24
Dic
2009

Il fallimento di Copenhagen, l’illusione di Kyoto. Di Corrado Clini

Riceviamo da Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente, e volentieri pubblichiamo.

Quando nel settembre 1999 il Senato USA, all’unanimità, aveva respinto la proposta del presidente Clinton di  ratifica del Protocollo di Kyoto, e dopo che nel dicembre 2000 si era consumata la rottura tra USA e Europa in occasione della COP6 dell’Aja, la comunità internazionale avrebbe dovuto ricercare una strada diversa da quella del Protocollo per affrontare l’emergenza globale dei cambiamenti climatici: questo avrebbe dovuto essere in particolare l’obiettivo dell’Unione Europea, che aveva la leadership internazionale sui cambiamenti climatici.
Era necessario prendere atto che un trattato internazionale,  basato più su regole e apparati amministrativi che su programmi e politiche energetiche ed industriali, era difficilmente  condivisibile  dagli USA e non avrebbe avuto effetti sulla limitazione delle emissioni delle grandi economie emergenti di Cina, India, Brasile… Avendo chiaro che l’impegno “solitario” della UE per la riduzione delle emissioni, senza la partecipazione della più grande economia mondiale con i maggiori consumi energetici e le maggiori emissioni,  non avrebbe portato vantaggi ambientali.
Nel 2003 l’Italia, durante il turno di presidenza UE,  aveva invano cercato di aprire una riflessione critica sull’efficacia del Protocollo e sull’esigenza di avviare un dialogo su basi nuove con gli USA da una parte e la Cina dall’altra.
Ma la UE ha voluto insistere, ha convinto la Russia nel 2004 a ratificare il Protocollo sulla base di un trade  off che non aveva nulla a che vedere con la protezione dell’ambiente, e finalmente nel 2005 ha potuto celebrare l’entrata in vigore del Protocollo 8 anni dopo l’accordo di Kyoto: senza considerare che tra il 1997 e il 2005 l’economia mondiale era cambiata, le emissioni continuavano a crescere in USA, in Cina e  negli altri  paesi emergenti che erano e sono fuori dagli impegni del Protocollo.  
Nel 2007,  il IV Rapporto sul Clima  del Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici e il World Energy Outlook dell’Agenzia Internazionale dell’Energia avevano definitivamente chiarito il ruolo marginale del Protocollo di Kyoto: mentre veniva indicato l’obiettivo di una riduzione delle emissioni globali di almeno il 50% entro i prossimi 30 anni per limitare l’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, nello stesso tempo veniva rilevato che il crescente consumo di combustibili fossili nelle grandi economie dell’Asia e del Sud America, e negli USA, stava  trascinano le emissioni globali di CO2 verso un aumento di circa il 60%  entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990: ovvero l’obiettivo pur limitato del Protocollo (- 5% ) era fallito.
Nello stesso anno, a Bali, la Conferenza sui Cambiamenti Climatici aveva stabilito una road map per arrivare,  nel dicembre 2009 a Copenaghen,  alla approvazione di un nuovo trattato per superare il Protocollo di Kyoto e coinvolgere finalmente USA, Cina e le altre economie emergenti in un impegno comune per la protezione del clima. Tuttavia, nonostante il suo evidente fallimento, in due anni di negoziato il modello del Protocollo di Kyoto è rimasto il riferimento principale per i negoziatori e in molti hanno pensato che Copenaghen si sarebbe conclusa con un “Kyoto 2”.
Eppure  le riunioni dello scorso luglio all’Aquila del G8 e del gruppo delle 18 maggiori economie (Major Economies Forum- MEF)  avevano dato un messaggio chiaro.
Se era stato condiviso da tutti   l’obiettivo di  ridurre entro la metà del secolo le emissioni globali di anidride carbonica in modo da limitare l’aumento della temperatura entro 2 gradi,  era stato anche  messo in evidenza che era necessario  cambiare la ricetta del Protocollo di Kyoto: la modifica del sistema energetico mondiale necessaria per ridurre le emissioni  deve essere sostenute da  misure  per  la diffusione e lo sviluppo delle  tecnologie a basso contenuto di carbonio nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo,  da  meccanismi finanziari a supporto delle trasformazioni tecnologiche delle economie emergenti e della protezione dei paesi più poveri dagli effetti dei cambiamenti climatici, da nuove regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio  per il superamento delle barriere tariffarie alla diffusione  delle tecnologie a basse emissioni, da garanzie  internazionali per evitare che gli impegni di riduzione delle emissioni in alcuni paesi  provochino vantaggi distorsivi a favore di altri.
