L’evoluzione bimodale dei prezzi…

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Fino a metà 2008 tutti parlavano di recessione inflazionistica: carestie alimentari, fine del petrolio, tavole di Mendeleev vendute a prezzi crescenti nei mercati internazionali. Poi, nel giro di pochi mesi, tutti cominciarono a pensare ad una recessione deflazionistica: i prezzi scendevano e le bolle delle commodities si sgonfiavano rapidamente, ed è rispuntata fuori la trappola della liquidità.

Ora è però quasi un anno che le commodities stanno in rialzo. Il petrolio è passato da 50$ a 80$ al barile. L’indice IMF delle commodity, nel frattempo, è aumentato del 50%, e la cosa è abbastanza uniformemente divisa tra metalli, gas, petrolio e generi alimentari. Oro, argento, platino, rodio e palladio, chi più chi meno, sono aumentati considerevolmente, alcuni anche raddoppiati. Alluminio, rame e nickel, come se non bastasse, sono aumentati anche loro più o meno altrettanto. Che succede?


Se si va su Fred (Federal reserve economic data), poi, si scopre che mentre il CPI, indice dei prezzi finali, è aumentato in un anno solo da 211 a 216, il PPI, l’indice dei beni di produzione, è aumentato più del doppio, da 168 a 178. Per interpretare questo dato, supponiamo che l’unico costo delle aziende siano i materiali nell’indice dei prezzi di produzione: se il CPI aumenta meno del PPI, i profitti lordi calano, a parità di condizioni. Ovviamente non si può trascurare il costo dovuto al lavoro e quello dovuto ai capitali fissi, e neanche i differenziali di rendimento necessari a compensare il rischio, però – ripeto, a parità di condizioni – una riduzione della forbice CPI/PPI è da considerarsi come una cattiva notizia per le imprese: produrre diventa meno redditizio.

Un aumento generalizzato di tutti i prezzi è sintomo di eccesso di moneta. Un aumento generalizzato dei prezzi relativi dei fattori di produzione (come le commodities e gli elementi del PPI) può essere invece sintomo di un eccesso di credito utilizzato per comprare questi beni, il cosiddetto capitale circolante, o di scarsità di questi beni, cioè di colli di bottiglia a livello di capacità di espandere la produzione. Colli di bottiglia che per essere eliminati necessitano di risparmi e di investimenti di lungo termine, cioè in capitale fisso. Un’inflazione generalizzata non spiega perché PPI e commodities risentono delle politiche monetarie più dei beni finali, ma l’eccesso di credito è una possibile spiegazione di ciò che sta succedendo. Come insegna Hayek, il livello assoluto dei prezzi, tra tutte le cose influenzate dalla moneta, è la conseguenza meno importante.

L’economia ha dei colli di bottiglia produttivi: non può espandere investimenti e consumo stabilmente nel lungo termine. Le politiche di sostegno della domanda non possono risolvere il problema (l’esistenza di spare capacity, come spiegò Hayek, è più un’illusione ingegneristica che un fatto economico), perché il problema è che la struttura produttiva richiede di comprimere i consumi per fare gli investimenti necessari a perpetuare o ad espandere la struttura produttiva esistente.

Le banche centrali stanno al contrario cercando di convincere i mercati che si possa superare una crisi da eccesso di credito creando ulteriore credito, per l’ennesima volta in più di 20 anni. Manipolare gli interessi, però, non crea risorse reali, e inoltre facilita lo spreco, l’inefficienza e l’irresponsabilità: ne risulta che le prospettive di crescita future sono probabilmente abbastanza fosche. In compenso, possiamo giocare a chiederci se languiremo in una lenta inflazione o in una lenta deflazione: questa sì che è una grande scelta!

L’economia è bimodale e ogni passo verso la ripresa è un passo verso l’inflazione, che però mostra gli artigli prima che si veda la ripresa vera. In compenso, basterebbe una scarichetta di crisi finanziaria per eliminare il pericolo di inflazione, e reintensificare la recessione. L’alternativa “economia in crescita e prezzi stabili” non sembra far parte del ventaglio degli outcome della politica economica, il che significa che c’è probabilmente qualche serio problema strutturale che nessuno stimolo della domanda aggregata e nessuna ricapitalizzazione delle banche può risolvere.

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