19
Ott
2009

Mioddio, il posto fisso proprio no…

Lo dirò seccamente. L’elogio del posto fisso come base della coesione sociale in Italia potrà essere pure popolare, dalla Lega alla Cgil. Ma è sbagliato in generale. È sbagliato nel nostro Paese più che altrove. E il posto fisso non sarà certo ripristinato dalla crisi in corso, né nel mondo né da noi. Mi riferisco, naturalmente, a quanto stamane è stato detto a Milano, a un convegno organizzato dagli amici della BPM che domani avrà vasti echi di stampa.

Giulio Tremonti ha affermato, tra le altre cose:

Credo che sia meglio avere un posto di lavoro fisso. La variabilità del posto per alcuni è un valore in sé, per me no. La stabilità del lavoro è alla base dello stato sociale, per organizzare la continuità della vita in una società come la nostra.  La globalizzazione ha modificato la qualità del lavoro trasformando il lavoro fisso e creando anche tipologie diverse di lavoro, non era evitabile, non si poteva fare diversamente,  è stato fondamentale che ci fosse una legislazione che ha tenuto conto di questo processo.

Esultanza dei segretari di Cgil, Cisl e Uil presenti. Epifani ha girato il giudizio del ministro a Confindustria. Cremaschi ha subito chiesto misure contro i precari. La questione, per quanto mi riguarda, non è politica. Su alcune questioni di merito, quando e se hanno ragione i sindacati e l’economia nel suo complesso ci guadagna in efficienza e giustizia, la ragione bisogna dargliela anche e se Confindustria non è d’accordo. Idem dicasi per tesi e argomenti sostenuti dall’opposizione. È proprio nel merito, che non sono d’accordo.

In altri Paesi avanzati assai prima che da noi, la flessibilità del mercato del lavoro – in entrata e in uscita – si è affermata come fenomeno assai prima della piena globalizzazione, avvenuta con la caduta del muro prima, e l’ingresso della Cina nel WTO con Clinton. È un processo dipeso da due grandi processi, entrambi accelerati nei Paesi OCSE dalla crisi petrolifera del 1974. In primis, la terziarizzazione crescente sul totale del valore aggiunto prodotto, nonché sul totale degli occupati rispetto all’industria. Inoltre, per la contrazione dei tempi del vantaggio competitivo, in molto settori della stessa manifattura, rispetto alla maggior elasticità della domanda interna e internazionale, in un mondo nel quale il dollaro diventava fluttuante, e le materie prime a prezzo assai volatile. Quelle due condizioni persistono e persisteranno. La globalizzazione – che persisterà anch’essa, il G20 di Pittsburgh è un G2 travestito  composto da Usa e Cina – le ha solo ampliate di estensione e accresciute d’intensità. La sfida per i Paesi avanzati NON è quella di demonizzare la flessibilità del lavoro, necessaria per aderire a quella dell’impresa impegnata ad accrescere il valore aggiunto competendo serratamente non solo sui costi ma per più qualità. Bensì quella di adeguare il sistema delle tutele alla flessibilità stessa. Così si consente ai giovani di pianificarsi una famiglia: non continuando con un mercato del lavoro rigido nell’entrata e nell’uscita come quello disegnato dal vecchio Statuto dei lavoratori, e con tutele incentrate ancora sul lavoratore a posto fisso della grande e media industria. Non solo si può fare, come testimoniato da molti Paesi. Ma è anche  esattamente lo scenario indicato per il governo di cui Tremonti fa parte, nel Libro verde di Sacconi, presentato l’anno scorso, dove la flexsecurity basata sulla sussidiarietà bilaterale era l’obiettivo prioritario da realizzare.  Di quelle rigidità è figlio il darwinismo sociale che Tremonti attacca, non della flessibilità del lavoro.

