12
Ott
2009

Per favore, non usiamo l’ecologismo contro gli ecologisti

Tra quelli che antipatizzano per le politiche cosiddette per l’ambiente – mi ci metto dentro anch’io – si va diffondendo una strana attitudine: quella di fingersi ecologisti per combattere gli ecologisti (quelli “doc”). Non si tratta del sano tentativo di ritorcere contro l’avversario le sue stesse armi: questo andrebbe anche bene. Si tratta di operare un implicito endorsement  delle tesi altrui per ostacolare progetti che, in qualche modo, possono passare sotto l’etichetta del verdismo. Questa è, a mio avviso, una strategia miope e sbagliata. Ne fornisce un esempio, su Repubblica di oggi, Mario Pirani, in un pezzo duramente critico verso il campo eolico offshore in via di autorizzazione al largo della spiaggia sarda di Is Arenas.

L’argomento di Pirani, che monopolizza la prima parte del suo intervento (la seconda, da cui pure questa citazione è tratta, come vedremo, si muove su un altro e più interessante terreno), è sostanzialmente questo:

Alla fine del 2008 risultavano già in esercizio 3.640 torri eoliche. Se si considerano quelle in costruzione, quelle già autorizzate e quelle in istruttoria si arriverebbe nei prossimi anni ad una selva di 50.560 dalle Prealpi alla Sicilia, dai colli della Toscana alle coste dell’Adriatico e del Tirreno. Dovunque ci sia ancora un po’ di spazio. Il profilo dell’ineguagliabile paesaggio italiano ne uscirebbe deturpato.

Queste parole starebbero bene su un documento del Wwf (e talvolta ci si trovano). Ma Pirani non è un integralista dell’intangibilità del paesaggio. Anzi, è un industrialista di quelli tosti, che capisce la funzione e l’importanza dell’industria, della meccanizzazione, dei motori e di tutte le altre cose che piacciono pure a me. Perché, allora, se ne esce con una sortita del genere? Io credo che questo risponda a una specie di esigenza, magari inconscia, di rivestire con panni politicamente corretti un argomento che, se svolto nella sua interezza, non è del tutto da buttar via. Solo che, così facendo, si rischia di entrare in un tunnel che conduce, logicamente e coerentemente, a rifiutare non solo le torri eoliche, ma anche ogni altra installazione industriale e di fatto qualunque intervento umano sul paesaggio. In fondo, se si rifiutano le pale eoliche in quanto “brutte”, con quale forza si può difendere un rigassificatore, un ciclo combinato, addirittura una centrale atomica? E’ vero che tutte queste strutture sono assai meno land-intensive delle rinnovabili, e questa non è una questione secondaria; ma pensare davvero di sbrigarsela in questa maniera è un segno di preoccupante ingenuità. Una volta, infatti, che si sia stabilito il principio per cui il paesaggio è intoccabile, di fatto tutto può essere messo in discussione, arrivando alla domanda paradossale e retorica di Chicco Testa:

Ma sei sicuro che quando i venenziani decisero di costruire Venezia, se ci fosse stata, Italia Nostra sarebbe stata favorevole?

Non sto dicendo che valga in senso assoluto la posizione contraria, che qualunque alterazione del paesaggio sia buona e giusta. Sto semplicemente dicendo che occorre valutare caso per caso, prestando attenzione anzitutto agli effettivi diritti di proprietà, e poi al rapporto che realmente intercorre tra il paesaggio, il territorio, e chi lo abita. In questo senso, e tornando al caso di Is Arenas, mi pare molto meglio argomenata l’invettiva che Raimondo Cubeddu affida all’Occidentale. Ma su questo non entro, perché non conosco – né vi sono particolarmente interessato – la questione specifica. La quale non deve interessare sostanzialmente neppure a Pirani, che infatti, dopo aver sviluppato la sua arringa ecologista, torna su un campo a lui più familiare. E solleva ben altre obiezioni non già all’impianto di Is Arenas, bensì alle politiche di incentivazione delle fonti rinnovabili. Riassumo brevemente i due temi che solleva:

In Italia l’autorizzazione a costruire e gestire un parco eolico rappresenta uno degli affari più lucrosi e privi di rischi offerti dal mercato drogato di questa specifica voce dell’energia pulita. Il livello di rendita procurato dagli incentivi in Italia (pagati dagli utenti nella bolletta) è di gran lunga il più alto tra tutti i paesi dell’Unione europea.

