Delocalizzazione e nazionalismo di sinistra

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Nel Blog di Beppe Grillo, in un commento a un post di Eugenio Benetazzo, mi è capitato d’imbattermi in alcune considerazioni che rappresentano un concentrato delle molte banalità in tema di concorrenza e delocalizzazione. Le riassumo assai liberamente qui di seguito.

« Mio zio è un imprenditore bresciano che per una trentina di anni ha prodotto “resistenze elettroniche” in Italia. Da quando l’Europa ha cominciato ad aprire i propri mercati e quindi abbiamo visto arrivare merci da ogni dove, la sua azienda ha iniziato a perdere colpi su colpi, vedendo assottigliarsi sempre di più la propria clientela. Alla fine, ha dovuto chiudere bottega.

Come vive oggi? Non ha lasciato il settore, perché ha deciso di affidare a una ditta cinese le produzioni che prima realizzava direttamente. Ogni tre mesi il figlio va in Asia per realizzare il controllo della merce e definire sempre meglio le intese commerciali. Se tutto funziona bene, dall’Italia parte il bonifico e in breve la merce arriva da noi, a un costo molto basso. Così facendo, una quota rilevante dei vecchi clienti è tornata sui propri passi. Ovviamente, i 16 dipendenti italiani che prima lavoravano nella sua piccola azienda ora sono a spasso ».

Vera o falsa che sia (poco importa: perché senza dubbio vi sono in Italia molte esperienze di questo genere), questa storiella è stata riportata nel blog di Grillo con l’intento di denunciare la globalizzazione. In realtà si tratta di una vicenda tutt’altro che negativa.

Cerchiamo di non dimenticare la grande lezione di Frédéric Bastiat su ciò che si vede e ciò che non si vede: ci aiuterà a capire perché questa retorica sui disastri della delocalizzazione (condivisa dai sindacalisti, i politici e i commentatori di ogni tendenza) non sta in piedi.

Ciò che si vede è quanto l’autore di quel testo mette in evidenza: i posti di lavoro perduti nel Bresciano. Prima c’era una ditta che aveva una sua clientela, che dava di che vivere a una ventina di famiglie e che produceva ricchezza. Con l’apertura dei mercati, tutto questo non c’è più.

Ma oltre a ciò che si vede, c’è anche ciò che si non vede. O, meglio, ciò che non si vuol vedere.

Quell’azienda non ha chiuso perché è stata bombardata dai bombardieri inglesi dell’ultima guerra, ma semplicemente perché i clienti hanno ritenuto comprare altrove. Quelle aziende, d’altra parte, hanno bisogno di soddisfare i loro consumatori e per farlo devono rifornirsi da buone imprese, che diano loro prodotti ad un alto rapporto qualità-prezzo. È la libera scelta dei clienti intermedi ad avere decretato quell’insuccesso, ed essi hanno deciso così per poter servirci al meglio in consumatori finali: per poter farci acquistare buoni prodotti a basso prezzo. (A ben guardare, in fondo quel fallimento è stato deciso da noi: qui intesi come l’insieme dei consumatori ultimi).

Ma oltre al beneficio che la globalizzazione ha apportato ai consumatori e agli ex clienti dell’azienda che produceva resistenze, c’è anche il beneficio che è stato ottenuto dall’economia cinese.

Se 20 lavoratori a Brescia non producono più resistenze, è perché ci sono grosso modo 20 lavoratori in Cina che lo fanno al loro posto. Alle famiglie bresciane in (relativa) difficoltà corrisponde un analogo numero di famiglie che grazie alla globalizzazione può sperare di uscire dalla miseria. Non si capisce per quali ragione si dovrebbe sposare la logica dei “posti” invece che quella del “lavoro”, e perché ci si dovrebbe sentire più vicini a un operaio bresciano (che non si conosce) invece che a un operaio cinese e molto più povero (che ugualmente non si conosce). Personalmente non sono nazionalista, ma soprattutto non vedo come si possa esserlo: sulla base di quali argomenti.

Chi sta a Brescia e deve fronteggiare la crisi deve ora darsi da fare per produrre qualcosa che interessi la gente, che risponda a esigenze altrui e, quindi, che stia sul mercato. L’integrazione economica (quanto è stato citato non è altro che un piccolo episodio di tale processo) è ciò che ha fatto uscire l’uomo dalle caverne e dalle piccole tribù, oltre che dalla miseria. Quando negli anni Cinquanta le multinazionali americane hanno investito da noi – dove c’era manodopera a basso costo – l’America non è crollata. Se quindi ora dovessero andare i rovina – ipotesi che non va scartata – non  sarà perché gli imprenditori fanno il loro mestiere (produrre al meglio e ai minimi prezzi), ma semmai perché lo Stato non li lascia lavorare come vorrebbero, distruggendoli con un debito pubblico stellare, tasse da rapina e regole di ogni tipo.

Che larga parte della destra sia ottusamente nazionalista e protezionista non sorprende. Ma è curioso che da sinistra non si sappia vedere come il processo di delocalizzazione si basi su una riduzione dell’area del potere – la circolazione dei beni deriva da questo – e produca molti più benefici che danni. L’integrazione economica tra l’economia europea e quella asiatica non fa che sviluppare la divisione del lavoro e la specializzazione. Siamo davvero all’abc dell’economia, ma evidentemente bisogna fare i conti con un analfabetismo di dimensioni preoccupanti.

Ancor meno si comprende come una parte rilevante della cultura progressista, avversando la globalizzazione in nome dei posti di lavoro persi a Brescia e guadagnati in Cina, non si avveda di pescare nel torbido nel risentimento tra culture, dell’odio tra paesi diversi, del conflitto tra civiltà.

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