In seconda battuta, in Italia più che altrove, serve la flessibilità. Perché da noi il tasso di occupazione giovanile resta tra i più basso in Europa, tra i 25 e i 29 anni da noi gli occupati sono al 64% rispetto al 75,5% di media europea. E perché da noi l’elasticità intergenerazionale dei redditi è tra le più basse in Europa, cioè è più bassa la possibilità di migliorare la propria condizione economica di partenza. Il valore italiano del coefficiente – più alto è, meno mobilità sociale determina – è attualmente 0,48 in Italia rispetto allo 0,50 nel Regno Unito, nei Paesi scandinavi è 0,17. In altre parole: col posto fisso, da noi, si perpetua per tutta la vita la disparità dei punti di partenza che da noi è più elevata che altrove. Mentre solo con la formazione continua ricorrente – abbiamo meno laureati degli altri, un giovane italiano su quattro appartiene alla generazione NEET, non in education employment or training – e alternando posti di lavoro diversi, ci si può candidare all’ascensore sociale.

Infine: non sarà la crisi attuale, a far tornare al posto fisso. Né nel mondo avanzato, né nei Paesi ex in via di sviluppo che oggi trainano l’economia mondiale. È dimostrato dal trend evolutivo di tutti i Paesi in via di sviluppo. Credere che l’Italia possa diventare essa la riproposizione fuori tempo della Germania bismarckiana e guglielmina potrà essere anche popolare. Ma è un’illusione. Pericolosa, perché conferma e incoraggia in partiti e sindacati del nostro Paese proprio quei ritardi di visione che andrebbero pazientemente combattuti.

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26 Responses

  1. Piero

    se non hai il posto fisso e guadagni bene critichi il posto fisso..
    se non hai il posto fisso e guadagni male e sei precario vuoi il posto fisso..
    certo che con il lavoro flessibile la produttività e l’efficienza concorrenziale del sistema aumenta.. non serve mica un nobel x capirlo.. diventiamo tutti come quelli dell’Est e poi magari pure come i Cinesi.. probabilmente diminuisce la qualità della performance ma ormai oggi conta solo la quantità (quasi tutte le “firme” e pure il cibo italiano sono fatte da subfornitori flessibili a bassissimissimo costo)…
    realisticamente secondo me siamo ad un bivio (al di fuori da ogni demagogia): avendo fallito la carta dell’innovazione/differenziazione…
    o teniamo il paese rigido con minori discriminazioni di reddito ma forte perdita di pil complessivo…
    oppure aumentiamo fortemente la flessibilità (che x la moltitudine degli sfigati si traduce in precarietà) così riusciamo a tenere un pò meglio il pil totale a fronte di una ulteriore divaricazione delle condizioni di vita dell’ex ceto medio..
    ma forse non saremo neppure noi a sceglierci il minor male.. ci penserà la globalizzazione…

    PS: ma in Usa patria della flessibilità : la disoccupazione è al 10% e supera l’Europa.. e le divaricazioni/discriminazioni di reddito sono x giunta più forti.. la ricetta non ce l’abbiamo noi ma neppure loro.. non ce l’ha nessuno.. ce l’anno i Cinesi 🙁

  2. Piero

    oooppssss.. non ce l’ha nessuno.. ce l’Hanno i Cinesi 🙂

    PS2: France Telecom cosa è ? non c’entra niente con questo post ?

