Due gasdotti al prezzo di uno

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (6 voti, media: 4,83 su 5)
Loading...

Cosa c’è dietro la proposta di Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, di “fondere” Nabucco e South Stream, i due progetti concorrenti di gasdotti che dovrebbero portare gas dalla Russia e dal Caspio verso il Sud Europa? Apparentemente, l’idea sta in piedi: costruire un tratto comune ai due gasdotti consentirebbe di conseguire rilevanti economie di scala, sia sotto il profilo dei costi di realizzazione sia sotto quello dei costi di negoziazione coi paesi di transito. In più, sebbene i russi non sembrino entusiasti (et pour cause), gli americani per la prima volta mostrano aperta simpatia per un’iniziativa di Piazzale Mattei. L’inviato di Washington per l’energia, Richard Morningstar, ha parlato di “un’idea interessante che merita ulteriori discussioni e approfondimenti“. Dietro il fumo politico, però, non sembra esserci dell’arrosto.

Anzitutto, non si capisce quanto l’uscita di Scaroni sia concreta, e quanto sia punzecchiatura a Mosca. Trovata una quadra sui contratti (come ha raccontato un paio di giorni fa Stefano Agnoli, e sostanzialmente secondo le linee che Chicago-blog aveva anticipato) il confronto si è spostato su questioni più strategiche – secondo un complesso quadro che è ben descritto sul Foglio di oggi (al momento non lo trovo online). Per esempio, San Donato non avrebbe apprezzato le aperture dei russi ai francesi di Edf, nel consorzio South Stream; e i russi non avrebbero apprezzato lo scetticismo del Cane a sei zampe. L’appoggio americano, da questo punto di vista, non è detto che rafforzi le posizioni dell’Eni. Poi ci sono le rogne finanziarie e la riorganizzazione del gruppo, la cui urgenza è resa evidente dalla rielaborazione della strategia del gruppo, con la riduzione degli obiettivi della produzione, la difesa del dividendo, le pressioni di Knight-Vinke (qui un riassunto dei fronti aperti), l’inevitabile tonfo in borsa.

Sotto il profilo industriale, però, la fusione dei due gasdotti non convince. Non convince per la semplice ragione che, per quanto cresca la domanda europea di gas, difficilmente crescerà a tal punto da assorbire l’offerta addizionale di addirittura due tubi. In questo senso, il Cremlino ha ragione: nessuno investirebbe in una infrastruttura tale da determinare un eccesso di offerta sul mercato di vale e, dunque, minare la sua possibilità di ripagarsi. In questo senso, allora, è forte il sospetto che sia tutto un gioco politico. Come politico è, del resto, il gioco delle parti tra San Donato, Mosca, Roma e Washington. Tanto più che, nelle attuali condizioni di mercato, in presenza di una bolla (seppure transitoria) determinata dalla crisi, tutti i progetti sono rimandati di almeno 5-10 anni. Insomma: siamo al gioco di posizionamento, il momento in cui si tratterà di stringere è ancora lontano.

Commenti [3]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *