10
Dic
2009

Ostacoli fiscali alla concorrenza dei privati nei servizi pubblici: il caso degli interessi passivi

Antica questione intra-liberismo quella dei loophole, i “buchi” del sistema fiscale che permettono ad un settore o ad una categoria di contribuenti di pagare meno tasse grazie a deduzioni, detrazioni e sconti vari: c’è chi li vede come una legittima forma di difesa dal fisco e chi li considera una sorta di “spesa pubblica fiscale” e di distorsione della concorrenza. Nel mondo reale (e nella realissima Italia, per quanto ci riguarda) la questione è spesso di lana caprina: la difesa dell’attività economica dalla rapacità del fisco e la tutela dell’ambiente competitivo passano a volte dall’eliminazione di un loophole, altre volte dall’inserimento o dall’ampliamento di una di queste eccezioni. Se, ad esempio, una certa esenzione fiscale è concessa ad una società pubblica operante in un dato settore, è auspicabile che la stessa sia estesa anche alle società private. L’alternativa, l’abolizione dell’esenzione e la contestuale riduzione del carico fiscale sulla generalità dei contribuenti, è spesso ipotesi di scuola, più che possibilità concreta. Tanto più che – per avere senso – sarebbe opportuna l’eliminazione non di uno, ma di molti loophole.

L’esempio scelto non è casuale. Tra le maglie della legislazione fiscale italiana ci è stata segnalata una ingiustificata discriminazione tra società a capitale prevalentemente pubblico e società private. Con la Finanziaria per il 2008, fu modificato l’articolo 96 del TUIR, introducendo il limite del 30 per cento del risultato operativo lordo per la deducibilità degli interessi passivi, in precedenza quasi completamente deducibili. La norma, che Visco volle per arginare pratiche di elusione fiscale, ha un indubbio effetto inibitorio nei confronti degli investimenti finanziati con ricorso al debito (ragione per cui da più parti si chiede una generale revisione), tanto che l’allora Governo fissò alcune eccezioni, per le quali non è fissato il limite alla deducibilità. Tali eccezioni riguardano principalmente settori per i quali il ricorso al debito è strettamente connesso all’attività svolta o alla natura degli investimenti finanziati: banche e altri soggetti finanziari; imprese di assicurazione e società capogruppo di gruppi bancari e assicurativi; società consortili costituite per l’esecuzione unitaria di lavori pubblici; società costituite per la realizzazione e l’esercizio di interporti merci; società che costruiscono o gestiscono impianti per la fornitura di acqua, di energia, di teleriscaldamento, di smaltimento e depurazione.

In quest’ultimo caso, però, l’eccezione vige solo per quelle società il cui capitale sia sottoscritto prevalentemente da enti pubblici: se sei un’impresa privata che gestisce un impianto, puoi dedurre solo il 30 per cento degli interessi passivi; se sei un’azienda pubblica, puoi dedurre tutto. Una bella differenza in termini di onere fiscale, una palese discriminazione a sfavore delle imprese private, che falsa il gioco della concorrenza ed erige ingiustificate barriere all’ingresso di nuovi soggetti in ambiti – quali quello di acqua, energia, teleriscaldamento, smaltimento e depurazione – dove il ricorso alla leva del debito è pressoché obbligato e dove appare necessario l’afflusso di nuovi investimenti. Non è quest’ultima una delle motivazioni alla base del processo di liberalizzazione dei servizi pubblici locali che il Parlamento ha recentemente avviato? In prospettiva, la discriminazione tra proprietà privata o pubblica rischia di ostacolare l’ingresso di nuovi operatori e di nuove risorse.

Un ordine del giorno collegato alla Finanziaria (per i non addetti ai lavori, trattasi di una sorta di atto d’indirizzo che uno o più parlamentari sottopongono al Governo), sottoscritto da Federico Testa del Pd e da Benedetto Della Vedova del Pdl, chiede all’esecutivo di eliminare questa palese discriminazione, attraverso l’estensione del loophole ai soggetti privati. Nel gioco istituzionale italiano, l’ordine del giorno vale come il due di coppe quando la briscola è denari: nulla. Ma l’iniziativa bipartisan dei due parlamentari apre la questione. Vedremo.

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