Le Associazioni dei consumatori in trasparenza

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Le Associazioni dei consumatori hanno rapidamente assunto il profilo di nuovo soggetto politico che esercita un’attività di significativo rilievo sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo. Negli anni Ottanta e Novanta esse si contavano sulle dita di una mano. A partire dal 2000 si è assistito ad un loro rapido aumento.

Considerato che tutte le Associazioni hanno l’identica finalità della difesa degli interessi del consumatore, ci si può domandare per quale particolare ragione avvocati, sindacalisti, politici od altri soggetti abbiano ritenuto opportuno moltiplicarne il loro numero. Infatti se lo scopo è lo stesso, sembrerebbe più logica una loro concentrazione che garantisce maggior forza rappresentativa e “un’economia di scala” dei costi di funzionamento, piuttosto che una loro polverizzazione che comporta l’inevitabile restringimento della singola platea di rappresentati e maggiori costi organizzativi e gestionali.

La presenza di così numerose sigle fa sorgere il sospetto che tra le ragioni di tanta diaspora possa esserci quella della fiduciosa certezza del finanziamento pubblico, sempre attento ai richiami del consenso e perciò acriticamente disponibile a riempire il bicchiere di tutti i convenuti con la generica motivazione della pubblica utilità del servizio reso al privato consumatore.

L’appoggio della politica statale e regionale alle Associazioni si è in effetti tradotto negli anni in provvedimenti di finanziamento pubblico, ingenerando la loro moltiplicazione, esattamente come nel caso dei rimborsi elettorali ai partiti. Prendo soldi non per quel che conto, ma perché presente alla conta (ma quella dei partiti è una storia che porta altrove…).

La maggior quota di finanziamento pubblico è stata introdotta con la legge finanziaria del 2001 (quindi alla fine del 2000), tramite l’istituzione di un fondo per iniziative a vantaggio dei consumatori, costituito dai proventi delle sanzioni pecuniarie comminate dall’Antitrust e distribuito dal Ministero dell’economia, di modo che l’entità del finanziamento ministeriale era correlato all’ammontare delle stesse multe. In altri termini, più l’Antitrust multava, più le Associazioni consumatori incassavano.

Con l’ultima finanziaria il ministro Tremonti ha disposto che le somme versate dalle sanzioni del 2009 siano messe in economia per affrontare le emergenze atmosferiche. Pertanto, almeno per il corrente anno 2010, le Associazioni dei consumatori non potranno contare sui finanziamenti statali costituiti dalle sanzioni dell’Antitrust.

La notizia, se letta come segno di una volontà politica di interrompere il flusso dei finanziamenti pubblici, potrebbe avere un forte impatto sulla ratio di questi ultimi, poiché significherebbe una precisa opzione a favore della trasparenza. Apparirebbe infatti poco limpido il fatto che le Associazioni dei consumatori vengano finanziate da multe irrogate dallo Stato a soggetti imprenditoriali privati, col rischio di incrementare una litigiosità non sempre adeguatamente motivata.

Le Associazioni potranno comunque continuare a fare affidamento su altri fondi pubblici, come quelli della Comunità europea, accessibili attraverso bandi concorsuali, o quelli regionali (anche se ridotti, poiché alimentati anche dal fondo nazionale Antitrust).

Solo in parte minima, esse contano su quello che teoricamente dovrebbe essere la fonte di loro sostegno ma che, grazie al cappello del finanziamento pubblico, può rappresentare una quota irrisoria del loro bilancio, ovvero l’appoggio dei rappresentati/consumatori (tramite, ad esempio, il tesseramento degli iscritti e il cinque per mille).

Atteso che le Associazioni, come visto, continuano comunque a vivere sostanzialmente di finanziamenti pubblici regionali e comunitari e di altre forme di finanziamento non privato (derivante per esempio dalle convenzioni e dai protocolli di intesa che possono stipulare con soggetti pubblici di qualsiasi tipo), ci si potrebbe interrogare sulla logica di questo sistema, quando le associazioni dovrebbero tutelare i consumatori anche (e spesso) nei confronti dei soggetti pubblici.

Se la pretesa di un autofinanziamento delle associazioni sembra troppo velleitaria, sarebbe già un passo avanti che i consumatori siano messi nelle condizioni di conoscere di cosa vivono i loro rappresentanti. Una trasparenza piena dei canali di finanziamento della loro attività sarebbe garanzia non solo per i consumatori, ma anche per la credibilità e l’autorevolezza delle Associazioni stesse, che fugherebbero così ogni malevolo dubbio che esse si comportino come “cinghie di trasmissione” non tanto degli interessi dei rappresentati, quanto di parti politiche, sindacali, di referenti diversi, quando non addirittura del proprio apparato.

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