Un “pacchetto” complesso di problematiche e interessi che solo in parte era stato preso in considerazione nell’ambito del negoziato internazionale guidato dal segretariato delle Nazioni Unite e dalla Danimarca, e che certamente richiede risposte diverse dalla semplice definizione di obiettivi legali di riduzione delle emissioni come fu per il Protocollo di Kyoto nel 1997.
E i molti problemi ancora aperti avevano fatto dire a metà novembre  al presidente USA Barack Obama e al presidente cinese Hu Jintao che sarebbe stato impossibile raggiungere a Copenaghen un accordo tra tutti i paesi in grado di sostituire il Protocollo di Kyoto.
In altre parole USA e Cina avevano segnalato l’esigenza di proseguire ed approfondire il negoziato sui molti temi ancora aperti.
Purtroppo la Danimarca e le Nazioni Unite  non hanno capito il messaggio: invece di dedicare le ultime settimane di preparazione di Copenaghen alla definizione di un’agenda per proseguire il negoziato nel 2010, hanno sostenuto l’elaborazione di proposte confuse e complesse con l’ambizione di trovare una base comune per un accordo impossibile. E la UE ha  di fatto assecondato questo approccio,  avendo in mente la possibilità di  rivitalizzare almeno il Protocollo di Kyoto per i prossimi anni in attesa di un accordo globale.
Il Presidente Lula, intervenendo a Copenaghen, ha detto di non avere mai partecipato ad una riunione internazionale di alto livello così inconcludente e lontana dai problemi reali. Mentre Canada, Russia e Giappone hanno chiarito di non avere alcuna disponibilità a proseguire con il Protocollo di Kyoto, ma di volere un nuovo trattato che impegni tutti i paesi e non solo una parte.
E, da parte loro, Barack Obama per gli USA e Wen Jabao per la Cina, hanno ribadito le rispettive posizioni e condizioni.
Il risultato finale è una modesta dichiarazione, senza impegni e soprattutto senza un’agenda per i prossimi mesi. E’ evidente la crisi della leadership delle Nazioni Unite. Mentre l’Europa è rimasta soprattutto concentrata  su stessa e sulle sue regole, quasi aspettando  che il resto del mondo si allineasse  al nostro modello e al nostro esempio. E in questa situazione è emersa la leadership del G2 “di fatto”.
Forse Copenaghen segnerà un passaggio positivo, se l’Europa avrà la lucidità e la forza di avviare  una riflessione critica interna per uscire dalle rigidità del modello “unico” di comando e controllo che è alla base del Protocollo di Kyoto. L’Europa può ripartire dall’Aquila, attraverso  una iniziativa internazionale focalizzata su obiettivi e programmi concreti per cercare di  rispondere alle molte proposte e domande emerse dal G8 e dal MEF.
Invece di concentrarsi su complesse architetture legali  e sulla costruzione di una nuova burocrazia internazionale dei cambiamenti climatici, l’Europa dovrebbe dedicarsi alla promozione di progetti internazionali per affrontare la sfida tecnologica globale valorizzando tutte le potenzialità della nostra grande economia integrata che ha già raggiunto livelli significativi di efficienza e innovazione, e per “testare” le possibili opzioni di regole e misure necessarie a costruire una nuova economia globale “decarbonizzata” in grado allo stesso tempo di sostenere la crescita e dimezzare le emissioni entro la metà del secolo.
In questa prospettiva i  piani di azione globale per lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie a basso contenuto di carbonio (Bioenergie, Cattura e Stoccaggio del Carbonio, Energia Solare, Reti Intelligenti, Efficienza Energetica, Auto a Basse Emissioni), elaborati dal Major Economies Forum, possono rappresentare il quadro di riferimento e l’occasione per la nuova iniziativa dell’Europa dopo Copenaghen. 

