I numeri di Termini Imerese: 30 bn bruciati in 39 anni

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars (10 voti, media: 4,60 su 5)
Loading...

Ho scartabellato un po’ di carte per tentare un conto approssimativo del dare e dell’avere pubblico sull’impianto Fiat di Termini Imerese. I risultati – da prendere con le molle, sono il primo ad ammetterlo, tuttavia vuol essere solo un tentativo per dare alla questione un minimo di base quantitativa – sono a mio giudizio raccapriccianti. La decisione di insediare a Termini Imerese produzione auto Fiat risale al… non ci crederete immagino: 1967! Le linee cominciarono a produrre nel febbraio 1970… in altre parole, tranne la “storica” Mirafiori, visto che Arese è stata chiusa e Pomigliano venne ereditata acquisendo Alfa dal favore ottenuto dall’Iri contro Ford, Termini è attualmente il più “antico” stabilimento Fiat in Italia. Cassino e Melfi vennero dopo. Fin dall’origine, l’azienda “condivise riluttante” – diciamo così – la pressione della politica, al fine di non guastare i rapporti con governi e sindacati, e di incamerare intanto i pingui incentivi allora legati al regime straordinario Casmez.
È noto che nessuno ha mai osato procedere con criteri rigorosamente contabili ad “attualizzare” in termini di valore presente gli aiuti pubblici a vario titolo concessi alla Fiat in oltre un secolo: l’argomento resta tabù nella storia industriale italiana. Ho provato di conseguenza a elaborare del tutto artigianalmente – grazie ad amici che in Iri negli anni 80 ricoprirono incarichi di vertice nella holding IRI e in alcune controllate – un rudimentale conto degli aiuti pubblici a Termini. Ho sommato gli incentivi fiscali e industriali dichiarati a tal fine da Casmez all’impianto e alla sua successiva gestione e sviluppo; i successivi fondi europei e di cofinanziamento nazionale ex obiettivo uno e due; gli stanziamenti nazionali e regionali per le infrastrutture relative di trasporto e logistica; mentre ho lasciato da parte gli incentivi creditizi da banche pubbliche ottenuti fino a fine regime Casmez, che avrebbero bisogno di riscontri in 20 anni di bilanci di banche ormai passate di mano; e altresì non ho computato le quote-parte di incentivi pubblici all’acquisto disposti anno per anno di specifici modelli prodotti negli anni a Termini Imerese, è infatti impossibile farlo senza un puntuale rendiconto anno per anno dei veicoli prodotti per modello da Termini stessa, cifre che sono nella disponibilità della sola Fiat Auto poiché non mi risulta vengano allegate disaggregate a bilancio. Ho poi proceduto ad attualizzare l’ammontare della somma in lire e poi euro per la rivalutazione nominale anno per anno intervenuta secondo l’Istat.
Ebbene, la cifra così rozzamente calcolata è sull’ordine dei 21 miliardi di euro.
Dopodiché ho elencato in una colonna distinta il contributo di gestione operativa che Termini ha dato ai conti Fiat Auto dacché lo stabilimento è in esercizio, e da questo ho ricavato la quota parte ai dividendi concessi agli azionisti, nonché la quota parte negativa di erosione del capitale coperta da aumenti di capitale intervenuti ad opera dei soci, negli anni. Ho sommato al netto il rendimento del capitale investito così corretto, che naturalmente ha segno negativo – il metodo è tecnicamente improprio perché si riferisce alla sola componente “pubblica” investita su Termini, prescindendo dall’apporto privato aziendale – al totale sommario degli incentivi che avevamo calcolato.  Ho poi provato a calcolare che cosa avrebbero fruttato in 39 anni l’equivalente di un totale di 21 miliardi di euro, investendoli in titoli di Stato per quota annua coincidente all’erogazione avvenuta. Spannometricamente, serve a capire qual è più o meno la creazione o distruzione di valore realizzata con i 21 miliardi offerti dal contribuente. Il risultato è desolante. Quei 21 miliardi sommati negli anni – in molti anni l’inflazione e i tassi erano molto alti – avrebbero creato oggi un tesoretto – mica tanto “-etto” – pari a circa 32 miliardi di euro attuali, in titoli di Stato.
Ha detto Marchionne a palazzo Chigi che a Termini non c’è alcun indotto auto. Una cosa è sicura: i trasporti e le infrastrutture non sono stati realizzati nei tempi previsti da Stato e Regione Sicilia malgrado le folli cifre spese, ma se non c’è indotto è stata l’azienda a non volerlo e a impedirne la nascita, in 37 anni di tempo. Gli attuali 1.700 occupati ci sono dunque costati come contribuenti almeno 21 miliardi di euro – e in realtà molti di più, viste le voci che mancano al conto completo. E con la chiusura definitiva dell’impianto avremo distrutto nel tempo valore per oltre 30 miliardi.
Sono all’incirca questi, come ordine di grandezza, i miei personalissimi conti del doppio disastro a Termini. Doppio perché il disastro accomuna la politica industriale statalista, e la politica aziendale del “prendi-i-soldi-e-scappa”. L’avvertenza obbligatoria è: so bene che legioni di storici aziendali accreditati ufficialmente, nonché di analisti compiacenti, direbbero che non è affatto vero e che ho le traveggole. Ma è al contrario la perenne opacità sul dare e sull’avere di Fiat nella storia italiana, il vero scandalo secondo me.

Commenti [13]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *