13
Dic
2009

Da Greg Mankiw un po’ di studi sul perché del taglio delle tasse

Bell’editoriale di Greg Mankiw sul New York Times. “Tax cuts might accomplish what Spending hasn’t”, dice il professore di Harvard. La critica è allo staff di economisti della Casa Bianca, che a gennaio accompagnarono e favorirono la decisione di Obama di dar vita al pacchetto di stimolo fiscale – tutta spesa pubblica pubblica in più – con un rapporto di matrice autenticamente keynesiana: per ogni dollaro di spesa, così scrissero nel rapporto, ci sarebbe stata una crescita del Pil di 1.57 dollari, mentre tagliare le tasse di un dollaro avrebbe fatto crescere il Pil di appena 99 centesimi. Guarda un po’, appena un centesimo in meno.

Ma lasciamo al bando ogni dietrologia e veniamo agli studi che Mankiw cita per sostenere – dati storici alla mano – che l’unico stimolo davvero efficace è la riduzione del carico fiscale. Per chi ne ha voglia e gusto, una lettura di questi studi non fa un soldo di danno.

Christina e suo marito David Romer, in uno studio per la University of California Berkeley, concludono che storicamene ogni dollaro di tax cuts ha prodotto una crescita del Pil di circa 3 dollari, più di tre volte le cifre del rapporto obamiano.

Meno di un anno fa, nel dicembre del 2008, Andrew Mountford della University of London e Harald Uhlig della University of Chicago hanno comparato gli effetti di tre tipologie di intervento sulla base di serie storiche statunitensi: deficit-financed spending (si spende di più in disavanzo), deficit-financed tax cuts (tagli di tasse non coperti da contestuali tagli di spesa, quindi in deficit) e tax-financed spending (maggiore spesa finanziata da maggiori tasse). Il secondo scenario, i tagli di spesa in deficit, è per i due economisti quello più performante in termini di crescita del Pil.

Mankiw riporta poi lo studio di Alberto Alesina e Silvia Ardagna, con lui ad Harvard. I due economisti hanno osservato i cambiamenti occorsi nelle politiche fiscali di ventuno paesi Ocse, identificando 91 episodi di stimolo dal 1970 in poi. Quali stimoli hanno avuto successo e quali hanno sostanzialmente fallito? “I risultati sono impressionanti”, commenta Greg Mankiw. Le storie di successo sono sostanzialmente quelle basate su tagli alle imposte sulle imprese e sul reddito, mentre gli stimoli falliti sono quelli di marca più squisitamente keynesiana.

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7 Responses

  1. Pietro M.

    Il che è ovvio anche in un contesto austriaco perché i taglia alle tasse aumentano i fondi disponibili per ristrutturare la struttura prododuttiva mentre gli aumenti della spesa aumentano i fondi disponibili per fare le critinate tipiche della spesa pubblica, non raramente rallentare l’aggiustamento economico (ad esempio finanziando households in crisi, perpetuando l’excess capacity nel settore immobiliare anziché facendo scappare le risorse produttive verso posti dove servirebbero a qualcosa).

    Comunque credo di aver capito che l’incertezza su questi modelli è infinita… ognuno dice che vuole in base a come definisce le grandezze, e il risultato finale può variare enormemente.

  2. Faccio un commento tecnico che forse interessa a pochi. I modelli neo-keynesiani (di base il famoso Clarida-Galì-Gertler e suoi derivati) assumono tutti che la spesa pubblica sia finanziata da imposte in somma fissa (non distorsive). Questo é irreale. Dimostrano che in una situazione di zero bound (ovvero quando la politica monetaria avrebbe esaurito la sua efficacia) aumentare la spesa pubblica é l’unica soluzione. Questa é la posizione di Krugman. Ma Mankiw e altri ad esempio l’ottimo Scott Sumner spiegano che la politica monetaria può fare di più. L’ossessione del tasso di interesse come unico strumento monetario é sbagliata (e infatti si é intervenuto in ben altro modo). I neo-keynesiani dimostrano anche, senza renderlo tanto esplicito, che il timing della spesa é fondamentale per farci uscire dalla crisi deflattiva. Se il timing é sbagliato il moltiplicatore crolla e torna (nei dintorni di 1). In ultimo, provano che la qualità della spesa é fondamentale per massimizzare il welfare (costruire strade é meglio che scavare buche e riempirle).
    Tutto ciò per dire che i modelli sono modelli, la politica é come vengono interpretati. In genere: male, e senza supporto empirico.

