13,9 contro 1,6, per 7,1

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Il presidente della Conad, Camillo De Berardinis, non si arrende (per abbonati). I cinque impianti che la catena è riuscita ad aprire presso i propri supermercati hanno un erogato medio di 13,9 milioni di litri all’anno, contro una media nazionale nelle “normali” stazioni di servizio di 1,6 milioni di litri. E’ una sproporzione talmente evidente, da spingere necessariamente a porsi delle domande. Tanto più che, secondo De Berardinis, nei distributori Conad gli automobilisti hanno risparmiato mediamente 7,1 centesimi al litro – un valore enorme, reso possibile sia dall’incremento dei volumi, sia dalle condizioni vantaggiosi che un acquirente come Conad può spuntare. Questi numeri non sono però la testimonianza di un successo, ma di un fallimento. Perché in tutta Italia, Conad ha aperto solo cinque impianti, e i suoi concorrenti pochi altri.

Le resistenze dei gestori degli impianti tradizionali sono fortissime, e si traducono in interpretazioni restrittive delle norme, soprattutto a livello regionale (visto che, a livello nazionale, il settore è sostanzialmente liberalizzato). Recentemente, molte regioni – a partire dalla Lombardia – hanno approvato norme che, in risposta alle procedure di infrazione europee, impongono a tutti i nuovi entranti di dotarsi di pompe per carburanti eco-compatibili (almeno uno tra Gpl, metano e idrogeno). L’Antitrust ha attaccato queste norme, vedendone chiaramente l’effetto anticoncorrenziale (sarei tentato di dire lo scopo anticoncorrenziale). L’Autorità sostiene che le regioni possono incentivare i carburanti ecocompatibili, ma dovrebbero farlo in modo non discriminatorio: o si obbligano tutti, incumbent e nuovi entranti, a dotarsi di nuove pompe, o non lo si fa (magari erogando aiuti a favore di quanti, incumbent e nuovi entranti, intendono installare carburanti ecocompatibili accanto a quelli tradizionali). L’obbligo costituisce una rilevante barriera all’ingresso, sia per una ragione di costi, sia per una di spazi.

Il problema non è, naturalmente, limitato al settore dei carburanti. Come ha argomentato Serena Sileoni, l’attività delle regioni si è molto spesso tradotta, nel settore del commercio, in un freno alle liberalizzazioni. Evidentemente, la cultura del ceto politico regionale, o il potere lobbistico delle associazioni esistenti di commercianti, o entrambe le cose, sono tali da non consentire una vera apertura del settore. Lo ha detto bene lo stesso De Berardinis:

Occorre favorire una maggiore concorrenza in tutti i settori economici, superando la legislazione vincolistica che per anni, anche nel commercio e nei servizi, ha impedito la crescita delle imprese più efficienti.

Paradossalmente, però, il settore dei carburanti sembra coagulare il massimo delle tensioni anticoncorrenziali e delle pulsioni interventiste. E’ di questi giorni l’emendamento del deputato leghista Maurizio Fugatti (divenuto famoso per il suo blitz notturno, poi fallito, contro Sandro Ortis), che punta a “multare” con un aggravio fiscale le compagnie petrolifere che non adeguano, entro nove giorni, i listini al ribasso (chissà perché, non al rialzo). La proposta è talmente surreale che non merita particolari commenti – del resto, lo stesso sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, l’ha già stroncata. Solo che dà molto bene il polso di quanto sia facile e populistico intervenire con la scure sul prezzo del pieno: senza però comprendere che le conseguenze di questo continuo flusso interventista, a prescindere dall’esito delle singole proposte, è il modo migliore che i nostri politici hanno per far lievitare il nostro “rischio paese”.

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