  3. Posso dirti una cosa franca?? Secondo il mio parere dici una marea di stronzate proprio perché parli dell’Italia, per i seguenti motivi:
    La flessibilità deve essere di tutto il mercato del lavoro e non di una parte che altrimenti paga lo scotto dei privilegi altrui; il lavoro non deve mancare e deve essere facile trovare un altro lavoro altrimenti muori di fame; chi è precario, ha più possibilità di rimanere senza lavoro e quindi deve essere pagato di più, ma peccato che in Italia sono quelli che prendono di meno; non ci sono leggi che tutelino i precari; i precari hanno una pensione più bassa perché gli pagano meno contributi e quando glieli alzano gli abbassano lo stipendio; gli ammortizzatori sociali sono disegnati per un mercato del lavoro non flessibile; gli strumenti di ricerca del lavoro non permettono un circolo di informazione efficace; la maggior parte delle assunzioni avviene tramite raccomandazione. Per questi e per altri motivi ritengo che quello che dici non tiene assolutamente conto della realtà. Mi chiedo, voi promulgatori e apologeti del neoliberismo quante persone volete mandare alla fame, far suicidare, prima di capire che far fare i soldi ad un manipolo di affaristi non fa il bene di una nazione? La ricchezza non va solo creata, anche ridistribuita!!!

  4. Franco Bocchini

    Oscar, io non ho capito se nelle tue – condivisibilissime – parole ci sia traccia di stupore, oltre che di un certo, comprensibile, scoramento.
    Per quanto riguarda il secondo, non posso che aggregarmi. Quanto al primo, invece, proprio non riesco a comprenderlo: l’ineffabile Tremonti è perfettamente coerente con il suo percorso di socialista ratzingeriano, contrario al mercato e fautore di quell’orribile – ed inefficiente – Stato etico che ben conosce – lui solo – quale sia il bene dei sudditi-bambini.
    In qualche occasione, si sarebbe potuto anche dire ch’egli agisca meglio di come parla, ma tale posizione diventa ogni giorno più indifendibile. Siamo ormai tornati anche al carrozzone bancario per il mezzogiorno, per di più con il coinvolgimento di quel campione della concorrenza che son le Poste……
    Infine, le parole in difesa del posto fisso hanno – ovviamente – incontrato l’approvazione della corporazione sindacale. Angeletti ha dichiarato “parla come un nostro iscritto”, ma vorrei rispondere ad Epifani, il quale chiosa “chiedete che ne pensa Confindustria”. Io non ho certo la pretesa di parlare per conto di tutti gli imprenditori, ma sono convinto che la mia idea sia ampiamente condivisa: trattasi di stupidaggine sesquipedale, che fa il paio con le farneticazioni relative alla compartecipazione degli utili.
    In un solo, eloquente, vocabolo …..bullshit!

  5. Scarthorse

    Sono invece assolutamente d’accordo con il Ministro. Il cosiddetto “liberismo” sia nella osannata versione d’assalto anglosassone che nelle sue declinazioni locali ha dimostrato, più che mai chiaramente con la crisi che ci è stata comminata, che tutte le flessibilità sono solo a vantaggio dei privilegi e dei portafogli di pochissimi a danno dei molti. Sono a senso unico predetermnato. Infatti chi l’ha causata la crisi il “posto fisso”, a qualsiasi livello, l’ha mantenuto eccome. Invece onestissimi, operosi e competenti lavoratori sono stati bellamente fatti fuori senza remore indipendentemente dalle capacità.
    Comunque applicando le invocate ricette liberiste avremmo: stipendi comuni di 500 – 600 euro (che sono quelli già applicati alle forme di lavoro più flessibili). Assistenza sanitaria a pagamento e discrezionale, nessuna tutela in caso di disoccupazione, istruzione a pagamento, pensioni solo private a pagamento dal rendimento incerto e discrezionale, totale libertà di licenziamento, di mobilità e di normativa appunto alla cinese, età pensionabile attorno a 70 anni. Sono convinto che prima o poi ci arriveremo, sta già accadendo del resto, ma siamo sicuri che ne valga la pena? Che ne valga la pena per la gente comune che paga il prezzo intendo. Siamo sicuri che essere pagati 600 euro al mese vagando per l’Italia o l’Europa per tutta la vita per poter lavorare, sapendo di potere essere licenziati in qualsiasi momento fosse anche per uno sfizio, finendo direttamente a dormire sotto un ponte o all’obitorio possa essere la meta a cui ambire, il futuro a cui aspirare? O piuttosto non ci troveremmo a rivivere i tempi passati più bui.

  6. alessio

    Anche a me piacerebbe un po’ di flessibilità, associata a una remunerazione che ne sconti il rischio. Ma in un paese come il nostro, che ha rinunciato ad investire in ricerca e tecnologia (non parlo dell’università, della ricerca letteraria, ma di quella seria…), che ha svenduto le società che eccellevano per motivi policiti, che ha munto e sta mungendo i pochi colossi in grado di alimentare il volano della crescita, che alimenta un parassitismo politico, sindacale, di ordini vari e di professori universitari che riscrivono per cinquanta anni lo stesso articolo… beh, in un paese del genere se nascete dalla parte sbagliata decisamente viva il posto fisso!!!

  7. Al di là della sconsolante, imbarazzante constatazione che siamo un paese para-sovietico connotazioni etico-religiose incluse c’è da chiedersi se le idee del Ministro siano una speculazione intellettuale. Sarebbe opportuno che spiegasse come ritiene possibile realizzare questa sua idea. Altrimenti il suo intervento rischia di configurarsi come una ‘mera captatio benevolentiae’ per così dire.
    luigi zoppoli

  8. Le cose per come vanno adesso, direi che non vanno.
    In affetti per i più giovani ci sono davanti anni ed anni di precariato sottopagato dove la competenza, se viene fuori ,è assolutamente “sfruttata”.
    Indubbiamente l’idea del posto fisso in Italia ha indotto comportamenti sbagliati,quali l’adagiarsi e cercare di fruttare il più possibile questo sistema.
    Non si hanno le competenze, non si ha la voglia, tanto non si riesce a mandar via nessuno da un posto di “lavoro fisso” ,anche in presenza di atti lesivi del vivere sociale come l’assenza ingiustificata , la sottoproduttività………
    Quindi a questo sistema che ha creato queste storture,ma che è ancora vigente, si è affiancato da alcuni anni il precariato che a sua volta ha risvolti inquitanti .
    Società che inseriscono personale a ciclo trimestrale, che non vogliono creare o formare personale qualificato e che non riconoscono competenze di chi le ha, perchè dovrebbero retribuirlo e inquadrarlo diversamente e che non creano nemmeno ricchezza professionale (vedi call center) oltre a dare all’utente un servizio scadente .
    Tutto ciò non si può sottovalutare. Ci vorrebbe forse anche nel campo del lavoro un pò più etica. Penso che sia quella la strada da ritrovare.

  9. Caro Direttore,
    la sua analisi coglie pienamente nel segno il problema. E sembra allinearsi al Ministro Tremonti il quale in fondo non ha che espresso un’opinione alla quale non potrà fare seguire i fatti. Dice, infatti, “vorrei…ma non si poteva fare altrimenti”. La globalizzazione è fuori dalla portata anche di “Super-Giulio”. Quello che la politica in Italia non fa, e gli economisti in questo caso sono di scarso aiuto (perché non sanno manco loro!), è interrogarsi su come affrontare la globalizzazione affinché gli indubbi vantaggi che ne derivano, siano a favore della maggior parte dei cittadini.
    Il tema della flessibilità del lavoro mi sta molto a cuore ed è indubbio che il mercato del lavoro italiano soffra di numerose asimmetrie. Del sistema delle tutele ha accennato Lei. Ma c’è un problema di efficienza ancora largamente incompreso. La sola flessibilità in entrata ha infatti spostato il fardello dell’efficienza solo sui lavoratori giovani ed in ingresso. Siamo noi a entrare con contratti a termine per essere “provati” e questo spiega perché più della metà delle assunzioni è con contratti a termine. Non c’é nulla di male in tutto ciò, se è vero che la maggior parte delle imprese procede poi all’assuzione.
    Anche evitando una disquisizione semantica sulla precarietà del contratto a termine (il lavoro precario è del tipo “oggi lavoro, domani non so”, quale ad es. il contratto a chiamata, mentre il contratto a termine è definito ex-ante, tutelato dal licenziamento per giustificato motivo, etc.), non può sfuggire il fatto che mentre i giovani devono essere efficienti, chi ha un contratto a tempo indeterminato non ha nessun controllo, nessun incentivo ad essere produttivo, non corre nessun rischio (neppure quando delinque, figuriamoci se è un lavativo).
    La mia idea quindi è molto semplice. La flessibilità in entrata sta facendo pagare il tributo della ristrutturazione del sistema economico italiano (come ben messo in luce dal post) a noi giovani. Ci vorrà una generazione o forse più per vederne gli effetti in termini di produttività e crescita? Cioè quando tutti i lavoratori avranno passato lo screening della prova? Piú probabilmente non basterà. E si obietterà: il periodo di prova c’è sempre stato. Alla flessibilità contrattuale è fondamentale unire flessibilità funzionale e premiare la produttività, non l’età. Da un lato si potrebbe aumentare la flessibilità in uscita (magari abolendo l’art. 18 dello Statuto) e dall’altro prevedere contratti “di insegnamento” per lavoratori esperti o pensionati in modo da migliorare l’inserimento dei giovani.
    Non credo vi siano alternative e speriamo che il Libro verde non resti lettera morta.

