19
Mar
2010

I politici non lavorano? Paghiamoli di più!

Scendete per strada, fermate – con molto garbo, s’intende – la prima persona che vi passa davanti e chiedete qual è la sua opinione sulla classe politica e i suoi esponenti. È molto probabile che il profilo tratteggiato sia quello di un uomo meschino, privo di scrupoli, sempre presente quando si tratta di curarsi del proprio tornaconto, sempre indifferente e assente quando si tratta di risolvere i problemi del Paese. Già, perché l’uomo della strada sembra particolarmente disturbato e indispettito dalle immagini dei deserti emicicli romani viste di sfuggita alla televisione in un noioso pomeriggio di interrogazioni parlamentari.
Se per caso il vostro nuovo amico non andava di fretta, potete stare quasi certo che si fermerà qualche momento in più per illustrarvi il suo piano per mettere a posto le cose. E anche in questo caso è facile immaginare come i primi rimedi proposti sarebbero il dimezzamento dello stipendio dei politici e l’azzeramento dei loro privilegi …le auto blu!
Ma esistono altre soluzioni, concrete, possibilmente elaborate da qualcuno che abbia un’idea seria della composizione del bilancio statale e delle leggi che governano la politica?
Un’idea sicuramente da discutere, che a prima vista si presenta parecchio bizzarra, è quella proposta in questo paper da Stefano Gagliarducci dell’Università Tor Vergata e Tommaso Nannicini dell’Università Bocconi i quali indagano in che modo l’ammontare degli stipendi dei politici incide sulla scelta dei cittadini di concorrere per le cariche pubbliche e sul loro operato una volta passati dall’altro lato della staccionata. Per come presentati, i risultati dello studio sembrano dimostrare che «uno stipendio più alto attrae candidati meglio istruiti e che politici meglio pagati ridimensionano l’apparato di governo migliorandone l’efficienza».
A livello teorico, la tesi poggia sull’assunto che un salario elevato possa fare aumentare la “qualità” degli aspiranti lavoratori, aumentando il costo della perdita del lavoro e quindi l’impegno profuso per evitare che ciò accada, oltre che migliorare le motivazioni e il lavoro di gruppo.
Se la politica offrisse stipendi meno distanti da quelli del settore privato, non potrebbe che giovarsi dell’interessamento di quegli individui dotati di grandi capacità manageriali e fiuto imprenditoriale che al momento si tengono lontani dalla professione, giudicandola non sufficientemente remunerativa.
Sul perché del miglioramento del morale è inutile stare a spiegare, mentre l’affiatamento lavoro di gruppo, e il compattamento degli aspiranti politici ispirati dalla stesse idee (che, data l’istruzione e la verosimile esperienza di come funziona l’economia nel mondo reale di quanti si avvicinerebbero alla politica, potrebbero essere molto più favorevoli al mercato di quanto non sia ora) è spiegata dalle minori chances di elezione su cui potrebbero contare gli appartenenti ai gruppi minoritari.
Forse il ragionamento eccede nel fare affidamento su una visione un po’ troppo incline a vedere i politici come tecnici. Nondimeno, è interessante leggere le conclusioni dello studio empirico che gli autori del paper hanno condotto sulle performance dei sindaci italiani dei comuni con più di 5mila abitanti nel periodo dal 1993 al 2001. La scelta del campione è stata determinata oltre che dalla disponibilità dei dati, dal fatto che com’è noto gli stipendi degli amministratori locali variano in virtù del totale della popolazione residente, classificata in nove scaglioni dalla tabella A del Decreto del Ministero dell’Interno n. 119 del 4 Aprile 2000, emanato in applicazione della “legge Bassanini”. Le fasce al di sopra dei 5mila abitanti, e gli stipendi originariamente previsti vanno dai 5.400.000 lire ai 15.100.000 delle città con oltre 500mila abitanti.
I risultati, sorprendenti, dicono che maggiore è il peso della busta paga, maggiori sono le probabilità che il primo cittadino governi virtuosamente, a tutto vantaggio dei cittadini: abbassamento delle imposte (-13%) e delle tariffe dei tanti servizi – dalla fornitura d’acqua allo smaltimento dei rifiuti, passando per i “servizi” di polizia locale – di cui le municipalità si occupano (-86%), riduzione del personale (-11%) e delle spese correnti (-22%).
