Lehmanopoulos

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A Davos, il premier greco Papandreou giura solennemente che il suo paese rispetterà i criteri di Maastricht e riporterà il rapporto deficit-Pil sotto il 3 per cento, “mettendo ordine a casa propria”. Sfortunatamente, nelle sue osservazioni Papandreou ha evocato il ruolo della “speculazione”, lo spaventapasseri a cui si ricorre quando si è deciso di rifiutare di guardare in faccia la realtà e ci si butta nel cospirazionismo. E i mercati lo hanno preso in parola, andando a “vedere” la sua mano di carte, esattamente perché quello è il compito di ciò che alcuni chiamano speculazione: compiere un reality check.

Noi qui ci sbilanciamo, come del resto già fatto in passato, assumendoci la responsabilità della frase e sperando di poter essere sconfessati dalla realtà: la prognosi per la Grecia resta infausta. Il paese ha troppe tensioni sociali, non intende accettare la svalutazione interna necessaria per tentare di uscire dai guai, come sta facendo l’Irlanda. E anche così la strada sarebbe tutta in salita.

A questo punto, che ipotizzare? Forse una ristrutturazione del debito (cioè tecnicamente un default) senza fare uscire il paese dall’euro. Ma in questo caso verrebbe a crearsi un precedente per risolvere il problema dell’eccesso di debito in una unione monetaria, e il mercato punirebbe duramente la moneta unica europea. Oppure un bailout organizzato da un paese leader dell’Area (una Germania a caso), ma con creazione di un meccanismo di cessione di sovranità fiscale. In ogni eventualità, Eurolandia non sarà più come l’abbiamo conosciuta. Ma per oggi notiamo soprattutto alcune inquietanti analogie con il settembre 2008.

P.S. Nel frattempo, i mercati sembrano aver capito che prezzare un rischio di credito sovrano superiore a quello corporate dello stesso paese è un lieve non senso.

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