Cha fare dell’ “Imposta RAPina”?

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L’intervista di Innocenzo Cipolletta al Corriere, pubblicata giovedì, spiega meglio di tante denunce urlate le ragioni per le quali l’Irap va superata. E lo fa inquadrando il problema da un punto di vista “storico” ed ideologico: a metà degli anni Novanta i sindacati lamentavano il progressivo spostamento delle risorse delle imprese dal lavoro al capitale (che era in realtà un necessario ammodernamento della struttura produttiva italiana) e, con esso, il rischio che i contributi sanitari a carico dei dipendenti non fossero più sufficienti a finanziare il sistema sanitario universale. Visco tirò allora fuori dal cilindro questo ircocervo tributario, mezzo IVA e mezzo Ires (e da qui i continui borbottii di Bruxelles, della Corte di Giustizia Europea e di questa o quella sezione della Cassazione), che includeva nella base imponibile il costo del lavoro e gli interessi passivi a carico delle imprese. Costo della manodopera e costo del capitale, insomma.
Il risultato, dal 1997 ad oggi, è più che evidente: una distorsione da manuale dell’attività economica, con imprese che si trovano a pagare imposte pur senza avere avuto alcun utile, ed altre che vedono il proprio profitto prosciugato dall’Irap stessa. Per non parlare del sostanzialmente fallimento dell’imposizione di un’addizionale Irap come “penale” per gli sforamenti nella spesa sanitaria da parte delle Regioni: a pagare sono stati i contribuenti, non certo le classi dirigenti dei sistemi sanitari, che spesso hanno al contrario beneficiato di ricapitalizzazioni statali. Infine, l’insensatezza dell’inclusione tra i soggetti passivi Irap degli enti pubblici: soprattutto al Sud, dove gli enti locali soffrono di un ancestrale sovraccarico di dipendenti, l’Irap finisce per aumentare ulteriormente la porzione dei bilanci pubblici “mangiati”, direttamente o indirettamente, dal costo del lavoro.
“Graduale e progressiva abolizione dell’Irap”, recita il programma elettorale 2008 del Popolo della Libertà. Lo ha ricordato Francesco Giavazzi qualche giorno fa, invitando l’esecutivo a trovare le risorse (12 miliardi sembrano già essere disponibili, ne servirebbero altri 15 per il settore privato) per sopprimere l’imposta e dare così alle imprese la liquidità di cui necessitano.
Giavazzi è in buona compagnia nella sua richiesta plurimiliardaria di abolizione. E come tutta questa compagnia difetta – volente, pensiamo – di realismo: è evidente che Tremonti, rebus sic stantibus, non potrà reperire una tale massa di risorse. Non che Giulio non sappia quali gangli della spesa pubblica possano essere aggrediti, ma perché è politicamente impossibile che questo gli venga permesso. I miracoli esistono, ma sono rari: lo sappiamo noi liberisti impenitenti, figuriamoci se non lo sa Giavazzi.
E allora, più che chiedere l’impossibile – l’abolizione tout court dell’Irap, per poi criticare il ministro per la mancanza di coraggio – sfidiamo il Governo sul fronte del possibile. Si metta mano ad una riforma dell’Irap di questo tipo: una sforbiciata (quei famosi 12 miliardi o quanti sono) e la “scomposizione” in due parti di ciò che resta. La scomposizione era la proposta che l’IBL aveva immaginato nel Manuale delle Riforme: da un lato, un’addizionale regionale Ires, dall’altro un contributo sanitario regionale a carico dei soggetti che oggi sopportano l’Irap, completamente detraibile dalla base imponibile Ires come costo di produzione.
La prima componente avrebbe regionalizzato il sistema della tassazione d’impresa, permettendo una effettiva competizione tra territori. Se dovessimo riformulare oggi la proposta, lasceremmo libertà alle Regioni di scegliere tra un’addizionale Ires, una Irpef od una combinazione delle due. Solo in questo modo – come ha sottolineato Salvatore Padula su Il Sole 24 Ore – si correlerebbe almeno parzialmente il prelievo con la destinazione effettiva: la sanità è un servizio universale, ed è giusto che a pagarla siano i cittadini, e non solo le imprese (o le sole società di capitali).
Come per l’addizionale Ires/Irpef, anche il contributo sanitario stimolerebbe la competizione tra territori: le Regioni più capaci di ridurre le spese inutili e gli sprechi riuscirebbero a ridurre il carico contributivo delle imprese.
La “scomposizione” trovò qualche mese fa il favore di Federica Guidi, presidente dei Giovani di Confindustria, che la rilanciò proponendo la possibilità per le imprese di portare in parziale detrazione dal contributo sanitario le eventuali polizze sanitarie stipulate per i propri dipendenti. In questo modo, oltre che favorire lo sviluppo della sanità privata, si sarebbe prodotta un’innovazione nel modello delle relazioni industriali italiane, che avrebbero visto la polizza sanitaria entrare a far parte della negoziazione salariale tra imprese e lavoratori (ergo, sindacati).
Se si vuole, lasciamo per domani il rilancio di Guidi, e iniziamo oggi con la sforbiciata e la scomposizione, una proposta molto coerente con il federalismo fiscale prossimo venturo: se abbiamo scelto la sanità regionale, affidiamo davvero alle Regioni il problema del finanziamento.
E’ proprio cambiato il mondo se devono essere i Chicagoers a fare proposte coraggiose, ma pragmatiche.

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