26
Ott
2009

Vita e morte delle grandi città

Jane Jacobs è mancata nel 2006 a novant’anni dopo una lunga vita spesa in varie attività e in un attento studio dei fenomeni urbani (una brillante ricostruzione della sua vita di studiosa si trova in Pierre Desrochers, ‘The Death and Life of a Reluctant Urban Icon’, Journal of Libertarian Studies, 2007).

Il libro più famoso e importante di Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città, è stato riedito recentemente da Einaudi (l’edizione originaria è del 1961). Il libro ha avuto fortune alterne, a volte acclamato come pionieristico e imprescindibile, altre trattato con sufficienza e denigrato (la stessa Jacobs è stata accusata di essere poco più di una giornalista e niente affatto una studiosa seria e documentata).

Si tratta in realtà di un libro fondamentale sia per quanto riguarda l’interpretazione del fenomeno urbano sia per quanto riguarda la critica all’idea tradizionale di pianificazione urbanistica.

Per quanto rigurada la città, la Jacobs mette chiaramente in luce come si tratti di una realtà auto-organizzativa, un caso di ‘complessità organizzata’ ossia una situazione in cui una miriade di fattori si combinano spontaneamente in strutture ordinate. In un sistema di questo tipo, la diversità e la pluralità sono risorse e non problemi. La mescolanza delle funzioni urbane e l’alta densità di popolazione sono punti di forza e non di debolezza. La città emerge, in quest’ottica, come un immenso laboratorio dinamico di sperimentazione di stili di vita e forme di produzione e scambio: quel che a molti sembra solo caos è in realtà una forma evoluta di ordine (un’interessante rilettura di questo aspetto del pensiero dell’autrice nella prospettiva della scuola economica austriaca, si trova in Sanford Ikeda, “Urban Interventionism and Local Knowledge”, The Review of Austrian Economics, 2004).

Per quanto riguarda la pianificazione urbanistica tradizionale, la Jacobs sottopone a una critica severa e convincente lo scientismo e il dirigismo che da lungo tempo ne sono a fondamento. L’approccio tradizionale alla pianificazione ha infatti considerato la città come un sistema semplice, una specie di macchina facilmente conoscibile e complessivamente modellabile, piuttosto che come un fenomeno di complessità organizzata che sfugge ad ogni comprensione di dettaglio e ad ogni tentativo di guida finalizzata. In tal modo, la pianificazione urbanistica ha finito per imporre alle città schemi statici, inadatti alla natura dei problemi e totalmente avulsi dalla realtà.

Penso che il libro della Jacobs abbia ancora molto da insegnarci oggi; io stesso ho cercato di proseguire la ricerca sui fenomeni socio-spaziali e sulla possibilità della loro regolazione in una direzione che direi inequivocabilmente jacobsiana (in particolare, nei libri L’ordine sociale spontaneo, Utet, Torino, 2005 e La città del liberalismo attivo, CittàStudi, Torino, 2009).