  3. giacomo

    vorrei, da reale incompetente, ma curioso lettore, fare una domanda un po’ generica , ma che reputo molto importante:- Debito pubblico italiano. Si può capire , realizzare, verificare cosa effettivamente sta succedendo, e se i rischi di default sono reali, o seri o probabili o comunque altro. La domanda nasce dal fatto di aver constatato che parecchi altri paese hanno questo serio problema e, quindi, i paracadute , in sede EU, verrebbero poi a mancare . Grazie, saluto

  4. oscar giannino

    alex ha assolutamentre ragione: lo dico perchè noi per primi, qui sul blog , corriamo il rischio di sembrare a volte a chi ci legge e non ci conosce come convinti “a priori”. il che è sempre sbagliato. mankiw è un buon esempio di economista aperto alle risultanze e ai sentieri di ricerca, a prescidnere dalle scuole di appartenenza e dalle rispettive ortodossie, idem dicasi per la cristina romer che ora sta con obama ma insiem al marito ha fatto numerosi e validissimi approfondimenti sul moltiplicatore di spesa e di tasse, etc. l’ideale sarebbe sempre “conoscere i modelli”, e “diffidare dei poilitici” che ne fanno quel che vogliono, sempre diversamente da quel che nei modelli di ogni scuola si pone come condizione per la validità delle rispettive risultanze…

  5. @ giacomo, la risposta alla domanda é molto complessa; ci sto pensando da un pò e non ce ne esco.
    Ci sono sostanzialmente quattro modi in cui il rapporto debito/Pil può ridursi: crescere di più (difficile!), spendere di meno (difficilissimo!), tassare di più (speriamo di no), inflazione. Quale seguire? Il percorso quasi obbligato é quello della crescita (tema del post). I modelli neo-keynesiani ci dicono relativamente poco su come uscirne nel lungo periodo. Il punto secondo me cruciale nel breve periodo é se ci sarà una vampata inflazionistica oppure no. Qui gli aspetti intertemporali divengono complessi. Le aspettative di inflazione oggi sono basse, perché ci si aspetta che la BCE seguirà il suo mandato e combatterà l’inflazione. Questo riduce la spinta a consumare di più oggi perché i privati non si indebitano per consumare ciò che domani pagherebbero di meno (e quindi la crisi perdura di più, il Pil oggi cresce meno e il debito in rapporto al Pil aumenta).
    Il dilemma delle banche centrali é: riassorbire l’enorme liquidità (creando pressioni sui debiti pubblici pompati dalla spesa) o accomodare? E soprattutto, quando? Io non so come Bernanke ne uscirà ma per Paesi come l’Italia l’unica via sicura é crescere. Se non si farà proprio nulla, e la BCE farà quello che dice, il rischio di default sarà reale.
    Un ultima congettura: se molti Paesi hanno questo problema (Grecia ad es.), la pressione politica sulla BCE sarà più forte ed é più probabile che la banca centrale faccia pagare il tutto ai cittadini (via maggiore inflazione) innescando una spirale inflazione-salari. Il percorso fra uno scenario e l’altro é molto “stretto”… e dipende dalla memoria dei tedeschi…

  6. giacomo

    @ alex ; grato per la risposta che sto cercando di digerire. Mi permetta ancora una breve postilla: ma le riserve di ORO non servono a niente in caso di rischio di insolvenza?

  7. @ giacomo: my pleasure! mi fa sorridere per due motivi; il primo è: prenda quello che le dico cum grano salis (avere un master in economics non é per nulla una garanzia…); il secondo é che proprio la settimana scorsa ad una lezione con Larry Christiano fu posta una domanda simile. L’uso delle riserve é un tema molto dibattuto e non saprei dire se e come potrebbero essere utilizzate in casi di emergenza. In tempi “normali”, da un lato non é chiaro come possano essere usate, dall’altra il Trattato di Maastricht vieta l’uso delle riserve auree. Infine, se l’oro é una risorsa scarsa (a meno di scoperte di nuovi giacimenti) é probabile che aumenti di valore in futuro. Se così fosse venderlo sarebbe “irrazionale”.

    Sul debito pubblico posizioni più autorevoli della mia (e magari più trasparenti) qui: http://politicaleconomy.splinder.com/post/21875132#21875132
    http://paolomanasse.blogspot.com/2009/12/italia-e-grecia-una-faccia-una-razza.html

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