  10. andrea lucangeli

    Tremonti è un “provocatore” (lo abbiamo capito…siamo uomini di mondo) ed usa la sua proverbiale flemma per lanciare sassi nello stagno mediatico e vedere l’effetto che fa….
    Ma l’uomo non è privo di coraggio e (in un paese altamente conformista) si espone in prima persona a dire quello che molti (mugugnando) non osano….
    Posto fisso, posto flessibile, tutti nella P.A., tutti a casa, tutti in Cina a produrre “cazzatine” che si rompono dopo tre ore? Bella domanda! Risposta impossibile poichè non esiste un’unica risposta ma molte.- Certo un “superflessibile” si incazza quando vede la “sora Lella” di turno entrare (magari senza merito) nella P.A. a vent’anni e uscirne a 60 non avendo mai fatto un cazzo in vita sua…..se non timbrare il cartellino…- D’altro canto non si può certo immaginare un paese “ingessato a vita” nel miraggio del posto fisso.- Sarà estremamente arduo tentare di trovare il giusto mix tra esigenze collettive ed aspirazioni individuali.- Comunque non sono ottimista….

  11. Il posto fisso…fisso…PROPRIO NO…ma…..
    Lavoro da anni in una multinazionale e la flessibilità/mobilità la vivo personalmente ogni giorno. Mi sono trasferito in altri Paesi per anni, ho cambiato spesso mansioni e il mio ambiente di lavoro è veramente “multinazionale”. Ormai parlo due lingue, l’Italiano tra le mura domestiche e una specie di esperanto fatto di inglese/francese/tedesco al lavoro.

    Ebbene non mi sembra tutto oro quel che luccica.
    Se il Ministro Tremonti intendeva focalizzare il tema sulla perdita di un legame con il territorio più affine alle esigenze di fondo di un uomo ecco che il discorso si fa più complicato perchè abbraccia elementi anche culturali non solo di performance aziendale/professionale.
    Parafrasando Blade Runner….
    Ho visto Manager stranieri chiudere dei business localli perchè considerati “troppo complicati” o semplicemente incompresibili per il loro background…
    Ho visto Manager globe-trotter senza più punti di riferimento che a 60 anni discutono su quale sia il Duty Free Shop più conveniente (…e io ho paura di diventare come loro).
    Ho visto Manager pensare che il concetto di sicurezza e stabilità del macro-sistema non sia un valore aggiunto….
    Ho visto tanti…ma tanti…esempi di inefficienze e costi nascosti generati da strutture transfrontaliere che “SULLA CARTA” apparivano lucrosi…
    Ho visto tanti esempi di danni, per dirlo all’americana, tipo “costs for externalities” causati da un’eccessiva voglia di piegare un “ambiente” alle esigenze globali in modo troppo veloce….
    Mi fermo qui.

