Draghi sul welfare: come sprecare buoni consigli

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La lezione tenuta oggi dal governatore della Banca d’Italia Mario Draghi al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri – solida istituzione di gloriosi tempi che furono – è un bell’esempio di spiegazione a studenti non versati nella questione dei princìpi di fondo, dei fini e degli strumenti attuativi dell’assicurazione sociale pubblica in tutte le sue forme, sostanzialmente per la garanzia contro i rischi da perdita di lavoro, e per il sostegno alla vecchiaia. È un intervento che riprende talvolta alla lettera le riflessioni e le proposte che, con decenni di anticipo, alla materia furon dedicati da quel grande attuarialista che era Onorato Castellino, maestro di Elsa Fornero. Non contiene solo analisi, ma anche indicazioni di punti critici irrisolti, e di eventuali proposte per affrontarli. La politica si è divisa in due: alcuni nella maggioranza, come Urso e Della Vedova, hanno apprezzato e condiviso. Il ministro Sacconi ha mostrato di non gradire.  Chi ha ragione, e perché? È nel merito, che non piacciono a taluni le indicazioni del governatore? O piuttosto è una questione di metodo? Per quanto mi riguarda, le proposte sono sagge. Il governo poteva e può non dico farle proprie integralmente, ma opportunamente farne uso per procedere sulla via del dialogo sociale e delle riforme. Infine, se la questione non è di merito ma di metodo, forse è il caso di approfittarne per chiarirsi le idee: su che cosa debba o non debba dire e fare, un governatore della Banca d’Italia.

Sugli ammortizzatori, come potete leggere Draghi riconosce che il governo molto ha fatto quest’anno per attenuare le disparità tra coloro che non ne erano coperti in terziario e artigianato, in caso di perdita dell’impiego. Ma aggiunge che ancora allo stato attuale almeno 1,2 milioni di lavoratori dipendenti ne restano esclusi, e quasi mezzo milione di lavoratori parasubordinati, oltre al fatto che il requisito dei 12 mesi di contributi versati nei due anni precedenti al sussidio non è solo distonico rispetto a criteri più limitati e diluiti nel tempo di altri grandi Paesi europei, ma soprattutto poco coerente alla flexicurity verso la quale il governo stesso vuole meritoriamente procedere. Per questo, dice Draghi, usciti dall’emergenza occorre una riforma complessiva. Poiché aggiunge chiaramente “usciti dall’emergenza”, mi pare che abbia ragione non una ma due volte. Non vedo contraddizione con quanto il governo ha sempre sostenuto.

In materia previdenziale, Draghi non solo sottolinea che pur dopo le correzioni recenti sui coefficienti di trasformazione a partire dal 2015 sembrano permanere problemi legati al basso tasso di sostituzione per chi ricadrà integralmente nella riforma Dini, a capitalizzazione “virtuale”, ma avanza l’ipotesi che al pilastro integrativo su base volontaria possano essere trasferiti parte di quel monte contributi del 33% individuale che sono attualmente il tetto più elevato in area Ocse. In che cosa consiste, a tale proposito, l’invasione indebita di campo rispetto al governo? Piuttosto, mi pare un utile osservazione che potrebbe essere utilizzata dall’esecutivo nel suo rapporto con i sindacati, per ottenere maggiore disponibilità a incentivare il rialzo dell’età media pensionabile effettiva. A ciò si aggiungono molte pertinenti osservazioni, sull’eccesso di costi e commissioni che continuano a gravare sulle gestioni e prodotti previdenziali integrativi, nonché sulle ripercussioni che derivano dall’essere troppi gestori non di adeguata  massa critica amministrata, nonché ancora sulla necessità di sottoporre le rendite a condizioni di trasparenza nelle modalità di erogazione, che oggi continuano a mancare per asimmetria informativa. Non vedo se non del bene, da tali proposte. Richiamano a più responsabilità non solo lo Stato, ma anche gli operatori finanziari e assicurativi.

Il punto di fondo è forse un altro. La politica diffida ormai dei tecnici non eletti, dopo anni nei quali proprio da essi venne una straordinaria supplenza politica al clamoroso fallimento di un’intera classe politico-istituzionale. In questo, posso capirla e anzi la capisco. Deve governare chi si presenta al giudizio dell’elettorato e ne ottiene la maggioranza. Ma se questo significa che un governatore della Banca d’Italia deve tacere su qualunque argomento abbia a che fare con la finanza pubblica e privata, vuol dire solo che la politica ha ancora poca stima di se stessa. Così facendo mostra non di avversare legittimamente ipotesi improprie – che oggi non esistono –  ma di temere fantasmi. Che sono figli della propria inadeguatezza, dei propri complessi di inferiorità.

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