Purtroppo la ricerca non specifica se, e in quale misura, queste amministrazioni abbiano eventualmente dovuto ricorrere alle risorse statali. Ci piace credere – magari evitando di metterci la mano sul fuoco – che ciò non sia avvenuto e salutare. Un meccanismo in grado di selezionare una classe politica in che non ritragga la mano dinnanzi a quella corona spinata di deficit e sprechi che è la spesa corrente del nostro Paese, non può non meritare di essere indagato.
C’è da riflettere anche sul tema della rielezione, dal momento che secondo il paper uno stipendio elevato sarebbe un ottimo incentivo affinché il politico in carica lavori bene al fine di evitare di perdere la propria redditizia occupazione.
L’opinione secondo cui la protratta occupazione di cariche pubbliche sarebbe intrinsecamente fonte di conseguenze indesiderabili è talmente radicata che proprio per questa ragione esistono norme che vietano la rielezione per più di tre mandati. Pur non dimenticando che il potere ha la tendenza alla corruzione degli animi, qualche ragione in favore della sua durata sembra esserci.
Oggi, uno degli elementi che rendere allettanti le cariche pubbliche sta nella possibilità di capitalizzare tutto ciò che deriva dalla privilegiata posizione – conoscenza e, soprattutto, conoscenze – una volta terminato il mandato. Nel privato o sempre in politica, ma in quest’ultimo caso i pioli della scala non sono infiniti.
La possibilità di un orizzonte temporale politico più vasto, invece, rendendo virtualmente possibile la permanenza in carica per un lungo tempo, favorirebbe un ridimensionamento di quella smodata preferenza temporale che affligge la politica, nella quale si verrebbero così a creare spazi per l’inserimento di criteri di valutazione economica di tipo privato.
Male che vada, così come suggeriscono gli esempi del paper, ci si orienterebbe maggiormente alla spesa in conto capitale, destinata a finanziare gli investimenti, piuttosto che a quella corrente.
Senza contare che in tale contesto esisterebbero anche le condizioni necessarie all’attuazione di quelle politiche – tra cui l’abbassamento delle imposte – che pur implicando qualche costo nel momento in cui sono decise sono in grado di produrre grandi benefici ma solamente nel medio termine.
Va aggiunto che nel paper è presente anche qualche passaggio più scoraggiante, come il richiamo a uno studio indipendente del 2009 che analizza gli effetti di un emendamento costituzionale brasiliano, da cui emerge una proporzionalità diretta tra l’ammontare degli stipendi e la produzione legislativa misurata in termini di progetti di legge presentati e approvati.
Un’ipotesi da far rizzare i capelli ai più consapevoli delle conseguenze indesiderabili che un parlamento iperattivo comporta, molti dei quali, al contrario, hanno ipotizzato sistemi normativi finalizzati a penalizzare un dinamismo che, quando riscontrato, ha immancabilmente portato alla compressione delle libertà economiche e del sacrificio degli spazi di autonomia privati, all’altare dell’elefantiaco Stato assistenzialista.
Purtroppo però, per il nostro uomo della strada è difficile, se non impossibile, capire che i veri danni causati dalla politica non sono i costi necessari a sostenerla: sono quelli imposti alle imprese e ai consumatori dalla cattiva legislazione, dalla regolamentazione asfissiante, dalla tassazione iniqua, dall’enorme dedalo della burocrazia, dai mille e mille divieti…
Se poi la conversazione si protrae ancora e c’è tempo per una breve retrospettiva, scoprirete che il nostro amico – evidentemente un tipo con le idee chiare – addita con disprezzo quei politici trafficoni di vent’anni fa da quei politici, molti dei quali finiti – giustamente! – nel tritacarne delle inchieste milanesi, colpevoli di avere rimpinguato i propri impenetrabili conti correnti a furia di oleose tangenti in barba alla gente perbene.
Non di avere creato quell’abnorme debito pubblico che continuerà a schiacciare la schiena dei nostri discendenti per chissà quante generazioni. No. Quei  milioni spariti in qualche valigetta.
Le drammatiche voragini del bilancio statale non sono quelle create dai conti in rosso della previdenza, della sanità e dell’istruzione. No. La rovina dell’Italia sono gli stipendi dei parlamentari e le loro auto blu.
Dal momento che al nostro amico, la visione degli scranni vuoti sembra causare la stesso effetto che fa al poppante affamato la visione della madre che si allontana portandosi dietro il biberon, potrebbe essere utile – o almeno divertente – rassicurarlo facendogli presente che un modo per cancellare questa immagine così disturbante esisterebbe pure.
Orrore, orrore! Già. Ma se funzionasse per davvero?

