L’Obamacare, o dello statalismo demagogico

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Sarò brutale. L’entusiasmo dei media più ancora che della sinistra italiana per l’Obamacare mostra due cose. Non conoscono la riforma, o fanno finta di non conoscerla. Brindano solo alla politica padrona. Che quasi nessuno da noi abbia letto le 2.800 pagine dell’Obamacare, è evidente. Altrimenti perché esultano, di una riforma che esclude gli immigrati clandestini da ogni copertura? In Italia darebbero dei fascio-razzisti a chiunque pensasse la stessa cosa. Che cosa c’è di “sinistra”, in una riforma il cui fine è salvare il buco – sei volte il Pil americano, si stima – delle assicurazioni private americane, che però restano private ma con tariffe e prestazioni decise dalla politica e ripiani del debito a carico di imprese e contribuenti? In Italia verrebbe accusato di essere un lacchè degli assicuratori, chiunque proponesse una cosa simile. E se Tremonti avesse proposto in parlamento una riforma sanitaria il cui costo dichiarato netto è di 800 miliardi – 960 netti in un decennio meno i 150 che per Obama verranno risparmiato in Medicare – ma alla cui copertura si inizierà a pensare solo dal 2018 – così Obama potrà ricandidarsi nel 2012 e lasciare magari dopo ancora a un altro democratico, prima che i contribuenti se ne rendano conto – che cosa avrebbero detto, i direttori di giornali che tanto esultano per Obama? Che cosa avrebbero fatto scrivere, se l’ufficio analisi di bilancio del Parlamento avesse messo nero su bianco che le stime di copertura da parte del Tremonti-Obama sono del tutto inattendibili, visto che nel primo decennio potrebbero aggiungersi in realtà non meno di 600 miliardi agli 800 preventivati dal governo? Eppure è questa, la riforma Obama. 1400 miliardi di costo sono il 10% del Pil americano, e si aggiungono al 17% della sanità che resta privata nella forma ma sotto il tallone di prezzi politici e tasse per imprese e cittadini. E’ questo il motivo dell’entusiasmo. I media hanno capito solo che Obama statalizza un altro sesto dell’America dopo il quinto che Obama aveva già nazionalizzato tra auto e banche. E questo basta a stappare champagne. Vedremo gli americani, se la penseranno allo stesso modo.

Tralascio poi che cosa avverrebbe in Italia, se i pubblici ministeri avessero intercettato i serrati confronti telefonici degli ultimi giorni prima del voto risicato alla Camera dei Rappresentanti. Come farebbero, Nancy Pelosi e Obama in persona, ad evitare immediati avvisi di garanzia per corruzione, visto che il voto viene “comprato” in cambio di concessioni per ogni circoscrizione elettorale del parlamentare il cui voto serve a tutti i costi?

La retorica è parte indissolubile della politica. Ma raramente si assistite a tanta retorica diffusa in Italia e in tutta Europa per l’Obamacare. Viene avvicinata all’approvazione del Civil Rights Act antisegregazionista del 1964, addirittura alla Costituzione scritta dai Padri Fondatori, nell’abile enfasi di cui il presidente Obama e i capi del Partito Democratico hanno saputo circondare il voto a strettissimo margine con cui la legge è passata, malgrado la defezione di una quarantina di congressmen democratici.

Ma che cosa prevede davvero, la riforma? In realtà la sanità americana la conoscono in pochi, qui in Italia e Europa. Se immaginate una svolta epocale perché gli States si danno una sanità universale gestita dal pubblico e solo integrata dal privato, come da noi e in generale in Europa, e anche in Gran Bretagna dal 1946, sbagliate di grosso. Altrettanto sbagliate se pensate che in America, se bisognosi di cure d’urgenza, possano sbattervi fuori da un ospedale invece che curarvi, come vi raccontano molti ignoranti politici europei. Non è affatto così.

La riforma americana non cambia la Costituzione – che non prevede la sanità come dovere dello Stato. Continua a postulare che a farsi carico della propria salute siano gli individui, e che debbano essere i privati a farsi carico di equilibrare finanziamento del sistema e costo delle prestazioni. Ma la riforma compromette entrambi i cardini. Rinuncia al presupposto che gli individui siano buoni giudici di se stessi, e aggiunge che il mercato non è in grado di risolvere il problema delle coperture ai costi. Per questo, si affermano due nuovi princìpi. Il primo è che tutti sono obbligati a un’assicurazione sanitaria. Il secondo è che i premi assicurativi incassati dalle compagnie che restano private e i prezzi delle prestazioni del servizio sanitario vengono decisi dalla politica, e sussidiati dallo Stato cioè dalle tasse.

