L’Eni in festa. La fa e/o gliela fanno?

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Paolo Scaroni ha tutti i diritti, oggi, di festeggiare. La firma di un contratto per lo sviluppo del giacimento di Zubair, che contiene riserve stimate per 4,1 miliardi di barili e oggi ha una produzione quotidiana di appena 227 mila barili è un indubbio successo della diplomazia del gruppo italiano, che si conferma una delle grandi compagnie petrolifere mondiali. Il ministro iracheno del petrolio, Hussein al-Shahristani, ha parlato di un obiettivo di produzione pari a 1,125 milioni di barili al giorno in un orizzonte di sei anni. La forma dell’accordo – che vede il Cane a sei zampe alla guida di un consorzio con Sinopec, Occidental e Korea Gas – è quella di un contratto di servizio. Secondo la descrizione dell’Oil & Gas Journal (subscription required),

The minister said a consortium led by Italy’s Eni SPA had agreed to Baghdad’s offer of $2/bbl for each extra barrel of oil it extracts on top of the current production of 227,000 b/d at the 4.1 billion bbl Zubair field.

Quanto Piazzale Mattei possa festeggiare, dunque, dipende essenzialmente da due questioni: la capacità di rispettare la tabella di marcia, e i termini del contratto, che – a seconda di come sono definiti – possono consentire una più o meno rapida messa a libro delle risorse. In gioco c’è il risultato 2010: se si può librare tutto e subito, Scaroni è salvo. Altrimenti, deve ancora mettere le mani su nuovi giacimenti per garantire un adeguato tasso di sostituzione delle riserve. Ma i festeggiamenti per la conquista irachena sono resi un po’ meno euforici dalla stilettata che, tramite il Corriere della sera, viene inflitta da Eric Knight, capo del fondo attivista Knight-Vinke che ha proposto il breakup dell’azienda.

Per capire l’intervista bisogna fare un passo indietro. Ieri, il Financial Times ha dato voce a Scaroni (qui il resoconto in italiano del Sole 24 Ore), il quale ha negato che lo spezzatino potrebbe creare valore. Anzi,

We think it would destroy value as a matter of fact… so big in gas is very positive for our oil business . . . The simple fact that we buy gas from Algeria, Libya and Egypt makes us the leaders in upstream [oil] in those three countries, so they represent 40 per cent of our upstream oil.

Di fronte a queste parole si possono avere due reazioni. Una è quella di Knight, che infatti, interrogato da Stefano Agnoli, risponde:

Puo anche darsi che sia così, ma guardiamo a quello che ci ha scritto l’Eni il primo settembre, peraltro sorprendendoci un po’ perché negli ultimi due anni Scaroni non ci ha mai parlat di sinergie. Dove sono i vantaggi? Nei prezzi? Anche il ministro Scajola ha ricordato che ir Italia l’energia costa pi cara. la sicurezza? L’ultimo invernol’Italia ha dovuto ricorrere agli stoccaggi in occasione dello scontro Ucraina-Russia. L’accso alle risorse russe? To- tal e altre majors lavorano in Siberia senza dare in cambio i loro clianti. I rapporti con Libia, Algeria e Egitto? E’ vero, l’integrazione Eni è stata un vantaggio, ma nel passato. I collegamenti sono stati fatti e non si potraino ripetere.

A questo si aggiunge una questione più cospicua: le sinergie – che Knight chiede a Scaroni di dimostrare valgano più di 50 miliardi di dollari, lo sconto a cui avviso viaggia il titolo Eni in virtù dell’inefficienza strutturale – se ci sono, non devono esserci. In un duplice senso. Se la sinergia deriva dall’integrazione verticale con la rete, allora qualcuno sta barando. Infatti, lo scopo della separazione societaria e di tutti i paletti regolatori che sono stati piantati dall’Autorità di settore è appunto rendere l’Eni, per così dire, neutrale rispetto all’infrastruttura, la quale dovrebbe essere qualcosa di simile a un investimento puramente finanziario, una macchina da dividendi, uno strumento di hedging contro la volatilità dei mercati. Nulla più.

In alternativa, o in aggiunta, c’è la questione del mercato di valle. Non è che i clienti dell’Eni siano suoi prigionieri, ostaggi: se il mercato è libero, possono andarsene. Della domanda, in un mercato libero, non v’è certezza: e ce n’è ancora meno oggi che la crisi ne ha prodotto il crollo, provocando sangue e lacrime alle major verticalmente integrate (l’Eni, per dire, compra a prezzi da take or pay e vende, almeno in parte, a prezzi da mercato spot). Se c’è sinergia – meglio: se può esserci sinergia – è solo in quanto il mercato è bloccato, e quindi consente il formarsi di extraprofitti monopolistici. Lo mostra anche l’attenta indagine di Jacopo Giliberto e Sissi Bellomo, che sul Sole 24 Ore di martedì hanno evidenziato che, sebbene il gas che prima mancava adesso sia troppo,

Qualche opportunità di risparmio in più, almeno in teoria, è per le imprese, che posson rifornirsi sui mercati spot a prezzi dimezzati ma soltanto all’estero, perché in Italia il Punto di scambio virtuale non è ancora abbastanza liquido.

Quella di Scaroni, insomma, è una smentita che afferma.  Tanto più che l’ipotesi del breakup non è una novità assoluto. Pare che, all’epoca della privatizzazione, Franco Bernabé (che era stato messo a capo di Metanopoli proprio con l’obiettivo di portarla in borsa) abbia dovuto resistere contro la proposta, che si stava facendo strada, di quotare la sola Agip, cioè la divisione esplorazione & roduzione. E pare che vi fossero anche stati contatti informali tra il governo italiano e francese per valutare le prospettive di un’integrazione con Elf, per farne una sorta di campione europeo nel settore oil & gas. Tant’è che la proposta ebbe qualche ulteriore eco pochi anni dopo, quando fu Total ad acquisire Elf. Non se ne fece niente, ma l’idea non era e non è peregrina. Specie se può aiutare a risolvere le congestioni regolatorie.

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