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10 Responses

  1. Giordano Masini

    L’idea è senz’altro stimolante, anche se ho l’impressione che i politici “non lavorino” semplicemente perché non è richiesto loro di farlo. Ovvero, perché le leggi elettorali che si sono susseguite in Italia, fino all’ultima, decisamente la peggiore da questo punto di vista, allontanano l’eletto dal giudizio dell’elettore e lo rendono sostanzialmente dipendente dal partito di appartenenza, unico arbitro per la sua ricollocazione nella lista (bloccata). E infatti rispetto ai desiderata del partito e del capogruppo l’eletto lavora, eccome, e con solerzia. Solo che il cittadino comune ha difficoltà ad accorgersene, dato che molto diffilmente gli interessi di un partito e quelli della cittadinanza collimano.
    Aumentare loro i compensi equivarrebbe ad aumentare gli stipendi dei dipendenti pubblici per stimolarne la produttività senza riformare il contratto del pubblico impiego. In Italia dovremmo avere, per esempio, i magistrati più efficienti dell’Europa continentale…

  2. insofferente

    Vaneggiamenti e utopie. La politica attrae per “potenza”denaro”privilegi durante e dopo il mandato. Se qualcuno dovesse avere anche la vocazione ben venga per lui, ma poco per gli altri. A mio parere il costo dei politici eletti e presenti in parlamento,dovrebbe essere adeguato sia al ruolo svolto, ma sopratutto alla dedizione effettuata ed al rispetto di norme etiche e professionali. Per chiarire, ogni politico dovrebbe rispettare orari, presenze interventi azioni svolte, come un qualsiasi dipendente ben pagato. Assurdo poi il costo di un politico al di fuori degli emolumenti stabiliti, Questi costi arrivano all’incredibile e su questi si dovrebbe lavorare per ridurre, come pure per l’assenteismo. Non si può accettare che un deputate percepisca soldi e pensione per tutta una vita, per avere presenziato magari due volte in tutto il suo mandato,INCONCEPIBILE!!!!! Un’ultima cosa. NON E’ POSSIBILE, NON E’ ACCETTABILE, E’ INDEGNO che un parlamentare inquisito o addirittura condannato (qualsiasi sia il reato
    commesso, non debba essere BUTTATO FUORI DALLE ISTITUZIONI, e che possa continuare le persone che lo hanno eletto (si fa per dire o meglio per ridere, poichè in realtà sono elette dai partire).

  3. chicca

    se lo stipendio fosse di € 1.300 io credo che gli emicicli sarebbero deserti come il Sahara sicuramente come potrebbero comprarsi tutti i capi griffati, pagare le segretarie e i portaborse ?? vorrei vederli pezzi di fetenti più crtetini noi che li votiamo

  4. avv. diavolo

    temo purtroppo che i più non coglieranno il tono ironico (eppure l’immagine dovrebbe far capire questo) del post, forse anche perchè scoraggiati dalla lunghezza. interessante, a tratti divertente, comunque

  5. Bah francamente temo che il produttivismo legislativo e gli incentivi sugli stipendi dei politici sia cosa alquanto poco plausibile e potenzialmente nefasto.
    In politica ci ritroviamo per di più raccomandati, fannulloni e incapaci, davvero non si capisce come col welfarismo parlamentare si potrebbe migliorare le cose e farli lavorare di più.
    Chi controlla il controllore?.
    Già oggi stando alle ultime dichiarazioni dei redditi la Casta politica italiana si è aumentata lo stipendio rispetto all’anno scorso.
    E questo ben al di là della mera inflazione (da loro causata!).
    Piuttosto l’approccio da intraprendere con i politici non dovrebbe essere basato sull’aumento dello stipendio in merito al loro lavoro (per’altro inutile e controproducente moltissime volte come nel caso del sindacato).
    Basandoci sul lavoro in azienda privata (premesso che bisognerebbe puntualizzare che in azienda non esitono solo i manager e francamente considerare il politico un manager è questione molto delicata anche in termini puramente miniarchici) si dovrebbe semmai portare avanti un ragionamento basato sull’utilità della stessa presenza parlamentare e politica non nelle nostre istituzioni ma nelle nostre vite.
    Questo al di là della loro operosità.
    D’altronde in una azienda privata non importa se l’operaio lavora bene o male, se è costretta a licenziare perchè non gli serve del personale (dato la restrizione degli affari e del capitale aziendario) lo farà al di là della buona volontà del suo lavorante.
    In politica bisognerebbe introdurre tale principio, non solo la formale visione (tral’altro molto chiaroscurale per come viene interpretata in Italia) “dell’azienda Italia” o dell’azienda-Stato (e viceversa).
    Appare ovvio che la burocrazia e la PA sia un costo insostenibile per l’economia e la competitività; ebbene queste sono figlie della politica.
    Per non parlare del clientelismo e delle assunzioni facili a scopo elettorale.
    Piuttosto che alzare lo stipendio bisognerebbe adoperare la medesima logica di utilità economica che induce a ritenere i fenomeni derivanti dalla politica in economia e in altre attività come nefasti e controproducenti.
    Se il politico e la sua presenza di ruolo è inutile (poichè deve legiferare e controllare meno l’economia e la società, lasciando libero il mercato), non conta che questi sia bravo o un asino , se non serve non serve punto.
    E’ inutile programmare e sostenere il miglior candidato al ruolo di tecnico o di consulente se la consulenza o il settore da amministrare viene tolto alla sua autoregolamentazione di mercato e alla sua spontanea crescita e riequilibrio.
    Cercare di formare una selezione della miglior classe dirigente è un pò una utopia platonica (come quella èer l’appunto di mettere in mano ai “filosofi migliori” le sorti della Repubblica).

    Un esempio evidente è la tecnocrazia economica e finanziaria negli anni scorsi a livello politico, che ha provocato e sta tutt’ora provocando danni a livello monetario ed economico stiamo pagando tutti nei vari continenti.
    Non solo le responsabilità sono di tecnici e di professoroni universitari, ma addirittura di personaggi che in seguito hanno addirittura fatto carriera istituzionale nelle stanze di Palazzo.
    Ebbene li avremmo dovuti pagare ieri?.
    Li pagheremmo oggi ben sapendo cosa hanno combinato le loro politiche e modelli statistici?.
    Chi è così folle da pagarli un domani ben sapendo cosa propongono e quali disastri hanno combinato?.
    Il punto non è solo mera questione di quantità (numero dei parlamentari) o di qualità(presenza e attività parlametari) ma anche con quali finalità e quali indirizzi vengano a realizzarsi tali questioni.
    Il problema della classe politica poi non è solo questione di ricambio o di stipendio basso (a mio parere l’ottica è semmai l’opposta compresa la questione dell’ingresso sempre più spasmodico di persone in politica), ma è anche una questione di competenze e di responsabilità che si inscrive entro un contesto politico sociale, economico e culturale ben più vasto.
    Guardare di aiutare o raddrizzare dall’esterno i torti di una appendice di sistema può essere meritevole ma molto spesso rischia solo di essere fatica vana e sprecata.
    Bisogna innanzitutto avere ben chiaro il limite del ruolo della funzione politica e i limiti della natura umana quando si tratta di potere e soldi pubblici.
    Se il sistema delle pubbliche competenze è marcio alla radice, si fa prima a cambiare prospettiva e paradigma, rovesciando la prospettiva in favore di una visione pro-market liberamente competitiva nei servizi e nelle funzioni anzichè mettersi a fare i “Machiavelli” della situazione.
    Al di là dei numeri in Parlamento o nello stipendio.
    D’altronde se lo Stato e l’opinione generale di molta gente sui politici è assai bassa nei sondaggi, le cause sono ben evidenti e anche sovente ben motivate.
    Piuttosto sarebbe opportuno mettere in pratica (fuori dalla politica) soluzioni alternative e competitive per innovare e far crescere l’economia (e la fiducia della gente) anche a scapito dell’attuale declino della politica.
    Il mercato è innanzitutto competizione, se il monopolista non funziona è giusto cercare nuove offerte.
    Saluti da LucaF.

  6. Concordo pienamente con Luca F. :
    “Il problema della classe politica poi non è solo questione di ricambio o di stipendio basso (a mio parere l’ottica è semmai l’opposta compresa la questione dell’ingresso sempre più spasmodico di persone in politica), ma è anche una questione di competenze e di responsabilità che si inscrive entro un contesto politico sociale, economico e culturale ben più vasto”.

    Il problema culturale italiano si rispecchia esattamente su come lavora la pubblica amministrazione con:
    – totale assenza di strutture organizzative efficienti e competenti
    – totale assenza di strutture che effettuano progettazione di indirizzo anche su necessità interne all’amministrazione stessa.

    La totale assenza di meritocrazia e di strumenti che permettono di far avanzare uno bravo invece di un yesman hanno ormai creato una struttura dirigenziale della PA che è specchio della nostra cultura.

    La politica infatti cosa fa?
    Invece di pensare a risolvere il problema di fondo ne sfrutta i difetti, ovvero, a me non frega niente di quanto si assenta un dipendente pubblico ma mi frega di come viene valutato per quello che fa.
    Io non penso che Brunetta sia un asino ma penso che fa delle cose da asino per sfruttare le potenzialità mediatiche, visto che cercare di fare un sistema vero di valutazione dei dipendenti sia molto meno spendibile politicamente.

