18
Mar
2010

Facebook (non) sorpassa Google. E allora?

Ieri anche in Italia ha suscitato interesse la notizia, riportata due giorni fa dal Financial Times (che a sua volta citava i dati della società di ricerca Hitwise) secondo cui negli Stati Uniti, Facebook avrebbe superato per numero di accessi Google, il più cliccato motore di ricerca della rete. Il sorpasso sarebbe avvenuto la scorsa settimana, quando il 7,07% degli internauti a stelle e strisce ha visitato l’aggregatore, contro il “solo” 7,03% che ha rivolto le proprie attenzioni alla pagina del colosso di Mountain Wiew. A detta degli analisti non rappresenterebbero un episodio isolato ma la certificazione di una consolidata tendenza alla crescita. Quanto c’è di vero, e come può essere interpretato tutto ciò?
Mentre i volumi degli accessi di Google si mantengono sostanzialmente costanti, quelli di Facebook crescono di un impressionante 185% annuo. In pochi mesi, dall’aprile 2009 al febbraio 2009, gli utenti mondiali del popolare social network sono raddoppiati, passando dai 200 ai 400 milioni.
Dati che certificano un mutamento dell’approccio con il web, sempre più interpretato dagli utenti come luogo di aggregazione e socializzazione, prima ancora che di ricerca e informazione. A confermare questa tendenza, la scelta della stessa Google che non più tardi di un mese fa ha lanciato un proprio sito sociale, Buzz, integrato nel proprio servizio di posta elettronica.
Sembra che nel dicembre 2009 i navigatori di tutto il mondo abbiano trascorso una media di 5 ore e mezza sui vari siti di social network: l’82% in più rispetto all’anno precedente. Negli Stati Uniti, le statistiche mensili parlano di una media di sei ore e mezza su Facebook; meno di due ore e mezzo quelle trascorse su Google.

Eppure, ai commentatori più accorti, non è sfuggito che i dati presentati da Hitwise riguardano solamente gli accessi alle rispettive pagine principali dei due siti. Il che esclude molte cliccatissime pagine dell’universo Google come Gmail, Google Maps e, soprattutto, Youtube, le quali se considerate portano all’11,03% il numero dei navigatori americani sulle pagine riconducibili a Google, davanti non solo al 7,07% di Facebook, ma anche al 10,98% dei siti collegati a Yahoo.
Il fatto che siano sempre più gli utenti che effettuano le loro ricerche digitando direttamente i parametri sullo spazio dedicato integrato nel proprio browser (a sua volta un servizio che ha una sua logica di mercato, come ha dimostrato negli scorsi anni l’accordo commerciale tra Mozilla e Google che ha permesso lo sviluppo di Firefox, uno dei più veloci e affidabili browser che ogni giorno sottraggono quote al perennemente instabile Explorer), anziché dover aprire ogni volta la pagina principale del motore, è un motivo per cui, al di là dei trend e delle aspettative, il condizionale è d’obbligo, quando si parla di sorpasso.
I conteggi e le stime degli accessi non sono i soli indicatori della grandezza e della popolarità dei siti. Per qualsiasi impresa desiderosa di mietere profitti – e in questa definizione rientrano a pieno titolo sia Google che Facebook – non conta tanto il numero dei contatti, quanto il volume di affari che esso è in grado di garantire. Sebbene il social network creato da Marck Zuckenberg abbia ancora ampi margini di crescita, sempre il Financial Times stima i profitti di Facebook in una cifra tra 1 e 1,5 miliardi di dollari, mentre quelli di Google ammontano alla bellezza di 23,7 miliardi. Un divario che lascia poco spazio ai commenti.
Un episodio quindi, che ci conferma ancora una volta quanto sia opportuna la cautela nel trarre conclusioni da numeri e percentuali troppo disinvoltamente presentati, a beneficio magari di quanti – e non sono così pochi, neppure in Italia – in cuor loro gioiscono a ogni “sconfitta” di questo colosso la cui sempre migliore efficienza non smette di far paura a editori scontenti e censori dalle ispirazioni più diverse.
Eppure non occorre un grande sforzo per ipotizzare come il minor tempo trascorso su Google possa benissimo essere interpretato come il successo degli sforzi di affinamento delle tecnologie di ricerca su cui la creatura di Larry Page e Sergey Brin non ha mai smesso di investire. Questo grazie sia all’implementazione dei criteri di catalogazione delle pagine sia all’applicazione che memorizza e studia le ricerche e i siti visitati da ciascun utente. Applicazione, quest’ultima che può comunque essere disabilitata dal sospettoso utente preoccupato più dell’idea dell’invasione della sua “privacy” (concetto che sembra assumere sempre più i connotati di un’ossessione dal sapore un po’ luddista) che della velocità e precisione delle sue ricerche.
Quello di trascorrere più tempo possibile sulle proprie pagine non è lo scopo di un motore di ricerca quanto piuttosto quello più intrinseco di un aggregatore online, ed è per questo che si dovrebbe essere grati a Google, che con la sua efficienza, può permettersi di fare un favore anche a quello che da molti è dipinto come un suo concorrente.
A ben vedere, data anche la diversa natura, Google e Facebook possono essere considerati due strumenti complementari del cyberspazio: con il primo si offre e si acquisisce la conoscenza, con il secondo la si condivide e la si discute.
Poi è chiaro, l’esperienza ci dice che c’è chi usa Google per scovare le ultime gallerie della sua “signorina jpeg” preferita, così come c’è chi non si lascia sfuggire l’occasione di tenersi aggiornato sugli ultimi importanti avvenimenti finanziari dai quattro angoli del mondo. C’è anche chi adopera Facebook per diffondere i post di questo blog e far conoscere i volumi della propria casa editrice, e chi – più prosaicamente, ma altrettanto legittimamente – per inneggiare ai propri gruppi preferiti o condividere le foto dell’ultima serata in discoteca.
Come per tutti gli strumenti, la desiderabilità o meno degli esisti sta tutta nell’utilizzo che gli utenti ne fanno. In questo non vi è, naturalmente, alcuna differenza tra i due siti forse più conosciuti al mondo.
Certamente questi sono argomenti complessi e gli spunti su cui riflettere sono molti di più di quelli qui presentati. Ma sono parecchie anche le notifiche che nel frattempo si sono accumulate…

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1 Response

  1. interessante come spesso avviene per gli articoli su questo sito. Tuttavia mi chiedo… Google “serve” a qualcosa, ma Facebook? E’ una specie di buco nero che non e’ Google, non e’ Twitter, non e’ Picasa, non e’ niente ed e’ al contempo di tutto un po’… Aveva ragione quel mio ex collega: sviluppare applicazioni efficienti e “utili” è “inutile”, meglio realizzare video server per film porno da sparare sui videotelefoni, oppure sistemi per le chat… (ed io invece che mi sono intestardito con il protocollo informatico e la gestione documentale…).

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