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13 Responses

  1. “a comunità internazionale avrebbe dovuto ricercare una strada diversa da quella del Protocollo per affrontare l’emergenza globale dei cambiamenti climatici”

    Qualcuno potrebbe ricordare a Clini, Prestigiacomo et al. che tale “emergenza globale” non esiste?

  2. andrea lucangeli

    Ma io mi domando e dico: perchè bisogna essere più realisti del re? Perchè l’Europa e l’Italia pretendono di fare da “mosca cocchiera” all’elefante cinese, indiano e statunitense? In nome di una presunta “emergenza globale” ricadono sul povero cittadino-suddito europeo (ed italiano) provvedimenti cervellotici.- L’ultima trovata dei sempre solerti amministratori locali è questa: nella mia città (Vicenza) da gennaio 2010 se si sforeranno per 10 giorni consecutivi gli (idioti) limiti di PM10 allora blocco totale di tutto il traffico veicolare per 3 (tre!) giorni consecutivi.- Una follia, con il centro storico che si svuoterà ed i negozi costretti a chiudere per…mancanza di esseri umani…! E intanto a Pechino continueranno allegramente a fottersene…

  3. damiano

    qui qualcuno le idee piuttosto confuse … le PM10 non c’entrano un accidente col riscaldamento globale ,c’entrano invece coi tumori ai polmoni …
    http://it.wikipedia.org/wiki/PM10

    tra parentesi , l’adattamento al picco del petrolio e la riduzione delle emissioni di C02 in parte portano a politiche coincidenti .

    provate a ‘disobbedire ‘ all’asma , se ci riuscite …

    ma se non credete a nessuno dei due, beh , la politica della UE vi e’ ovviamente incomprensibile ….

  4. Davide

    Caro Clini, per sentire questa sfilza di banalità tanto politicamente corrette quanto inconcludenti avremmo votato Pecoraro Scanio.
    Ve lo volete mettere in testa che questo è proprio l’atteggiamento che è stato sconfitto dalle urne?
    Prima di continuare con le vostre conferenze inutili (a proposito: grazie al Cielo che gli illuminati governanti del mondo non sono neanche capaci di mettersi d’accordo. L’inettitudine della politica è spesso, in effetti, un modo per graziarci dai suoi favori), mettetevi nella zucca che il riscaldamento globale si è fermato 10 anni fa, e che le teorie che danno all’uomo la responsabilità dello stesso fanno acqua da tutte le parti.
    Come potete pretendere di pontificare e prendere decisioni pesantemente invasive su vita e libertà delle persone sulla base di un qualcosa che può essere accomunato all’astrologia o alla lettura dei fondi del caffè?
    Guardi questi grafici, e poi mi spieghi sulla base di che cosa state facendo tutto questo casino:
    http://wattsupwiththat.com/2009/12/09/hockey-stick-observed-in-noaa-ice-core-data/
    Ah già, dimenticavo, c’è il “consenso”……
    PS per Damiano: l’aneddoto relativo al PM10 di Andrea Lucangeli, benchè non inerente all’AGW, mostra molto chiaramente quanto possano essere irragionevoli e scollegati dalla realtà atteggiamenti e decisioni delle amministrazioni pubbliche.

  5. Concordo con Davide e gli altri:
    Governo, sveglia. State trattando sulla base di una frode grande come una montagna. Ci sono altre priorità, anche ecologiche. La CO2 non fa male a nessuno e serve alle piante per crescere.
    Pensate a ridurre le tasse, a ridurre le leggi e i regolamenti, a chiudere gli enti inutili, magari anche a riformare un po l’architettura costituzionale. E se volete ridurre la CO2 emessa, parlatene di meno.

    Fortuna che con l’aria che tira, per l’estate prossima molti dei maggiori proponenti dell’AGW saranno disoccupati o in galera.

