare come agente del fisco sono stati usati molti argomenti, ma in realtà quello fondamentale è uno: e cioè che con il prelievo alla fonte si impedisce al lavoratore di avere piena consapevolezza di quanto lo Stato gli sottrae. Esattamente come le imposte indirette (ed è preoccupante che ora il governo voglia rafforzare tale forma di prelievo a scapito delle imposte dirette), il sostituto d’imposta è una tassazione invisibile, o quanto meno assai poco percepibile. Se oggi artigiani e commercianti detestano il fisco, mentre l’atteggiamento degli operai e degli impiegati è del tutto diverso, il motivo va trovato essenzialmente nel fatto che i primi devono periodicamente versare le proprie tasse allo Stato (e quindi vedono il loro conto bancario calare sensibilmente), mentre i secondi non sono interessati allo stipendio lordo e di fatto non hanno alcuna vera consapevolezza di quanto potrebbero essere più ricchi se vi fossero meno grandi opere, meno sussidi alle imprese, meno sprechi di Stato, meno enti inutili (le province, ad esempio).
Non dimentichiamo che per una quota non insignificante dei lavoratori dipendenti, la scadenza della dichiarazione dei redditi coincide con un attivo: grazie alla grande quantità di soldi trattenuti nel corso dell’anno e grazie ad alcuni benefici fiscali (legati al mutuo, ad esempio), molti di quei lavoratori dipendenti che si recano ai Caf per compilare la loro dichiarazione dei redditi si sentono dire che il prossimo stipendio sarà maggiorato di mille o due mila euro… Il fisco, insomma, non sottrae soldi, ma ne regala!
Si deve a un grande economista italiano e studioso di scienze delle finanze, Amilcare Puviani, la formula “illusione finanziaria”. Larga parte degli studi di public choice – da James M. Buchanan in poi – sviluppa sostanzialmente questa intuizione: l’idea che lo Stato è portato a enfatizzare i benefici della sua azione e a minimizzare le conseguenze negative. L’inflazione conseguente all’aumento della massa monetaria è un modo per nascondere il trasferimento di ricchezza da taluni ad altri, ma anche il sostituto d’imposta funziona così.

L’esito odierno della vertenza avviata da Giorgio, allora, non può essere considerato una sconfitta, nel senso che quella di oggi è stata solo una battaglia: il semplice episodio di un braccio di fero che continuerà. La guerra contro la spoliazione che l’apparato politico-burocratico conduce nei riguardi dei ceti produttivi continua, insomma, e deve proseguire anche la lotta affinché si cancelli questo sistema fraudolento che viola pure l’eguaglianza di fronte alla legge: trattando in maniera discriminatoria i lavoratori autonomi (che dispongono interamente del loro reddito e sono chiamati personalmente a versarne una quota allo Stato) e i lavoratori dipendenti (che invece vengono tenuti in una condizione che in altri tempi si sarebbe detta “servile”).
Secondo Kant i domestici non erano meritevoli del diritto di voto, perché non erano soggetti davvero liberi: capaci di decidere con la loro testa. Per la legislazione vigente tutti i lavoratori dipendenti non sono degni di avere un rapporto personale, trasparente e diretto con il sistema fiscale, e quindi vanno lasciati sotto il controllo di altri: anche perché nno sarebbero in grado di gestire responsabilmente questo rapporto. Non vi pare vi sia una qualche analogia? E davvero non c’è in Italia un solo “progressista” che non si scandalizzi per tutto ciò?

Commenti [30]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *