Sui CDS aggiungo che…

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Condivido le considerazioni di Mario Seminerio in merito alla vicenda CDS-debiti sovrani. Il punto è la luna rappresentata dai debiti e deficit pubblici, più che il dito che la indica. Detto questo, stiamo attenti a considerare anche altri aspetti della nuova bilancia del rischio-insolvenza dei debiti pubblici. Messo alla strette, preferisco questa nuova bilancia – i CDS – a quella precedente, il rating emesso dalle solite quattro agenzie internazionali che si occupano anche del debito corporate: il loro track record è scandalosamente gravato da un bias favorevole ai grandi Paesi rispetto a quelli medio-piccoli, quanto a giudizio dei debiti pubblici e piani fiscali annuali. Tuttavia se nella terza settimana di gennaio il CDS greco è salito di 180 punti e, nelle due giornate successive al megabond greco della scorsa settimana – piazzato con successo con enorme overbooking a praticamente 300 punti base più del Bund germanico – è sceso di quasi 160 punti, c’è comunque qualcosa che non va. Invito a riflettere sul fatto che non sono solo i politici – greci e francesi ma anche italiani, con Tremonti – a invitare alla diffidenza verso i CDS.  Mario Draghi, ieri, ha “escluso” che i CDS possano restare su mercati OTC come avvenuto fino a ora, poiché ciò che riguarda il rischio sistemico abbisogna di regole sistemiche.
Naturalmente il diavolo si nasconde nei dettagli, quindi bisognerà vedere di che rimedi regolatori si tratta, e da parte di chi la pensa come noi li si dovrà accogliere col massimo di scetticismo fino a prova contraria. Perché il rischio di compiacere politici che spingono sul debito pubblico in nome del “ritorno alla politica” è molto forte.
Segnalo però un esempio di questione da prendere in considerazione, per capire meglio ancora come funzioni il mercato di quei 2,5 trilioni di dollari circa che giornalmente in media si muove di questi tempi su valute e debiti sovrani. Questo paper è utile per comprendere che il problema non è quello di quattro o cinque fondi hedge, che come dice giustamente seminerio non potrebbero mai deterrminare “effetti greci”. Tre giovani economisti cinesi della University of Missouri at St Louis e della Seattle University studiano nel 2007 e 2008 la correlazione tra CDS e cambi sul dollaro di altre quattro valute, euro, yen, sterlina e dollaro australiano. Mentre la correlazione è forte nei cambi di tutte sul dollaro, essa – tranne che nel caso della valuta australiana, che non fa testo in termini di riserve e grandi flossi –  è molto debole quanto ad andamenti di cambio sull’euro. Tradotto significa: i CDS mostrano margini di variazione più ampi e più intensa volatilità, in presenza di cambi di segno e convenienza dei grandi flusis di carry trade sul mercato delle valute, massime rispetto al dollaro quindi. Nella forbice tra tassi d’interesse negativi – USA e giapponesi – e a 6, 7 o 800 punti base di Paesi che trainano l’economia mondiale, è proprio il carry trade il fenomeno di maggior rilievo quanto a influenza dei mercati valutari. Più di quello dei rischi sovrani: anzi, se li “porta appresso”, per così dire, influenzandone molto il giudizio di rischiosità.  Come testimoniato dal mutare di segno del cambio dollaro-euro da metà gennaio, la maggior volatilità dei CDS sugli eurodebiti pubblici avveniva contestualmente a un significativo modificarsi dei flussi in carry trade.  I dati a nostra disposizione dicono che l’ingente branco di carry traders ha la forza di traino relativa che manca ai quattro-cinque hedge funds sospettati del complotto antigreco e antieuropeo. Naturalmente, anche in quel caso non si tratta di un complotto, ma semplicemente di una grande forza di mercato che quotidianamente arbitraggia tassi e impieghi monetari. Se lo si vuole evitare, servono eventualmente accordi dollaro-euro-yuan del tipo di quelli Plaza e Plaza2 di decenni fa. Non ne vedo le premesse. Altrimenti, inutile prendersela con chi fa il suo mestiere sui mercati.

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