    Aggiungo solo che ritengo la tecnologia a disposizione quasi pronta per prefigurare uno scenario ben diverso da quello vissuto in questi anni. Un sistema “meno energivoro” con contatti globali ma essenzialmente localizzato …glocal…una specie di un ritorno alle origini ma decisamente più tecnologico.
    Qualcosa che gli stessi profeti della Globalizzazione non riescono ancora perfettamente a capire.
    Saluti.
    azimut72

  12. andrea lucangeli

    una preghiera per TUTTI I BLOGGER: siate più corti, meno prolissi, datevi una sorta di continenza verbale altrimenti risulterà impossibile leggere tutti gli (interessantissimi) commenti.- Mio nonno (grande avvocato) mi diceva sempre: “cerca di essere succinto e compendioso”.- Fate così anche voi….

  13. andrea lucangeli

    una preghiera per TUTTI I BLOGGER: siate più corti, meno prolissi, datevi una sorta di continenza verbale altrimenti risulterà impossibile leggere tutti gli (interessantissimi) commenti.- Mio nonno (grande avvocato) mi diceva sempre: “cerca di essere succinto e compendioso”.- Fate così anche voi….una quindicina di righe possono bastare altrimenti si perde l’attenzione…..

  14. Renato

    Teoricamente il mercato flessibile e’ una buona cosa ma solo in quei stati dove le leggi vengono rispettate ed applicate altrimenti permette a molte societa’/cooperative / datori di lavoro “furbi” di attuare un mercato del lavoro “schiavista” nei confronti dei lavoratori dato che questi, per un loro illecito tornaconto economico, aggirano/non osservano le leggi.

  15. bill

    Mah..io penso che alla fine sarebbe meglio che ognuno pensasse a sè stesso piuttosto che ai massimi sistemi. Studiare, avere interessi, cercare di capire i vari “mondi” che girano attorno alle diverse professioni..Senza questo, io non capisco quale ragione possa indurre a pagare un operatore di call center, di solito scortese, menefreghista e incompetente, più di qualche centinaio di euro al mese.
    Ergo, il compito dello stato non è quello di fare le coccoline a nessuno, ma casomai di cercare di offrire pari opportunità a tutti, per quanto possibile.
    Tocca poi al singolo cercare di realizzarsi. Magari, mettendosi in gioco invece che ambire a poggiare le chiappette stanche sulla prima seggiola a disposizione.
    E abbassare le tasse a tutti, altro che maggiori contributi a questo o a quello.
    Per cui, altro che posto fisso e coesione sociale..cazzate socialistoidi, vecchie e tristi.

  16. Maurizio

    Caro Giannino
    l’Italia è un paese in infantile regressione verso il passato, un paese che non ha mai accettato la caduta del muro di Berlino. un paese che si ciuccia il dito e si fa cantare la ninna nanna da chiunque pur di ottenere rassicurazioni da fantolino. Sututto. quindi perchè no sul posto fisso?

    Ricordo quando i gufi ironizzavano “Lavoro in banca, stipendio fisso… e non se ne parla più!” Erano i tempi in cui pensare a 40 anni di vita sempre uguale ripugnava agli autori di sinistra…
    Non siamo gente di forntiera: questo è un paese per vecchi (anche se hanno 25 anni)

