28
Nov
2009

13,9 contro 1,6, per 7,1

Il presidente della Conad, Camillo De Berardinis, non si arrende (per abbonati). I cinque impianti che la catena è riuscita ad aprire presso i propri supermercati hanno un erogato medio di 13,9 milioni di litri all’anno, contro una media nazionale nelle “normali” stazioni di servizio di 1,6 milioni di litri. E’ una sproporzione talmente evidente, da spingere necessariamente a porsi delle domande. Tanto più che, secondo De Berardinis, nei distributori Conad gli automobilisti hanno risparmiato mediamente 7,1 centesimi al litro – un valore enorme, reso possibile sia dall’incremento dei volumi, sia dalle condizioni vantaggiosi che un acquirente come Conad può spuntare. Questi numeri non sono però la testimonianza di un successo, ma di un fallimento. Perché in tutta Italia, Conad ha aperto solo cinque impianti, e i suoi concorrenti pochi altri.

Le resistenze dei gestori degli impianti tradizionali sono fortissime, e si traducono in interpretazioni restrittive delle norme, soprattutto a livello regionale (visto che, a livello nazionale, il settore è sostanzialmente liberalizzato). Recentemente, molte regioni – a partire dalla Lombardia – hanno approvato norme che, in risposta alle procedure di infrazione europee, impongono a tutti i nuovi entranti di dotarsi di pompe per carburanti eco-compatibili (almeno uno tra Gpl, metano e idrogeno). L’Antitrust ha attaccato queste norme, vedendone chiaramente l’effetto anticoncorrenziale (sarei tentato di dire lo scopo anticoncorrenziale). L’Autorità sostiene che le regioni possono incentivare i carburanti ecocompatibili, ma dovrebbero farlo in modo non discriminatorio: o si obbligano tutti, incumbent e nuovi entranti, a dotarsi di nuove pompe, o non lo si fa (magari erogando aiuti a favore di quanti, incumbent e nuovi entranti, intendono installare carburanti ecocompatibili accanto a quelli tradizionali). L’obbligo costituisce una rilevante barriera all’ingresso, sia per una ragione di costi, sia per una di spazi.

Il problema non è, naturalmente, limitato al settore dei carburanti. Come ha argomentato Serena Sileoni, l’attività delle regioni si è molto spesso tradotta, nel settore del commercio, in un freno alle liberalizzazioni. Evidentemente, la cultura del ceto politico regionale, o il potere lobbistico delle associazioni esistenti di commercianti, o entrambe le cose, sono tali da non consentire una vera apertura del settore. Lo ha detto bene lo stesso De Berardinis:

Occorre favorire una maggiore concorrenza in tutti i settori economici, superando la legislazione vincolistica che per anni, anche nel commercio e nei servizi, ha impedito la crescita delle imprese più efficienti.

Paradossalmente, però, il settore dei carburanti sembra coagulare il massimo delle tensioni anticoncorrenziali e delle pulsioni interventiste. E’ di questi giorni l’emendamento del deputato leghista Maurizio Fugatti (divenuto famoso per il suo blitz notturno, poi fallito, contro Sandro Ortis), che punta a “multare” con un aggravio fiscale le compagnie petrolifere che non adeguano, entro nove giorni, i listini al ribasso (chissà perché, non al rialzo). La proposta è talmente surreale che non merita particolari commenti – del resto, lo stesso sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, l’ha già stroncata. Solo che dà molto bene il polso di quanto sia facile e populistico intervenire con la scure sul prezzo del pieno: senza però comprendere che le conseguenze di questo continuo flusso interventista, a prescindere dall’esito delle singole proposte, è il modo migliore che i nostri politici hanno per far lievitare il nostro “rischio paese”.

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6 Responses

  1. aldo

    Io mi domando perchè in Italia non riusciamo a fare quello che in paesi a noi confinanti fanno da anni, in Francia e Svizzera, la GD vende da anni la maggioranza dei petroli al di fuori delle reti autostradali, facendolo per i consumatori a prezzi più convenienti e con un servizio più elevato, per orari d’apertura.
    Siamo ancora il paese delle corporazioni e mestieri di 600 anni fa.
    sigh

  2. Riccardo

    Basta guardare la nuova legge sull’avvocatura che di fatto toglie valore legale alle lauree in giurisprudenza: un laureato in legge non può consigliare neppure ad un amico se costituire una S.P.A. o una S.R.L.

  3. aldo

    Se fosse per il solo valore legale della laurea sarei anche contento è tutto il resto che è ridicolo e lo dice uno che prima, di mettersi a lavorare in un azienda ha fatto anche la pratica e l’esame.
    Pratica= fare fotocopie depositare atti in cancelleria, scrivere sentenze per dominus che era presidente di commisione tributaria, ma che forse l’ultima legge fiscale l’aveva letto 40 anni prima quando aveva avuto l’abilitazione, preparazione ai fini della vita forense =0
    preparazione all’esame=0
    Esame pareri che non dimostrano le tue capacità ma solo se riesci a copiare bene o meno, tenendo presente che le commisioni hanno delle % massime di promozioni.
    atto= se dopo due anni non sai fare un atto sei un asino, ma saper fare un atto non vuol dire sapere usare il diritto.
    Orale= rifare un esame universitario multimateria.

    Io preferirei che finita l’università fossi abilitato alla professione, magari con un anno o due in più di studio e stage.
    comunque fanta politica.
    Manco le liberazioni dei distributori riusciamo a fare, fiuguriamoci quelle delle professioni.

  4. Tutto vero e sacrosanto ma mi chiedo: quindi? cosa possiamo fare perchè questo stato di cose possa cambiare? Alla fine, (trattasi di autocritica), lagnarsi è giusto ma facile, resta il fatto che chiunque appartenga, in Italia, ad un ordine, associazione o similia, trova giusta la libertà economica applicata agli altri. Se il problema è culturale, l’unica soluzione sono i Chicago blog, e tutte le iniziative che diano la sveglia ai cittadini rendendoli consapevoli dei giganteschi passi avanti che un pò, (mica troppa, per carità), di libertà in più ci farebbe fare a tutti…magari, e da questo punto di vista l’IBL è antesignano, parlando come si mangia, (che non vuol dire usare parolacce).

  5. aldo

    concordo con spaziamente, ma anche diventare attivi, quando i benzinai minacciano scioipero, per le liberarizzazioni, organizzare una contro protesta, a boston rovesciavano il the in mare, in india facevano disobbedienza civile.

  6. stefano

    @aldo: sulla pratica concordo. Per qualsiasi professione è solo un mezzo per avere dipendenti a costo zero, così non devono pagare la miseria che comunque offrono.
    Piano, aspetta, qualcuno che ti spiega e ci tiene esiste, ma in realtà la maggior parte (99%) non vuole formare concorrenti; oddio, puoi benissimo metterti in proprio, però per guadagnare il minimo indispensabile a pagare i contributi (“mi raccomando quando sarai per conto tuo, denuncia tutto!” “come ha fatto lei?” “ehhh, ai miei tempi era un’altra cosa”). Malidetto chi ni coce ‘r pane!
    Per quanto riguarda la benzina, non è la GDO che può salvarci: oltretutto fare 20 km per il pieno non è molto comodo.
    Ma poi di cosa abbiamo paura a dirlo? LA CAUSA DEGLI ALTI PREZZI DEI CARBURANTI è LO STATO.
    Auguro a voi tutti buone feste, e all’Agenzia delle Entrate che le accise (& co.) vadano tutte in medicine.

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