7
Gen
2010

Caro Boeri… Di Adriano Teso

Riceviamo da Adriano Teso, e volentieri pubblichiamo.

Caro Prof. Boeri, Ho molto apprezzato le Sue parole sull’esigenza di fare quelle riforme economiche che da troppi anni vengono rimandate. Mi permetto di ricordare le principali: i 20 interventi strutturali per lo sviluppo dell’Economia.

Vorrei però ricordare anche  alcuni elementi essenziali inerenti  un Suo recente articolo pubblicato su Affari e Finanza de La Repubblica e intitolato “Una tassa sul privilegio”.

In astratto credo anch’io che sia ragionevole pensare a una maggiore tassazione delle rendite (ma in un mercato globalizzato, esistono? quali sono?), ma solo con una parallela diminuzione delle imposte sugli investimenti a rischio come la ricerca e il capitale delle aziende produttive. Non bisogna, inoltre, confondere gli investimenti in borsa, necessari per lo sviluppo industriale e ad alto rischio, con le rendite di titoli di Stato – ma al netto di inflazione rendono? E la concorrenza monetaria e di tassi a livello mondiale lo permettono?

Come sappiamo, la pressione fiscale italiana dichiarata dalle fonti ufficiali si riferisce a un PIL corretto,  cioè un PIL che comprende anche una stima sul sommerso. Ma dato che le tasse non si pagano sull’evasione, la pressione fiscale reale, per i contribuenti onesti, è molto più alta di quella dichiarata e supera ampiamente il 50%.

L’elevata pressione fiscale è uno dei principali mali che stanno portando al declino la vecchia Europa e soprattutto l’Italia. Vantiamo il triste primato nelle economie occidentali e forse mondiali. Le tante imposte che paghiamo non sono altro che il risultato della necessità dello Stato di coprire una infinità di stipendi non produttivi e di sprechi. Dunque, se non si riduce il costo dello Stato, sarà ben difficile riformare seriamente il fisco. Al massimo si potrà procedere a una progressiva limatura della famigerata IRAP, che tassa il lavoro nelle aziende ed i loro costi, perfino di aziende in perdita!

Capisco che il povero Ministro Tremonti abbia difficoltà ad abbassare le tasse. Deve barcamenarsi fra cali produttivi del 20%, con relativa diminuzione del gettito, un aumento della spesa per gli ammortizzatori sociali, a cui si è sommato il terremoto, una crisi mondiale senza precedenti e l’eredità di un debito pubblico enorme, fatto dalla politica dei trent’anni precedenti il suo arrivo. E il futuro non è roseo: la spesa pubblica aumenta a ritmi di oltre il 10% all’anno, malgrado il forte calo degli interessi passivi. Sarà un disastro quando i tassi di interesse torneranno a livelli normali.

Ma se questo governo non imbocca con decisione la strada dello smagrimento della pubblica amministrazione (ad esempio, le province da abolire, la diminuzione del numero dei Parlamentari, l’abolizione dei tanti uffici e delle tante procedure inutili, la cessazione di trasferimenti alle amministrazioni locali sprecone) e del funzionamento della sussidiarietà e del mercato, non ci sarà alternativa al nostro definitivo declino.

E’ paradossale che, in questo contesto, ogni tanto rispunti demagogicamente l’aumento delle tasse per i “ricchi”. Suppongo, guadagnando più di 500.000 euro l’anno, di appartenere a tale categoria. Proviamo a fare due conti. Il mio reddito lo guadagno facendo impresa. La pressione fiscale reale sul reddito che produco, fra IRES, IRAP e spese non deducibili, è mediamente del 62%. Basta dare un’occhiata ai bilanci pubblicati. Poi devo incassare il dividendo, sul quale pago un ulteriore 18,6%  e con quanto mi rimane compero beni sui quali pago il 20% di IVA. Ci aggiungiamo un 3 punti fra tasse automobilistiche, ICI e altre imposizioni comunali, bolli, tasse su benzina e assicurazioni? Fatta la somma, a scalare naturalmente, ne esce una pressione fiscale del 78%. Con un simile livello di tassazione, come fa un imprenditorea finanziare nuovi investimenti necessari allo sviluppo, quando i concorrenti esteri pagano quasi la metà? Naturalmente, questi conti valgono anche per le piccole imprese.

Le cose non vanno meglio per i dirigenti, che arrivano anche loro a un bel 72%. Infatti ricavano solamente un netto del 36% rispetto al costo che sopporta l’impresa. E i versamenti previdenziali non possono nemmeno considerarli un risparmio, visto che servono a pagare le pensioni di oggi. Infine, bisogna aggiungere IVA e tasse varie, come per tutti, oltre a un minimo di costi personali per lavorare.