  17. andrea lucangeli

    @ maurizio: concordo pienamente, NON siamo un paese “di frontiera”, siamo (tendenzialmente) un paese vecchio di “nati già vecchi” dove tutto risulta LENTO, ingessato, burocratizzato….- Da noi niente “new deal” ma solo conformismo e “gattopardesche” associazioni di potere (vedi ABI).- Io (ormai a 44 anni) appartengo alla generazioni dei “persi per strada”, quelli che hanno dovuto convivere con i “tempi archeologici” del CAF, dei vari De Mita, Gava, Nicolazzi…..cose imbarazzanti…- Ma quelli che adesso hanno vent’anni perchè non si incazzano? Cosa se ne fanno – loro – di Napolitano, Schifani, Fini, Casini, Berlusca, Franceschini, Bersani, Rutelli & Co.? Dinosauri del passato, gerontocrazia al potere.- A 35 nell’esercito USA (se vali) sei già collonnello, da noi (se tutto va bene) sei capitano di prima nomina…- Ed oltre al danno c’è pure la beffa: i “moniti” del Capo dello Stato alle giovani generazioni perchè divengano parte attiva della società…..ma se quelli come lui (abbarbicati ai posti di potere) non li smuovi neanche con le cannonate!

  18. Incommensurabile Oscar,
    l’uomo di Lorenzago parla di posto fisso avendo ancora la katana calda ed insanguinata per la macellazione della PI.
    Sapendo che Lei intrattiene epistolari relazioni con esso, gentilmente, porga per noi una cinica standing ovation.
    Serenissimi Saluti
    martino

  19. Alex

    Ecco cosa mi è capitato :

    Risorse umane : Ha 34 anni…bene…vedo che ha già cambiato 4 ditte…le motivazioni?
    Risposta : accumulare esperienza per essere il più flessibile e preparato possibile.

    Due opzioni :
    RU Italiano: cosi non ci garantisce la stabilità…investiamo su di lei senza garanzie!
    Risposta : vi posso dare la mia professionalità….dunque risultati.

    RU straniero : molto bene, noi crediamo nella sana competizione e nel cercare i migliori elementi senza ingessature mentali
    Risposta : condivido

  20. Oscar Giannino

    beh Gianni una cosa è sicura, con gli astronauti a vita su marte non ci arriveremo mai per davvero, hanno bisogno di un contratto… a tempo determinato

  21. Solo una domanda ai filotremontiansindacalisti:
    in concreto, cosa significa per voi la lotta alla precarietà ed il ritorno al posto fisso?
    Un posto di lavoro fisso per legge? Un contratto unico a vita, a prescindere dall’azienda in cui vi trovate, dall’esperienza, dalla capacità e dalla mansione?
    L’abolizione dei contratti a tempo determinato?
    Vorrei capire cosa c’è oltre il j’accuse verso i famigerati “neoliberisti”….

    Lo so, l’intervento e le domande sanno di acidello e di sarcastico. Ma sono tremendamente seri. Mi interessa veramente capire quali soluzioni si propongono.

  22. andrea lucangeli

    @ Nicola Rossini, citando me medesimo: Tremonti è un “provocatore” (lo abbiamo capito…siamo uomini di mondo) ed usa la sua proverbiale flemma per lanciare sassi nello stagno mediatico e vedere l’effetto che fa….- Ma l’uomo non è privo di coraggio e (in un paese altamente conformista) si espone in prima persona a dire quello che molti (mugugnando) non osano….- Posto fisso, posto flessibile, tutti nella P.A., tutti a casa, tutti in Cina a produrre “cazzatine” che si rompono dopo tre ore? Bella domanda! Risposta impossibile poichè non esiste un’unica risposta ma molte.- Certo un “superflessibile” si incazza quando vede la “sora Lella” di turno entrare (magari senza merito) nella P.A. a vent’anni e uscirne a 60 non avendo mai fatto un cazzo in vita sua…..se non timbrare il cartellino…- D’altro canto non si può certo immaginare un paese “ingessato a vita” nel miraggio del posto fisso.- Sarà estremamente arduo tentare di trovare il giusto mix tra esigenze collettive ed aspirazioni individuali.- Comunque non sono ottimista…..salvo che non vinca a “Win for Life”….- Può bastare come risposta?

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