    E’ corretto limitare la pubblica amministrazione per limitare i danni e i costi, ma non risolve il problema di fondo di come lavora la parte rimanente, certo avremmo dei costi minori ma il guadagno può essere distrutto con estrema facilità da politiche sbagliate ed organizzazione inefficiente.

  7. Mauro

    L’articolo si riferisce ad incarichi locali, non nazionali. E’ l’idea che il mestiere politico sia pagato poco che non sta in piedi:
    1. Per essere molto pagati, gli amministratori devono essere in pochi (quindi, riduzione del numero di enti/strutture pubbliche); attualmente, non mi pare una prospettiva credibile.
    2. Se la carica è elettiva, un politico inizia in regime di volontariato (e quindi non percepisce stipendio): quindi, l’amministratore capace e rapace non si avvicina per mancanza di stimolo; successivamente, è evidente l’impossibilità di scalzare un politico di carriera da parte di una “new entry” capace e rapace attirata dallo stipendio.
    Non siamo nel miglior possibile mondo…

  8. trebestie

    Tema interessante su cui, a parte la rituale e periodica salva di avvertimento, non ricordo di avere assistito a dibattiti seri e concludenti.
    Esiste una sproporzione evidente tra le indennità dei sindaci e quelle di figure a volte anonime quali deputati e consiglieri regionali.
    Il sindaco di Torino percepisce circa 100.000 euro all’anno e credo non faccia un giorno di ferie tranquillo da anni, i consiglieri regionali del Piemonte 130.000 a fronte di incombenze, responsabilità, carichi di lavoro e benefit di tutt’altro tenore.
    Per l’incarico da assessore in un comune di 5.500 abitanti prendo 350,00 euro lordi mensili. Non mi lamento della cifra che mi era nota al momento di accettare la nomina e non spetta a me giudicare se siano tanti o pochi. Di sicuro non ci si riesce a mantenere una famiglia e in una struttura amministrativa modesta come la nostra in cui spesso ti tocca fare il boia e l’impiccato te li guadagni fino all’ultimo centesimo.

  9. microalfa

    Concordo sia con la divertente provocazione dell’articolista che con tutti gli interventi succedutisi. Tuttavia mi pare che sfugga la radice del problema che ha portato quasi generalmente le democrazie occidentali – non riesco proprio ad aggiungere il canonico liberali nella definizione – alla creazione artificiosa di un Ente superiore, lontano e distinto dal complesso della cittadinanza, chiamato Stato. Con relativi annessi e connessi.
    Il problema ab origine si chiama assenza di comune partecipazione come ci ha insegnato il sempre valido insegnamento di Alexis de Tocqueville: la colpa in fondo è nostra che per comodità, interessi diversi, pigrizia o peso della vita quotidiana, abbiamo perso il gusto della res publica. Riducendola ad una crocetta ogni tanto o poco.
    Lo so, è difficile pensare di riformare la politica dall’interno, sul piano elefantiaco e dispersivo cui è attualmente giunta, infatti penso che per partecipazione debba intendersi il formarsi spontaneo di un associazionismo funzionale che possa a quel punto esercitare una forte pressione sui professionisti autoreferenti dello statalismo.
    Con tutta la loro indubbia validità, pensare di ottenere risultati tangibili solo attraverso think tank quali IBL e Chicago blog e i loro quattro lettori risulta velleitario.
    Giuro, mai avrei pensato nella mia vita di giungere a sognare una revolucion liberal come un tupamaro di contrarian memoria.:)

    Un saluto
    micrroalfa

  10. Giuseppe Rollo

    Il problema non è lo stipendio. In realtà è poca cosa… Quello che veramente conta per la classe politica è il potere di gestire enormi quantità di denaro pubblico da cui si può attingere per il proprio tornaconto e la distribuzione a parenti e amici. La visione del bravo manager, oculato amministratore che farebbe bene anche in politica se ben remunerato esiste solo nel mondo delle favole. In Italia piccoli e grandi imprenditori e manager sono in politica, anche se non direttamente, solo per ottenere i soldi che gli onesti lavoratori (fessi) sborsano con le imposte. Ovviamente tutto questo per mantenere le proprie rendite, che senza intervento dello stato sarebbero in discussione nel mercato. Se vogliamo dei politici più capaci ed efficienti abbiamo bisogno di una spesa pubblica ridotta al minimo, bassa tassazione e minore invasione di ministri, parlamentari, governatori, assessori regionali, presidenti di provincia e sindaci nell’economia e nei mercati!

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