L’obiettivo è di recuperare oltre 20 milioni di cittadini degli oltre 30 attualmente non coperti da assicurazione, “obbligandoli” a sottoscrivere una polizza e minacciando loro multe fino al 2% del reddito. Gli anziani e i giovani di famiglie povere sono già coperti, da Medicaid e Medicare, i due programmi pubblici voluti da Johnson nel 1964, allora però votati in maniera bipartisan perché non nazionalizzavano la sanità, ma la offrivano solo ai soggetti deboli. Ciò che in Europa non si comprende è che buona parte dei 30 milioni di americani oggi non coperti sono cittadini delle classi tra i 20 e i 40 anni che ricadono tra oltre il 40% di americani che – beati loro – non versano un cent di tasse federali, e che con questa riforma saranno invece “obbligati” a spendere di più loro malgrado.

Chi sono i grandi beneficiari del provvedimento? Le compagnie di assicurazione, i cui titoli negli ultimi mesi sono infatti saliti del 30%. L’intera riforma affida alla politica i numeri e la garanzia su un settore che pesa per il 17% del Pil americano, un sesto dell’intera economia nazionale. Le compagnie private erano minacciate da una sostanziale bancarotta di fatto, per via che le sole promesse di spesa attuali – preriforma – di Medicare erano avviate a 86 trilioni di dollari, cioè sei volte il pil americano. Perciò le assicurazioni hanno trattato con Obama ogni singola pagina delle 2.800 della riforma. E’ vero, d’ora in poi non potranno più procedere ad aumenti dei premi superiori a un tot annuo e non potranno più rifiutare la copertura a chi contrae patologie gravi. Ma in cambio si vedono garantiti decine di milioni di clienti obbligatori aggiuntivi, e le loro casse beneficeranno del contributo obbligatorio delle medie e grandi imprese e della tassa aggiuntiva che la riforma introduce a carico delle piccole. Anche l’industria farmaceutica nazionale è stata convinta a spese del contribuente, escludendo la possibilità di reimportazione di farmaci più economici ed equivalenti ma prodotti all’estero.

E’ un megasalvataggio pubblico del settore che resta privato. A che costo? E’ il CBO, l’Ufficio del budget del Congresso USA, indipendente dall’Amministrazione come dalla maggioranza parlamentare, a smontare le cifre di Obama secondo le quali la riforma costerebbe circa 950 miliardi di dollari in 10 anni, ma facendo risparmiare circa 150 miliardi nello stesso lasso di tempo al programma Medicare – in altre parole, traslando copertura pubblica dagli anziani oggi coperti ai giovani che non lo sono. Il CBO ricorda che ogni previsione pubblica ai tempi di Johnson, quando la garanzia pubblica era limitata ad anziani e giovani poveri, si è rivelata lontana dalla realtà di almeno il 500%. Il CBO stima che i 150 miliardi di risparmi da Medicare non ci saranno, e che la riforma potrebbe costare nel primo decennio circa 600 miliardi di dollari più degli 800 indicati da Obama. Al 17% del Pil Usa che oggi se ne va annualmente in sanità, potrebbe aggiungersi dunque un altro 10% spalmato in un decennio, e via a crescere per il futuro.

Per ogni americano che diffida delle molte tasse che dovrà pagare in futuro per un debito pubblico in crescita verso il 100% del Pil, un riforma così onerosa che salva le assicurazioni private affidando tutto ai politici induce a una diffidenza molto diversa, dall’entusiasmo suscitato agli statalisti europei, di destra e di sinistra. Ma Obama si è precostituito un furbo vantaggio. Alla sua rielezione, nel 2012 quando la riforma inizierà a entrare in vigore con le maggiori coperture, gli effetti contabili non saranno evidenti. Non lo saranno se non parzialmente neanche quattro anni dopo. Quando magari Obama intende lasciare a un altro democratico la Casa Bianca, perché le tasse e i contributi obbligatori aggiuntivi entrano in vigore dal 2014, ma i ripiani pubblici dei costi delle prescrizioni farmaceutiche scattano solo dal 2018.  Ricadranno sui successori, e sui contribuenti a venire. Un lento passaggio alla politica padrone, con privati al laccio dei suoi capipartito. E’ più coerente allora la sanità pubblica all’europea cioè gestita direttamente dallo Stato e solo integrata da privati, se deve comunque comandare la politica. L’Obamacare mi sembra dunque un vero attacco di fondo all’America che ci piace. Per questo la sinistra democratica alla Pelosi è così fanaticamente favorevole. Che orrore.  Fossimo americani, saremmo nelle piazze anche noi.

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