Non c’è Paese al mondo con tali oneri. E le soluzioni per un migliore assetto e sviluppo della nazione ci sono. Basta volere attuarle.

Resto a Sua disposizione. Suo,

Adriano Teso 

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12 Responses

  1. Rappresaglia fiscale e/o Rivoluzione
    Hi Mr. Teso.
    Sottoscrivo tutto cio’ che scrive.
    Ed aggiungo. Dallo scudo immondo rientrano 100G€. Probabilmente l’intero montepremi, viste le condizioni oscene di galleggiamento.
    Ipotizziamo che l’intero ammontare si di 200G€.
    D’altro canto ci hanno raccontato di evasioni di gettito fiscale a colpi di 200G€ / anno. Il conto della colf dice che in 30 anni di “leggendaria” evasione fiscale sono stati evaporati 6T€=~circa.
    Giubileo in presenza della infima sublimazione di 100-200G€.

    Rimangono da percorrere solo gli impervi sentieri della rappresaglia fiscale, prima dello scontro finale.
    Le Rivoluzioni per antonomasia: Americana e Francese sorsero dalle tasse.

    Serenissi Saluti
    Martin-Lutero

  2. Matteo Gianola

    Sottoscrivo appieno quanto scritto da Adriano Teso! La pressione fiscale in Italia ha un peso sempre più penalizzante per l’intero sistema.
    La situazione ereditata oggi dal Tremonti, esattamente come quella ereditata nel 2001 non lasciano grandi spazi di manovra, vista la struttura clientelare che, negli anni, si è creata intorno alla spesa pubblica (basti solo pensare al contributo per il cinema a cui Libero aveva dedicato un illuminante volume anni fa). Solo con una profonda riforma complessiva dello Stato, che parta dall’amministrazione pubblica e arrivi fino alla gestione politica, potrebbe permettere un miglioramento, ormai non più solo auspicabile ma necessario. Spero ardentemente che le riforme sempre più annunciate ma mai portate a termine dal Governo Berlusconi possano inizare un percorso virtuso volto alla modernizzazione dell’Italia. Speriamo!

    Cordiali saluti.

    Matteo

  3. microalfa

    Adriano Teso ha ragione su tutta la linea.
    Il solito scontro tra la realtà oggettiva della vita vera e i grandi economisti esperti solo dietro una scrivania e una tastiera, con l’aggravante, in questo caso, di essere fumosi pauperisti paladini dell’egualitarismo totale. Non sapendo leggere, quindi non capendo che certe azioni sono controproducenti, portano sempre fattualmente a risultati opposti ai desiderata.
    Se tanta teoria porta a questi risultati, meglio una sana gavetta sul campo.

  4. andrea lucangeli

    Condivido al 100% l’analisi di Teso.- A titolo di piccolo esempio stupido di come “pesa” la pletorica Pubblica Amministrazione in Italia porto questo contributo diretto (cioè visto con i miei occhi): due conoscenti della mia ragazza lavorano nella P.A. (uno è Vigile del Fuoco, l’altra infermiera), ebbene nel mese di dicembre hanno lavorato complessivamente (in tutti e due) per un totale di 16 giorni (circa 160 ore in due cioè una media di nemmeno 3 ore al giorno ciascuno!!!).- Naturalmente tutto regolare, tutto consentito, tutto perfettamente approvato, vidimato e bollato…..e così fan tutti….tra permessi, ferie arretrate, giorni di riposo etc. etc.- In questo caso non stiamo parlando dei famosi “fannulloni” (od assenteisti) di Brunetta ma di due lavoratori della P.A. che “sfruttano” in modo perfettamente lecito le tante agevolazioni (privilegi) concessi negli anni.- Cominciamo con lo “smontare” questo perverso sistema gestionale e forse otterremo un pò più di “produttività” da questi signori…….

  5. stranamore

    IL SINDACATO, LA SINISTRA E TITO BOERI AMANO LA POVERTA’?
    Risulta che nei paesi in cui la tassazione sui risparmi (in sindacalese: sulle rendite) è aumentata, le disuguaglianze sociali sono aumentate. Strano? No pefettamente prevedibile. Infatti i detentori di patrimoni sfuggono a questo tipo di tassazioni con vari strumenti. Il più semplice è trasferire la propria residenza fiscale in paesi come la Svizzera: così per esempio hanno fatto gli Agnelli e i De Benedetti che così facendo a livello personale non pagano un baiocco di tasse allo stato italiano. Chi paga le cosiddette tasse sulle rendite sono i lavoratori, i pensionati e i cittadini comuni sui loro risparmi di una vita di lavoro. Tassare le “rendite” significa quindi tassare solo gli strati medio bassi della popolazione. Nessuna sorpresa quindi che le differenze aumentino. Se si volesse fare veramente un’operazione di equità si dovrebbe eliminare quel 12,5% di aliquota, voluta da Prodi, dai sindacati e dalla sinistra, che attualmente colpisce i risparmi delle famiglie, e che in questi anni ha contribuito ad ampliare il divario sociale.

