Fondo unico autorità. Quando la pezza è (quasi) peggio del buco

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Da due giorni c’è subbuglio tra le autorità indipendenti, minacciate da un emendamento alla finanziaria che ne metterebbe seriamente a rischio l’indipendenza riconducendone le redini finanziarie in mano al Tesoro. Di questo ci siamo già occupati. Dopo un lungo tira e molla con la presidenza del Consiglio (ieri Gianni Letta ha ricevuto i segretari generali degli enti coinvolti), il governo avrebbe avanzato una controproposta, di cui Chicago-blog è in grado di anticipare i contenuti. Anche questa controproposta, però, suscita delle perplessità.

Il meccanismo prefigurato dall’emendamento 2356 prevedeva un sostanziale esproprio, a fini perequativi, delle entrate proprie delle autorità che ne hanno (praticamente tutte tranne Scioperi e Privacy), un meccanismo tanto più punitivo quanto meno le autorità dipendono dal bilancio dello Stato (e quindi particolarmente salato per chi, come Energia e Isvap, sta in piedi da solo). Mettere in un unico paniere risorse provenienti da fonti le più diverse – fee applicate ai soggetti regolati in vari mercati, il gettito delle eventuali sanzioni, eccetera – e redistribuirle discrezionalmente era oggettivamente troppo. Resta però il problema strutturale del sottofinanziamento di alcune authority, le quali – dicono voci di corridoio – avrebbero gradito il provvedimento, o almeno i suoi effetti, sperando di poter cannibalizzare le entrate altrui. Quale coniglio viene estratto oggi dal cilindro di Palazzo Chigi?

Secondo quanto ci risulta, si parla di un prestito forzoso dalle autorità in attivo a quelle in difficoltà. Il passaggio più delicato sarebbe il seguente:

A fini di perequazione con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, sentite le autorità interessate, sono stabilite, senza maggiori oneri per la finanza pubblica, misure reintegrative in favore delle autorità contribuenti, nei limiti del contributo versato, a partire dal decimo anno successivo all’erogazione del contributo, a carico delle autorità indipendenti percipienti che a tale data presentino un avanzo di amministrazione.

Ci sono, qui, vari problemi: uno generale, altri specifici. Quello generale riguarda l’effetto minestrone e le sue implicazioni. “Prestito forzoso” è una locuzione gentile per dire trasferimento. Il trasferimento riguarderebbe risorse estratte da alcune autorità ai soggetti da loro regolati: per esempio, le imprese dell’energia, quelle telle telecomunicazioni, le assicurazioni. I soldi andrebbero a regolatori che hanno a che fare con loro solo in misura trasversale (Antitrust) o non hanno nulla a che vedere, direttamente, coi loro interessi (Privacy e Scioperi). Ora, questo fenomeno si può interpretare come un incremento fiscale di fatto: infatti, fatto 100 il gettito delle fee, dobbiamo presumere che esso venga interamente utilizzato dai regolatori di settori perché serve. Quindi, se questi sono costretti a stornare, diciamo, 5 dal loro bilancio, l’anno successivo presumibilmente esigeranno 105. Consumatori elettrici, proprietari di telefonini e titolari di polizze ringraziano commossi.

Ci sono poi varie questioni pratiche. Per esempio: se un’autorità che ha un attivo di bilancio ne viene privata, non è incentivata a evitare di averlo l’anno prossimo, magari facendo un uso meno efficiente delle risorse a sua disposizione? E se un’altra autorità ha bisogno di un sussidio, nel momento in cui questo le viene graziosamente fornito, non è incentivata a mantenere il bilancio in passivo, conscia che tanto pagherà Pantalone?

Secondo: se si tratta di un prestito, ancorché forzoso, perché le modalità di restituzione devono essere dettate da un ente terzo ed estraneo (il Tesoro), da cui oltre tutto logica ed Europa vogliono che le autorità siano indipendenti?

Terzo: perché il prestito deve essere restituito dopo dieci anni, senza possibilità di negoziare un termine diverso tra le due parti? Vale la pena ricordare che dieci anni sono un’era geologica, e che in ogni caso tutti i collegi durano in carica per un periodo inferiore. Quindi, nessun pagatore vedrà mai tornare i soldi durante la sua amministrazione, e nessun beneficiario dovrà mai, sotto la sua responsabilità, restituirli. Non è questo un incentivo a disinteressarsene?

Quarto (e scusate la finezza): non è una presa per il culo, dire che il prestito dovrà essere restituito (se e solo se) i beneficiari presentino, alla scadenza, un avanzo di bilancio? Non crea questo un ulteriore incentivo alla malagestione? E, tra parentesi, che cavolo vuol dire che il “reintegro” sarà fissato “sentite le autorità”? Qualcuno si aspetta che il prestatore dirà, “tieniti pure i miei soldi”, mentre il beneficiario protesterà, “no prego, eccoteli indietro con una mancia per il disturbo”?

Quinto e ultimo: i problemi finanziari di alcune autorità, a cui si intende mettere rimedio con questa norma, sono passeggeri o strutturali? Nel primo caso, non esistono soluzioni a loro volta transitorie, che non creino un regime di perequazione valido in saecula saeculorum? E, nel secondo caso, in che modo si intende garantire l’effettivo e adeguato finanziamento delle autorità in difficoltà senza “rapinare” quelle più floride?

Osservatori ingenui come noi, guardando quanto sta accadendo, sono portati a pensare che una politica razionale cercherebbe di rendere più diffusi i comportamenti virtuosi e i modelli di (auto)finanziamento più efficiente. In alcuni casi ciò può non essere possibile, ed è quindi giusto cercare soluzioni valide e in grado di garantire da un lato i bilanci necessari, dall’altro la necessaria indipendenza. Ma livellare tutto verso il basso, caricando sulle spalle delle autorità un bagaglio di incentivi perversi, ci pare una pezza quasi peggio del buco. Viene quindi il sospetto che l’obiettivo dichirato sia risolvere un problema di bilancio, ma il fine reale sia aiutare questo e danneggiare quello, o forse fingere di aiutare questo e danneggiare quello prendendo il controllo del finanziamento di entrambi.

di Luigi Ceffalo e Carlo Stagnaro

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