1
Nov
2009

Psyco-media e anniversari, il 1929 e il Muro

È casuale o vuol dire qualcosa, che nel circo mediatico nazionale – ma anche internazionale, tutto sommato – l’ottantesimo anniversario della crisi del 1929 sia passata sotto pressoché totale silenzio, tranne pochi accenni a margine? Il Black Tuesday che sprofondò l’America nel terrore avvenne il 29 ottobre. Eppure sembra proprio che, da noi ma anche negli USA, l’anniversaristica mediatica prediliga nove a uno il ventennale della caduta del Muro di Berlino, con tanto di giallo del tutto irrilevante su quale varco davvero si aprì per primo, quale il sottufficiale che per primo n0n applicò gli ordini dei vertici della RDT, e via proseguendo. No, non è un caso. I riflessi condizionati dei media sono amplificatori di processi decisionali e di valutazione dell’incertezza che da vent’anni a questa parte trovano sempre maggior campo d’indagine nell’epistemologia cognitiva, nelle neuroscienze e nella cosiddetta neuroeconomy o behavioural finance, che valse nel 2002 il premio Nobel per l’economia attribuito, insieme a Vernon Smith che ci è caro, per la prima volta a uno psicologo, il grande israeliano Daniel Kahneman (per chi volesse approfondire sulle attività accademiche e di mercato in Italia, qui). E dunque che cosa di dice, la scelte dei media? Tre cose.La prima ha a che fare con il nesso di mercato tra crisi e informazione. L’informazione economica segue una tendenza di domanda opposta alla cronaca. Tenere alti titoli, foliazione e toni su temi come l’ordine e la sicurezza, legati alla cronaca nera, fa vendere sempre o comunque spessissimo più copie. È la via ordinaria seguita da veri specialisti del genere, amplificatori di professione delle tensioni civili. Alla Feltri, per intenderci. I suoi successi in Italia sarebbero stati impensabili ai tempi della prima Repubblica, anzi bisognerebbe dire ai tempi pre-Repubblica tout court: ma intesa questa volta come giornale fondato da Eugenio Scalfari. Al contrario, la crisi economica e la depressione dei mercati mobiliari e immobiliari fanno altrettanto spesso e sempre vendere meno copie. La stampa specializzata in economia e finanza tende in queste fasi a perdere più copie del resto dell’informazione generalista. E dopo un po’ – col delta-T correlato alla gravità della crisi in corso – la tendenza dell’informazione diventa sempre quella dell’indorare la pillola, anche se magari la crisi persiste, perché malgrado molti perfettisti non lo comprendano i giornali sono fatti per essere venduti, prima che per dire davvero le cose come stanno.

La seconda ha a che fare con la prevalenza del sistema limbico. Numerose simulazioni sperimentali condotte in questi anni dai behaviolar scientists attestano che la parte più “antica” e meno sviluppata del nostro cervello, quella che più direttamente ci collega agli anelli precedenti dell’evoluzione animale rispetto allo sviluppo della corteccia e pre-corteccia cerebrale, è esattamente quella che presiede alle valutazioni immediate e istintive, in materia sia di reazione al pericolo, all’insicurezza, alla paura, sia di rassicurazione e autoconservazione rispetto ai rischi. In parole semplici: la paura finanziaria di massa che dopo un crisi di Borsa porta al bank run collettivo e al ritiro generalizzato dei depositi; il volgere il capo dall’altra parte e fingere che tutto sia risolto, ai soli primi segni di rallentamento della caduta delle attività economiche;  sono entrambi atteggiamenti irragionevoli. Ma vengono dettati agli individui dalla parte animale che è ancora costitutivamente propria del bipede leggermente più evoluto che noi siamo, l’homo sapiens.  Avviene alle singole persone, come nei media che ne fanno il dibattito pubblico. Per evitarlo, occorrerebbero direttori di giornale meno “animali” di quanto, evidentemente, essi non siano invece ancor oggi.

La terza spiegazione ha a che vedere col riflesso condizionato esercitato nei più dal leader attuale del paese leader, epicentro della crisi: parlo di Obama e degli Usa, com’è ovvio. L’informazione e gli individui tendono ad accentuare il rosa rispetto al nero, nell’analisi della realtà, quando ci si è convinti che rispetto al manifestarsi del pericolo o della crisi sia intervenuto comunque un fattore esogeno di grande rassicurazione. Se in un’azienda cambia l’amministratore delegato dopo i primi segnali di difficoltà sui mercati, il subentrante godrà a lungo di un credito di fiducia, e ciò avviene anche se i dati continueranno a restare problematici o addirittura disastrosi (vedi Bernabé in Telecom Italia). L’effetto è massimamente amplificato quando in un grande Paese come l’America la psicologia generale, della parte preponderante dei media locali e mondiali, si è convinta che dopo la crisi e l’allontanamento del “cattivo” Bush la Provvidenza abbia mandato in sua vece il “buono” Obama.

Ecco perché  si preferisce parlare di Berlino, invece che del 1929.

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1 Response

  1. E’ vero, i media ovviamente non possono deludere il Messia superstar e i vari politicanti suoi apostoli di contorno al livello di G8-20 vari.
    Lo statalismo non ammette critiche, e ovviamente si tende a usare spauracchi come il 1929 come pretestuosa morale d’opportunità transitoria, da parte di pseudosaccenti ministri della finanza ed economia, una clava ideologica da scagliare contro il capitalismo e il libero mercato, al di là di ogni ragionevole dubbio e prova empirica.
    Ovviamente il debito pubblico che sale alla pari dell’inflazione e della disoccupazione, non preoccupa minimamente gli opinionisti mainstream in quanto ciò che conta è per lo aver speso e stampato del denaro per le varie loro clientele.
    Per dirla alla Bastiat ciò che si vede è per loro sufficiente rispetto a ciò che non si vede al momento (ma che si vedrà in futuro), quale consolazione fideistica del momento.
    Ovviamente in questi giorni oltre alla psicosi influenza A, si torna al passatismo nostalgico sui vecchi tempi, quelli del posto fisso e del muro di Berlino e del mondo dei servizi segreti e delle alte cancellerie.
    Manco fossimo in un film di James Bond dove la trama e il finale è scontato fin dall’inizio.
    Sarà solo un apparente caso di comunicazione se proprio in vista della celebrazione della caduta del Muro, i vari governi europei, si apprestano più che a ricordare la fine di una dittatura sanguinaria e la ritrovata libertà per milioni di abitanti; a produrre la nomina del superpresidente del Leviatano europeo che di fatto (come già ricordato da numerosi autorevoli commentatori IBL) nonostante la mancata firma di Klaus celebra anticipatamente la nascita dell’UERSS con esiti preoccupanti dal punto delle libertà individuali e di mercato?.
    Tutto ciò è davvero solo un nostro misunderstanding politico-mediatico?.
    Io ne dubito molto.
    Saluti da LucaF.

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