    The Climategate Timeline: 30 years visualized è un gigantesco grafico che riassume la cronologia degli ultimi 30 anni di teorie del Riscaldamento Globale Antropogenico. In pratica è un atto di accusa che metyte in relazione le mail del CRU, le ricerche a favore dell’AGW e il debunking. Dando un senso alla cosa.

  6. @damiano
    damiano, ma se persino l’autorevolissima (come no) wikipedia dichiara che i veicoli non sono la principale causa della produzione di PM10, suvvia… inoltre è noto che si dovrebbe discriminare tra motori a benzina e motori a gasolio, dal momento che la combustione del “nobile carburante” (la benzina, ovviamente) produce quantità trascurabili di PM10, più di 30 volte inferiori rispetto al gasolio.

    Detto ciò, non capisco la tua affermazione che “l’adattamento al picco del petrolio e la riduzione delle emissioni di C02 in parte portano a politiche coincidenti”.

    In ogni caso, forte della mia superiorità morale e intellettiva rispetto al livello medio dei funzionari UE, mi sento di proclamare con assoluta certezza che la politica UE non è incomprensibile, è s-b-a-g-l-i-a-t-a.

    È ora di ammetterlo: non dobbiamo assolutamente soffrire di complessi d’inferiorità rispetto a quegli euroallocchi plurititolati che si sono rivelati dei pericolosi buffoni, sempre pronti a ridurre le nostre libertà per perseguire un ipotetico e utopistico “bene comune” che non risponde alle più elementari leggi del buon senso e della scienza galileiana.

  7. damiano

    non capisco la tua affermazione che “l’adattamento al picco del petrolio e la riduzione delle emissioni di C02 in parte portano a politiche coincidenti”

    e se non capisci , informati . io mi sto stufando di ri-spiegarlo, e non sono cosi’ sicuro di avere tutte le risposte … ognuno deve cercare la verità , anche se quella verità potrebbe essere dolorosa … senno tanto varrebbe credere a babbo natale .

    ma evidentemente voi avete gia’ tutte le risposte .

  8. @damiano
    Vedi, il fatto che una politica volta ad eliminare un problema inesistente ne “risolva” in parte un altro tutt’ora discusso, non mi sembra un esempio di buona amministrazione.

    Io non ho tutte le risposte, ma quelle che ho sono mediamente migliori, ancorché politicamente impresentabili. Perché? Proprio perché sono “dolorose”.

  9. damiano

    non mi sembra che non fare nulla e mantenere lo status quo sia doloroso (sto parlando in temrini ambientali ,eh ) . i cambiamenti ambientali porgono dei problemi di ordine sociale ed ideologico . riconoscere il problema mi pare il primo passo per risolverlo ; come risolverlo , se si puo risolvere (perche non e’ mica detto ) e soprattutto adattarsi alle circostanze senza basi ideologiche (incluso il liberalismo , mi dispiace ) penso che siano approcci che storicamente si siano dimostrati validi .

  10. andrea lucangeli

    @ damiano: non ho per niente le idee confuse, il mio era solo un esempio di “cervellotici” ed “irragionevoli” provvedimenti pseudo-ecologici presi sull’onda di isteria che ha pervaso la UE…..- Quando nella mia città si decide di bloccare tutto il traffico veicoilate privato (comprese le Euro5!) per tre giorni consecutivi si crea un disastro all’economia locale non quantificabile.- E la solerte Amministrazione Comunale fa ancora impunemente viaggiare vecchi autobus diesel Euro0……mentre l’Amministrazione Provinciale riscalda ancora le scuole col gasolio…..- Follie

  11. Caterina

    Non solo la UE è stata messa in difficoltà, ma adesso la Commissione crea addirittura un Commissario al “cambiamento climatico” …Ed è la danese che non ha fatto fiasco a Copenaghen che a questo compito di manovrare il il termostato della temperatura globale. E tutto questo dopo il climategate…

  12. Caterina

    Non solo la UE è stata messa in difficoltà, ma adesso la Commissione crea addirittura un Commissario al “cambiamento climatico” …Ed è la danese che ha fatto fiasco a Copenaghen che a questo compito di manovrare il il termostato della temperatura globale. E tutto questo dopo il climategate…

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