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5 Responses

  1. Gerardo Coco

    E’ un piacere vedere ricordata Jane Jacob. Alcuni anni fa quando mi occupavo della costruzione di alcuni quartieri, fui ispirato dai suoi indirizzi di progettazione. Ricordo in particolare la sua insistenza sui “generatori di diversità” quei fattori da tener presente per creare nei luoghi identità e funzionalità. Per poter capire la città, sosteneva, non bisogna considerare le funzioni urbane singolarmente, per categorie o prendere in considerazione i singoli usi ma le loro combinazioni e mescolanze in modo da stimolare la diversità e gli spazi di relazione. Nella città la monotonia è nemica degli scambi sociali ed economici. Come si fonda pertanto la qualità urbana? Secondo la Jacobs con una profonda integrazione tra parti separate della città. Spesso un buon progetto deve anche lavorare sul rovesciamento di senso dei luoghi: la situazione marginale non deve essere vista come punto debole ma strategicamente assunta come condizione privilegiata. Le zone divengono “malate” quando viene a mancare questa specie complessa interdipendenza e la scienza urbanistica deve diventare l’arte di catalizzare ed alimentare un tessuto di relazioni vive costruendo non l’ambiente artificiale ma lo spazio degli eventi, l’ambiente sociale della relazione e comunicazione.
    E’ vano d’altra parte pianificare l’aspetto esterno delle cose o speculare sul modo di darle una apparenza di ordine senza conoscere quale sia il suo spontaneo ordine funzionale.
    La Jacobs è stata definita l”antiplanner”, ma la sua è stata secondo me una ricerca ed una riflessione pragmatica per capire ed individuare una strategia utile a comprendere il rapporto tra utenti ed insediamenti per cercare di tradurre i loro bisogni reali in spazi organizzati. L’idea di un luogo, il suo senso profondo ossia la sua vocazione non è lo spazio definito dai progettisti ed architetti ma il luogo delle esperienze e della vivibilità. Un’architettura deve essere pertanto in grado di dialogare con la gente. Sono le esigenze reali della vita che trasformano lo spazio edificato in spazio abitativo, non la retorica accademica degli architetti o le esigenze funzionaliste di un piano regolatore creato da urbanisti burocrati. Se ricordo bene la Jacobs rimproverò a Lewis Mumford l’utopismo nostalgico per l’urbanistica “organica” medioevale che non nasceva da una idea preconcetta ma muoveva di bisogno in bisogno attraverso una serie di adattamenti che riuscivano a fondere le necessità pratiche con le esigenze estetiche come se l’urbanistica fosse di fatto governata da una teoria inconsapevole. Mumford vide nella fine dell’ urbanistica medioevale la distruzione dei legami di tipo comunitario e di solidarietà spontanea che ne costituivano il fondamento.
    Ma sia la Jacob che Mumford miravano alla stessa cosa: un’ urbanistica che reagisca alle esigenze della vita accettando mutamenti ed innovazioni senza lasciarsene distruggere.
    Come dice giustamente Stefano Moroni la Jacobs ha molto da insegnarci.
    Con il suo indirizzo la città puo evitare la crescita inorganica, anzi cancerosa con la continua decomposizione dei vecchi tessuti e lo sviluppo eccessivo dei nuovi. La città dovrebbe essere il teatro delle possibilità della vita e non, per dirla con Benjamin, lo spazio del fallimento, la forma materiale delle paure di questa epoca.
    Gerardo Coco

  2. andrea lucangeli

    I piani di assetto territoriale e quelli di pianificazione urbanistica sono una grande greppia da cui (da sempre) amministratori e politici mangiano….- Sarebbe opportuno mettere il tutto in mano a una task-force di (veri) tecnici che si dovrebbero limitare a vietare (tassativamente) le edificazioni in zone di particolare interesse storico/artistico/naturale/paesaggistico.- Tale task-force (protetta da opportune guarentigie onde evitare indebite pressioni di magistratura e dei…..Caltagirone di turno) potrebbe essere localizzata a livello regionale ed avere competenze sui singoli comuni.- Una sorta di “protezione civile” che si interesserebbe dell’edificando e non del già edificato.- Naturalmente una ipotesi del genere – in Italia – è del tutto irrealistica….

  3. Bellissimo spunto di riflessione.
    Sono un amministratore locale da pochissimo e mi stavo giusto ponendo in questi giorni certe domande.
    E’ giusto salvaguardare il patrimonio ambientale, senza dubbio, perchè questo rappresenta un bene che in poco tempo può scomparire. Però va anche fatta una valutazione di questo patrimonio perchè un palazzo lungo l’arno non è un capannone agricolo nella piana pratese.
    E seppur aderente a tipologie tipiche di abitazione della piana, quanto è giusto che nel nome della salvaguardia ambientale si freni la libertà del proprietario o quella dello sviluppo urbanistico?
    A casa propria si dovrebbe poter fare quello che si vuole. Secondo me è un giusto principio. E’ anche vero che in certi contesti un tuo intervento scriteriato su un tuo bene può togliere valore a quello accanto.
    Così come non so quanto possa essere utile togliere un controllo politico su certi interventi in quanto il controllo dei tecnici non risolverebbe i problemi di fondo: rimarrebbe una centralizzazione degli interessi, rimarrebbero trattamenti di favore a tecnici amici, rimarrebbe l’opinabilità nel giudizio sull’intervento.
    Mi trovo così molto combattuto a dover votare su obrobri architettonici che d’altro canto però sono proprietà di individui che vorrebbero usufruire al meglio del proprio bene.

