10
Nov
2009

Germania unita, vent’anni di “economia di mercato”: luci ed ombre

wachsender-wohlstand-low-gif_390590Vent’anni fa cadeva il Muro. Appena un anno dopo la Germania tornava ad essere unita. Benché l’anniversario della cosiddetta Wiedervereinigung cada il 3 ottobre del 2010, molti quotidiani tedeschi hanno dato spazio in questi giorni ad un bilancio provvisorio dell’esperienza unitaria. In particolare, è l’aspetto economico ad interessare stampa ed opinione pubblica. Per l’occasione l’Istituto dell’economia tedesca di Colonia (IW) ha presentato uno studio, che a mio modesto avviso, risulta un po’ troppo ottimista. Secondo i ricercatori del centro, i nuovi Bundesländer avrebbero ormai quasi del tutto colmato la distanza che li separava da quelli della Germania Ovest e in pochi anni i migliori Länder dell’Est potrebbero superare quelli più poveri dell’Ovest. Nel 2008 il PIL per abitante negli ex-territori dell’Est ammontava infatti a circa il 68,5% di quello dell’Ovest. Il direttore generale dell’istituto, Michael Hüther, ha categoricamente smentito che il caso della ex-DDR possa oggi ancora essere assimilato a quello del Mezzogiorno nostrano. Ciò è solo in parte vero. E si può innanzitutto desumerlo dall’esclusione ad hoc dall’oggetto dello studio del Land di Berlino, la cui precaria situazione economica e sociale avrebbe ulteriormente peggiorato l’esito del bilancio. Certo, le infrastrutture ad Est reggono il passo con quelle dell’Ovest, ma questo al prezzo di fiumi di denaro fluiti in questi anni da una parte all’altra del paese grazie al cosiddetto Solidarpakt. Sono proprio i circa 1500 miliardi di euro versati all’Est (pari al debito odierno della Repubblica federale), che non ci permettono di prendere sul serio quei famosi blühende Landschaften, annunciati da Helmut Kohl il 1 luglio del 1990. Come notava Hans-Werner Sinn in uno strepitoso editoriale dedicato al tema e pubblicato sulla FAZ qualche settimana fa, una buona fetta del PIL dell’Est è costituito dalle retribuzioni dei pubblici dipendenti, tenute artificialmente alte rispetto a quelle dell’Ovest. L’esplosione della spesa per la burocrazia è un tema di estrema attualità anche in Germania. Tanto che persino nel nuovo Koalitionsvertrag tra SPD e Linke per il Land del Brandeburgo, si accenna alla necessità di tagliare qualche migliaio di posti di lavoro nel settore dei servizi pubblici. Ad aver trainato la crescita dell’Est- comunque del tutto modesta se paragonata a quella degli Stati rimasti anch’essi rimasti a lungo nell’orbita sovietica  – è stata la piccola e media impresa sorta tra Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia. Tale nuovo polo industriale è però nato, laddove la “distruzione creatrice” di schumpeteriana memoria ha potuto effettivamente realizzarsi. Dei 4.300.000 posti di lavoro esistenti nella DDR di fine anni Ottanta, ne sono stati “risparmiati” appena 860.000. Di qui l’alta disoccupazione che ha fatto da sfondo ai primi dieci anni della riunificazione e che ancora oggi, anche se in misura progressivamente minore, continua a caratterizzare il tessuto economico dell’Est. Meno esposta alla concorrenza internazionale, la Germania orientale fonda la sua prosperità sulle piccole imprese, non avendo sede in nessuna delle nuovi regioni alcun colosso industriale di rilievo. All’indomani del crollo della Repubblica democratica, si pensò che la privatizzazione delle aziende dell’Est avrebbe coperto gran parte dei costi della riunificazione. Così non fu e lo Stato si è pian piano ritrovato con le mani bucate. I motivi sono in primo luogo politici e abbiamo già avuto modo di elencarli in questo post di qualche mese fa. Falsare i prezzi e i salari tarandoli sul modello occidentale, questo è stato il più grande errore all’indomani della Wiedervereinigung, giustificato dall’esigenza che i cittadini dell’Est non fuggissero a frotte dalla loro terra, alla ricerca di lavoro ad Ovest. E così i salari ad Est sono saliti in questi anni più della produttività, che nei nuovi Bundesländer rimane per l’appunto assai bassa. Idem per le prestazioni sociali, del tutto sproporzionate al livello di vita della Germania orientale. In ultimo, va considerato come molte imprese sorte negli ultimi vent’anni ad Est siano il frutto di un boom artificiale, pompato dalla mano pubblica. Nel suo eccezionale reportage sul tema, il settimanale Wirtschaftswoche cita in particolare due settori: quello delle energie rinnovabili e quello dell’auto. Tutto ciò non significa che i territori dell’ex DDR non abbiano fatto un passo in avanti. Nessuno lo nega. Anzi, laddove il mercato ha avuto spazio, le cose sono migliorate -si pensi ad esempio alle condizioni ambientali-. E per capirlo basta recarsi oggi in quei luoghi. Il punto è un altro. Siamo sicuri che tutto quel popò di fondi pubblici fosse inevitabile? Alla luce dell’esperienza dei paesi limitrofi (e non solo), permettetimi sinceramente di dubitarne.

* Sullo stesso tema anche Tonia Mastrobuoni per Il Riformista.

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