3
Mar
2010

Articolo 18, famiglia e lavoro: il cattolicesimo non ha colpe

Il ddl sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che oggi Repubblica addita al ludibrio pubblico, e che nel pomeriggio è passato in Senato, è cosa buona e giusta, almeno secondo me. Qui il testo. Dire che è uguale e anzi peggio alla proposta sulla quale si immolò inutilmente Antonio D’Amato, due presidenze di Confindustria fa, significa mentire spudoratamente.  Allora la Cgil di Cofferati, in una battaglia frontale, travolse ogni intento riformatore riuscendo a presentarlo come volto a ottenere licenziamenti di massa privi di ogni tutela, invece che a sottrarli alla variabile decisione del magistrato, come avviene ora, sostituendovi un indennizzo certo graduato alla durata del rapporto di lavoro precedente, come ci si propose invano di fare. Che oggi la Cgil si faccia insegnare il mestiere da Repubblica, la dice lunga dei tempi in cui viviamo. Non è solo la destra, in crisi. Ma anche la sinistra e per di più il vecchio bastione della sinistra sociale, cioè la Cgil intenta solo alle coltellate precongressuali, con accuse alla maggioranza epifaniana di truccare i voti da partre della minoranza “antagonista”, Rinaldini-Fammoni. Il progetto del governo attuale è di affiancare volontariamente alla tutela di legge attuale la possibilità di un arbitrato, sottoscritta dal lavoratore all’assunzione. In più, si lascia alle parti sociali il diritto prevalente di regolare la questione con un atto di indirizzo, trattato autonomamente dalle parti sociali  e sottoscritto entro un anno. Solo in assenza di intesa tra sindacati e associazioni datoriali, il governo interverrebbe secondo i princìpi stabiliti nella delega. Insomma più flessibilità, ma nella contrattazione e senza diktat al sindacato. Ciò di cui c’è bisogno, secondo me. A sostegno ulteriore, un paper interessante, di Alberto Alesina. Che sviluppa buoni argomenti ma ha un difetto, secondo me:  è a torto anticattolico.

Insieme a lui che insegna ad Harvard, lo hanno scritto Paola Giuliano di UCLA, Yann Algan della Sorbona, e Pierre Cahuc dell’INSEE. E’ molto interessante. Mostra come le imprese, in caso di mercati rigidi del lavoro e caratterizzati da bassa mobilità geografica del lavoro – come in Italia – esercitino una sorta di monopsonio con relativa rendita, nell’offerta di lavoro. Per reazione, i lavoratori che considerano la bassa mobilità geografica un valore finiscono per preferire mercati del lavoro ancoras più rigidi, e per premiare sindacati e partiti che li vogliono ancora più rigidi.  Su questo fondamento, gli autori innestano poi il ragionamento del recente libro di Alesina e Andrea Ichino, che attribuisce alla tradizione familista – molto forte in Italia – una radice storica di lungo periodo che influisce negativamente sulla realtà di un Paese come il nostro: chi ha tradizioni più familiste e vuole stare vicino a papà e mammà,  tende a considerare la mobilità geografica un disvalore in nome della fedeltà alle radici, e di conseguenza preferisce la rigidità del lavoro come risposta impopria al monopsonio d’impresa. Ma finisce per beccarsi, così facendo,  più disoccupazione e salari più bassi.

Le conseguenze reali dei mercati del lavoro rigido sono proprio quelle, come si vede in Italia. Anche se la Cgil preferisce addossarle agli imprenditori “cattivi”. Ma non sono affatto d’accordo sul fatto che la ragione sia l’amore per la famiglia. i cosiddetti bamboccioni” restano a casa per altre ragioni, che per amore di papà e mammà: in altre parole, pur da laico qual sono, le ragioni di Alesina mi smbrano weberismo antistorico, e calvinismo fuori luogo. Pensare che il cattolicesimo porti a mercati meno efficienti mi sembra una scioccheza. come a tutti coloro che seguono invece la lettura proposta dall’Acton Institute.

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7 Responses

  1. Mi permetto di occupare lo spazio di un commento per chiedere lumi su un argomento per il quale non trovo fonti autorevoli.
    Parlo degli inceneritori e dei suoi effetti sulla popolazione residente.
    Non ho opinioni preconcette ma, ogni volta che ne sento parlare da una parte e dall’altra si alzano le grida dei talbani per i quali gli inceneritori non fanno nulla oppure uccidono a go go.
    Cercando su internet, (sarà stato un mio limite), ho trovato di tutto ma nulla realmente interessante.
    venendo al dunque: è possibile avere info per approfondire la materia? Grazie

  2. Mauro

    Una volta tanto mi permetto di dissentire da Giannino. Il cattolicesimo, quando non ostacola il mercato (vedi Veneto), è perchè è innestato su di una società laica in conflitto col papato (la Serenissima, appunto). Ove la longa manus del papato è arrivata a comandare, ha innestato la solita reazione di chiusura alle novità e di sotterfugi per sfuggire al controllo centrale. Lombardia e Piemonte hanno risentito della influenza ghibellina e francese. La Liguria della Repubblica marinara di Genova. Certo vi sono eccezioni notevoli, come la Romagna. Ma sono appunto eccezioni.

  3. Pierfrancesco Giornelli

    “rendita di posizione”: un bel eufemismo per definire uno stipendio che consente la sopravvivenza sociale…mi chiedo quante banche concederanno un mutuo a coloro che firmeranno un contratto di lavoro con clausole d’arbitrato…

  4. oscar giannino

    Mauro, il cattolicesimo precede e non segue – “innestato” – tutti gli esempi che fai giustamente tu di aree in cui il mercato ha assunto forme e sviluppi diversi in Italia. a conferma che in quanto tale esso non ha modellato o ostacolato in realtà alcunché, visto che le spiegazioni si devono a misure diverse doi dotazioni di beni primari, o a sviluppi diversi delle istituzioni – regole e attori – del mercato, e ai loro sviluppi – fome di contratti,evoluzione del diritto commerciale e degli strumenti transattivi finanziari etc etc. E’ la stessa spiegazione che un tempo si adottava per la crisi del Seicento italiano in qaunto proiezione della Spagna controriformista al declino – in Italia è durata fino alla storiografia idealistico-comunista degli anni 60, nella storia economica europea la pagina si girò con Henri Pirenne ai primi del novecento, subito dopo Weber e con gli studi di economia local del grande Luzzatto in Italia – dimenticando che parti dell’impero spagnolo erano all’avanguardia in tutto – Fiandre – e altre depresse fornitrici di tercios – la Mancia – ma per ragioni intrinseche molto diverse dall’appartenenza a una medesima corona…

  5. Liutprando

    “Mi chiedo quante banche concederanno un mutuo”.

    Ma il mutuo chi lo accende? Il datore di lavoro o chi lo usa?
    L’idea che i mutui siano erogati in funzione di un lavoro “statalizzato” non fa bene a nessuno. Usare l’impresa come garanzia bancaria per il debito di chiunque ancora meno.
    La libera iniziativa sarebbe una garanzia sociale ben più efficiente e solida ma da noi, sia la Costituzione socialista, dunque stupida, sia una cultura che tollera la mafia non ha grande avvenire.
    Da qui la consapevolezza che l’Italia è destinata a sparire come nazione unitaria. Nazione, d’altronde, non lo è mai stata.

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