  4. L’organizzazione spontanea della città che ha come esito “strutture ordinate” non vale più quando la scala dimensionale arriva ai numeri delle moderne metropoli: lì “la mescolanza delle funzioni” diventa disorganizzazione e dispendio, le “forme di produzione e di scambio” diventano antieconomiche perché territorialmente ristrette, la città implode trasformandosi in un modello sociale stagnante ed autarchico che soffoca la cultura, l’economia, il progresso sociale. La politica dello spontaneismo sconfina facilmente nell’abusivismo e rappresenta un’errata risposta al problema della trasformazione, che si gestisce invece attraverso l’organizzazione e la direzione incondizionata dei fenomeni di sviluppo.
    Oltre una certa dimensione, la civitas ha dovuto dotarsi di regolamenti e leggi coercitive, o se vogliamo, ha dovuto ricorrere allo scientismo e dirigismo che sono l’altra faccia di una struttura politica non anarchica.
    Nelle sue lettere dal carcere Gramsci scrive: “l’uomo è tutto una formazione storica ottenuta con la coercizione” , nello sforzo continuo di rendere compatibile la propria libertà con quella degli altri, in ogni campo, anche in urbanistica, dove la pianificazione è il mezzo,
    Vorrei vederla una città di due-tremila abitanti che si sottragga ad ad “ogni tentativo di guida finalizzata” ed opti per una “realtà auto-organizzativa” ……….
    Considerando il fatto che l’urbanistica la fa la politica e la politica la fa il danaro, si capisce come il discorso sulla città vada ben oltre lo spontaneismo vagamente old style auspicato dalla Jacobs, peraltro mezzo secolo fa.

  5. A me è sembrato di cogliere nello straordinario libro della Jacobs, non tanto l’indicazione dello spontaneismo nell’organizzazione urbana tout court, quanto lo spontaneismo e l’auto-organizzazione che nasce nella società quando la città è ben progettata, ed in particolare quando la strada di tipo tradizionale europeo ne è l’elemento generatore. E’ lungo quel tipo di strada, che noi possiamo osservare ogni volta che percorriamo le parti di città datate fino agli inizi del secolo scorso, che nasce e si organizza “spontaneamente” la vita urbana. E’ lungo quel tipo di strada che i cittadini si incontrano, fanno acquisti perché in quelle adatte nascono commerci e tutte le principali attività urbane. Ed è lungo quel tipo di strada che avviene il controllo sociale naturale di chi ci vive che produce intrinsecamente una maggior sicurezza. I crimini avvengo nei grandi spazi vuoti, nei grandi parchi poco frequentati, lungo le strade delle zone industriali. Difficilmente lungo le strade frequentate avvengono crimini efferati, salvo luoghi dominati da criminalità organizzata.
    Vilma Torselli ha ragione quando dice che un grande città, a maggior ragione una metropoli, non può essere lasciata alla crescita spontanea perché sarebbe il caos. Non che adesso non ci sia, in verità, ma sarebbe niente al confronto. Ma in verità nessuna città può più essere lasciata alla libera iniziativa dei cittadini ammesso lo sia mai stata se non nella prima fase della nascita dei primi aggregati urbani elementari.
    L’urbanistica, inevitabilmente, prevede limiti alla libertà individuale, perché è patrimonio di tutti individualmente ma anche collettivamente. Come scrive Francesco Finotto, l’urbanistica è una pratica premoderna in una società moderna. Di qui ad accentuare in maniera pervasiva, burocratica e statalista una disciplina già di per sè vincolante e invasiva, come si è ormai configurata l’urbanistica, sia in fase di progetto che di gestione, ne corre.
    La sfida è quella di un equilibrio difficile, ma da ricercare continuamente, tra la libertà individuale e l’interesse comune, con piani che lascino ampi margini di libertà alla crescita spontanea entro l’ambito della propria casa e della proprietà dei singoli (per capirsi, il piano casa di questo governo tanto contestato ma, a mio parere, molto liberale e necessario, almeno nello spirito originario) ma che indichino, attraverso il disegno e alcune regole, le scelte principali.

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