L’Argentina nuovamente sul baratro del default

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

di Lorenzo Guggiari

La nuova crisi istituzionale causata dalla dinastia Kirchner

Il nuovo anno in Argentina si è aperto con la peggiore crisi istituzionale dal 2001-2002 e, nonostante la situazione risulti essere ancora molto fluida, non è da scartare che nel 2010 il paese sudamericano incorra in un nuovo default.

Nel dicembre dello scorso anno la presidente Cristina Kirchner creò con un decreto il cosiddetto Fondo Bicentenario per pagare i bond in scadenza nel 2010 e che ammontano a USD 18.7 miliardi tra capitale e interessi maturati (la maggior parte scadrà in agosto).

Il problema è sorto nel momento in cui Cristina Kirchner ha deciso di prelevare USD 6.5 miliardi dalle riserve in valuta estera della Banca Centrale argentina. Il governatore Martin Redrado si è opposto fermamente a questa misura e il 6 gennaio la presidente gli ha intimato di dimettersi ma Redrado si è rifiutato; così con un decreto di urgenza la Kirchner lo ha rimosso dall’incarico.
A questo punto Redrado è ricorso in tribunale e l’8 gennaio il giudice Maria José Sarmiento ha annullato il decreto di urgenza argomentando che si tratta di un caso ordinario e quindi lo ha reintegrato, oltre a ciò ha vietato al governo di usare le riserve per pagare i bond in scadenza nel 2010. Di questo passo il processo può trascinarsi per settimane bloccando di fatto i fondi della Banca Centrale.

Il susseguirsi  di questi eventi ha preso in contropiede la Kirchner in quanto Redrado era un uomo di fiducia visto che era stato messo a capo della Banca Centrale nel 2004 dall’ ex presidente, nonché consorte, Nestor Kirchner. Il governatore era conosciuto come un uomo schivo e poco portato allo scontro ma in questa occasione si è dimostrato molto risoluto per tentare di difendere l’autonomia della Banca Centrale.

La crisi istituzionale si è aperta in quanto il governatore può essere sfiduciato solo da una commissione parlamentare guidata dal presidente del Senato e quindi, con tale decreto, è stato violato lo statuto della Banca Centrale. Inoltre da dicembre il governo non dispone più della maggioranza in Parlamento e il presidente del Senato Julio Cobos – che riveste anche la carica di vice presidente della repubblica –  è in rotta con i Kirchner.  Anche l’opposizione ha preso la palla al balzo per scagliarsi contro il governo e accusando la presidente di autoritarismo.

Cristina è partita al contrattacco e ha sostenuto che bisogna assolutamente pagare i bond in scadenza affinché le imprese argentine possano trovare credito sul mercato internazionale dei capitali. Ha ricordato che nel 2006 – per pagare i debiti contratti da Menem – suo marito Nestor versò quasi USD 10 miliardi al FMI prelevando il 100% delle riserve di valuta estera mentre adesso si tratta di un importo molto inferiore, infatti le riserve attuali ammontano a USD 48 miliardi. Altro punto forte è che il paese non può permettersi di mantenere dei fondi che rendono lo 0,5% mentre paga il 15% di interessi sui titoli di propria emissione, quindi si tratterebbe di migliorare il profilo del debito.
Anche il marito si è schierato al suo lato, insinuando che sarebbe in atto una cospirazione per fare cadere il governo da parte del presidente del Senato e del quotidiano Clarin, che negli ultimi anni è stato la principale fonte di denuncia nei confronti dei Kirchner.
Esponenti del governo hanno accusato il giudice di avere preso una decisione politica e non tecnica, per questo motivo Maria José Sarmiento  ha denunciato che si sente vittima di pressioni e intimidazioni da parte del potere esecutivo.

In realtà le cose stanno in modo molto diverso. Nel 2011 ci saranno le elezioni presidenziali e la popolarità del governo è in caduta libera, pertanto c’è bisogno di espandere la spesa pubblica per accattivarsi i favori dell’elettorato argentino e contemporaneamente non aumentare il carico fiscale.
Nel bilancio del corrente anno erano già state stanziate le risorse per pagare i bond ma, prelevando i fondi della Banca Centrale, si libererebbero nuovi mezzi da investire in opere pubbliche, in nuovi programmi sociali e in prebende per sindaci e governatori della base alleata.

Se nel 2011 il governo vorrà avere qualche chance di successo avrà bisogno di spendere tutto quello che può e anche quello che non può!
La popolazione è abbastanza scettica, se c’è una cosa che gli argentini hanno capito – come eredità degli anni ’80 – è che usare le riserve aumenta la capacità da parte del governo di creare inflazione. Il brutto clima che si è instaurato ha fatto in modo che le agenzie indipendenti abbiano portato le stime dell’inflazione per il 2010 dal 18% al 22%. Fitch ha dichiarato che la crisi potrebbe far peggiorare il rating del debito argentino, mettere in serio rischio la stabilità monetaria e la credibilità del paese. Ovviamente i mercati finanziari hanno reagito di conseguenza, in pochi giorni il rischio paese è aumentato dell’8%, la borsa ha perso quasi il 6% e i titoli del debito pubblico quasi il 10%!

Il 13 gennaio è arrivato un’altra doccia fredda per il già pessimo umore di Cristina: il giudice federale di New York ha bloccato USD 1,7 milioni che la Banca Centrale argentina detiene presso la Federal Reserve americana; questa cifra rappresenta una piccola parte dei USD 15 milioni utilizzati per gli interventi giornalieri nel mercato dei cambi.
L’azione legale è in corso da anni da parte di alcuni fondi che nel 2005 non aderirono all’emissione dei nuovi bond a fronte di quelli andati in default nel 2001. In effetti la cifra è simbolica dato che i fondi vantano un credito di USD 30 miliardi ma questa sentenza crea un pericoloso precedente.
Fino ad oggi i tribunali internazionali non hanno considerato le riserve in valuta delle Banche Centrali come di pertinenza del Tesoro e quindi non potevano essere confiscate per soddisfare i creditori. Con la destinazione di parte delle riserve al Fondo Bicentenario si è indebolita questa interpretazione, tant’è vero che Redrado, in previsione di un’azione di questo tipo aveva ridotto al minimo i fondi depositati presso la FED. Se dovesse passare la nuova interpretazione giurisprudenziale tutte le riserve depositate presso la BIS in Svizzera potrebbero essere a rischio.
Oltre a ciò i creditori hanno ragioni da vendere per sostenere che l’Argentina dispone delle condizioni finanziarie per onorare i propri debiti e che quindi il Fondo Bicentenario deve innanzi tutto soddisfare le loro richieste.
Ormai i coniugi Kirchner devono solo decidere se favorire i loro interessi e fare sprofondare l’Argentina nell’ennesima crisi economica oppure salvare il paese e rinunciare alle loro pretese di potere, in ogni caso sembra che la loro parabola politica stia giungendo alla fine.

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