  6. Matteo Gianola

    Carissimo dott. Stranamore (mi piace questa citazione!),
    concordo pienamente!
    La tassazione delle c.d. rendite (anche se preferisco l’asettico termine capital gain, nonostante l’anglicismo) altro non è che un’imposta patrimoniale mascherata, visto che va a colpire esclusivamente il risparmio delle famiglie!
    L’aliquota flat, inoltre, potrebbe essere tacciata di anticostituzionalità, visto che la nostra Carta prevede, all’art. 53, la progressività delle imposte e, all’art.47, la tutela del risparmio in ogni sua forma che, invece, viene danneggiato dalla doppia imposizione fiscale, sia sul reddito sia sul risparmio tramite la bollatura dei rapporti ci c/c e l’imposta sul capital gain.
    Chissà se, in futuro, queste distorsioni saranno superate?

  7. Pietro

    @stranamore
    C’è una cosa che non mi quadra molto, mi risulta che la tassazione degli interessi sui titoli di stato sia stata introdotta molto prima dell’entrata in politica di Prodi, non ricordo bene quando ma mi sembra di ricordare che al governo ci fosse il caro Bettino…..

  8. Pietro

    Mentre per quanto riguarda il bollo sui conti correnti ricordo che è stato introdotto nel 1995 e poi aumentato al livello attuale dal governo Berlusconi nel 2005.

  9. Matteo Gianola

    @pietro
    Oggettivamente non importa chi abbia introdotto le imposte… il risultato è lo stesso!
    I vari governi che si sono succeduti in Italia a partire dagli anni ’70 hanno continuato una politica comune e predatoria verso la cittadinanza, indipendentemente dal colore politico. Si sperava nel berlusconi del ’94, portatore di varie istanze liberali, per un miglioramento che mai si è visto… anzi!
    Oggi si spera che i buoni propositi annunciati mezzo stampa trovino un riscontro, con questo Governo o con un altro poco importa, l’importante è che i risultati arrivino. Certo è che le compagini di centrosinistra non facciano ben sperare!!!

  10. liberal

    @Matteo Gianola
    Invece è bene ricordarsi chi ha messo le tasse! Troppo comodo chiedere voti ai cittadini con proclami liberisti e poi fare niente o peggio degli altri!

    Le uniche liberalizzazioni sono state introdotte dai Governi di sinistra, lo statalismo più bieco è stato attuato dai Governi di destra.

    Sono termini che sicuramente non contano più niente ? Forse ed allora chiamiamo le riforme per nome.

    Bersani è stato un vero ministro “liberista” e Tremonti si sta rivelando un convinto statalista!

    Sommando i nostri pessimi ultimi 15 anni, si deduce che i Governi Berlusconi hanno messo gli italiani..in mutande.

    Per dirla tutta, la discesa in campo politico di Berlusconi è stata la più grande iattura che ci potesse capitare: una vere peste!!

  11. Adriano Teso

    Caro Matteo Gianola,
    mi spiace contraddirla , ma è proprio sotto i Governi Berlusconi che la pressione fiscale ed il numero delle tasse sono costantemente diminuiti. La rimando all’analisi pubblicata su Pressione fiscale: non limitarsi alla fotografia della situazione attuale – G.Pacor – 14-10-09 http://www.studiliberali.it/uploads/FISCO/Comunicato%20stampa%20pressione-%20fiscale%20-pacor%20.pdf .
    Che il Governo Berlusconi ( dico Governo e non il Presidente ) non sia la massima espressione di liberalismo come dovrebbe essere, sono fra I primi a dirlo. Ma negare che la sinistra, partendo dal centro, lo siano ancora meno mi pare altrettanto evidente. Da sempre sono campioni di statalismo, dirigismo e di aumento della pressione fiscale. Ciò a lei potrà anche piacere, ma illustrare quanto piace illustrandolo per quello che non è, non mi pare faccia bene a quella chiarezza di ruoli che la politica dovrebbe darsi, evitando ridicoli trasformismi.

    Adriano Teso

  12. Adriano Teso

    Forse ho sbagliato ad indirizzare il messaggio che volevo inviare al signore che ha scritto qui sopra. con l’immaginetta con la scritta LIBERAL , scusate…

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