30
Dic
2009

Adieu carbon tax

La Corte costituzionale francese ha bocciato la carbon tax fortemente voluta dal presidente, Nicolas Sarkozy, come primo passo verso l’adozione di un dazio sulle importazioni di beni ad alta intensità di carbonio. Non è facile valutare le conseguenze, in parte perché la tassa era costruita in un modo molto discutibile, in parte perché ugualmente discutibili sono le modalità e i criteri della bocciatura.

Secondo la corte,

il sistema di esenzioni, a causa della loro natura estensiva, era contrario all’obiettivo di combattere il cambiamento climatico e contravveniva il principio di uguaglianza di fronte al sistema fiscale.

La prima obiezione mi sembra del tutto campata in aria: non credo sia compito di un organo costituzionale dire quali finalità debbano essere perseguite dal governo, e con quali mezzi. Probabilmente in punto di diritto avrò torto, ma sono certo di aver ragione in punto di ragionevolezza. La seconda questione è più seria, e giusta, anche se pure per questa non credo sia corretto demandare al potere giudiziario l’ultima parola. Il dato politico, comunque, è che il progetto di Sarkozy, che avrebbe dovuto entrare in vigore il 1 gennaio 2010 facendo della Francia l’avanguardia d’Europa, è rimandato a data da destinarsi: l’esecutivo ha annunciato che presenterà dei correttivi il prossimo 20 gennaio, ma non è chiara la tempistica della loro adozione.

L’aspetto fondamentale della tassa di Sarkozy stava nella sua natura distributiva. A fronte di un’imposta di 17 euro per tonnellata di CO2 (secondo me troppo alta, ma che la maggior parte dei critici hanno ritenuto troppo bassa), circa il 93 per cento delle emissioni francesi sarebbero state, in qualche modo, esentate, facendo ricadere la tassa sul capo della mobilità privata e dei consumatori elettrici. Inoltre, il gettito dell’imposta sarebbe servito a finanziare un complesso schema redistributivo, premiando le piccole imprese, le famiglie numerose, e gli abitanti delle zone rurali. E’ chiaro che questo è un nonsenso.

L’unico modo di rendere efficace ed efficiente una carbon tax è quello di evitare ogni forma di esenzione diretta, ma contemporaneamente restituire l’intero gettito ai contribuenti (per esempio attraverso tagli dell’imposta sul reddito personale e/o d’impresa). A queste condizioni una carbon tax sarebbe sicuramente preferibile a uno schema di cap & trade, e addirittura ridurrebbe la distorsività del sistema fiscale nel suo complesso, stimolando l’economia. Il problema del progetto francese, allora, non era la sua inadeguatezza a combattere il cambiamento climatico, ma la sua intenzione dichiaratamente redistributiva. Il governo non si sarebbe limitato a scoraggiare l’utilizzo dei combustibili fossili, ma avrebbe attivamente intermediato un’enorme massa finanziaria, tra l’altro con l’obiettivo dichiarato di introdurre il protezionismo climatico come complemento dello statalismo domestico. Tanto più che, ovviamente, la carbon tax francese non avrebbe sostituito, ma si sarebbe aggiunta a, lo schema europeo di scambio dei diritti di emissione.

La preoccupazione di non danneggiare il settore industriale è giusta e condivisibile, ma è davvero l’espressione più squallida del teatrino politico la postura di chi vuole proteggere l’industria da un problema che egli stesso ha creato. Ancora una volta, il fine ambientale serve a mascherare ben più prosaici obiettivi politici di corto raggio. E’ vero del cap & trade europeo, è vero della carbon tax francese, e molto probabilmente è vero anche del suo rigetto da parte della Corte costituzionale.

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