Se oggi l’energia eolica rappresenta solo lo 0,25 per cento dei consumi energetici, nel 2020, pur triplicata, arriverà al massimo a coprire l’1,3 per cento dei consumi elettrici complessivi.

Si tratta di due questioni molto diverse. La seconda mi pare marginale: se l’eolico può dare un piccolo contributo, poco importa. Dipende se è un contributo utile ed efficiente oppure no. Il primo punto invece è più profondo, ed è semmai in connessione con esso che il secondo andrebbe letto. (Se Pirani trova scandalosamente alti i sussidi all’eolico, dovrebbe guardare quelli per il fotovoltaico). Probabilmente è vero che i sussidi sono ingiustificati, ma allora bisognerebbe chiedersi con forza perché gli investimenti, in Italia, non tengano il passo di quelli all’estero. A mio avviso la risposta va cercata nella complessità del processo amministrativo: gran parte del valore s’incaglia nel segmento burocratico del business, mentre agli operatori veri e propri restano emolumenti dignitosissimi ma non così stellari. Ed è proprio in questa nicchia che si è incistata, nel Mezzogiorno, la criminalità organizzata, a cui lo stesso Pirani fa riferimento. Comunque, neppure così qualificata questa obiezione regge, a meno che non si faccia un passo ulteriore che però Pirani non può o non vuole compiere. Anzi, due passi.

Primo: ammesso che gli incentivi all’eolico siano sproporzionati, bisogna capire rispetto a cosa. Se la risposta si riferisce ad altre fonti energetiche prive di emissioni (altre rinnovabili, nucleare, biocarburanti…) o al risparmio, allora si tratta di capire come si possa attribuire il “giusto” premio a ciascuna tecnologia – ossia, come metterle in competizione l’una con l’altra. Un approccio tecnocratico come quello attuale, o come quello implicito nelle parole di Pirani (dare meno all’eolico e di più a qualcos’altro?) non farebbe altro che precipitarci dalla padella nella brace.

Secondo: una posizione critica sugli incentivi va soprattutto fondata in una prospettiva più ampia. Il problema non è se i sussidi all’eolico siano troppo alti, ma se siano appropriati a consentirci di raggiungere gli obiettivi europei (20 per cento rinnovabili sul consumo finale di energia, 20 per cento meno emissioni rispetto al 1990) e soprattutto se tali obiettivi siano sensati, ragionevoli o utili. E’ qui che bisogna focalizzarsi, e a mio avviso la risposta è un triplice no. Ma se si evita di porre questo problema e ci si limita a ingrandire l’importanza di tecnicalità e dettagli – pure non secondari – allora si svolge una funzione del tutto irrilevante. Di fatto, ci si pone sulla scia verde e si dibatte sul come, non sul quanto e sul perché. E’ una discussione importante e meritevole di attenzione, se solo si è in grado di avanzare alternative concrete (per esempio la carbon tax). Se invece si spara ad alzo zero sull’eolico, evitando accuratamente di cogliere la big picture, si prende parte a un gioco poco utile e per nulla appassionante.

Se poi tutto ciò poggia su una rimasticazione poco convincente delle difese del paesaggio e mercanzia del genere, ci si appropria di una prospettiva che è distante mille miglia da quella di critica puntuta di cui c’è bisogno, in Italia e in Europa. Un pezzo come quello di Pirani è un’occasione persa, perché, pur volendo affrontare intelligentemente una scomoda verità, finisce per essere la prosecuzione dell’ecologismo con altri mezzi.

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8 Responses

  1. Massimo

    A me sembra di aver individuato un “giro di soldi” in questo modo:
    – Lo Stato sovvenziona eccessivamente l’eolico, creando una forte rendita.
    – Gli enti locali intercettano per i loro fini una parte di questa rendita per mezzo di accordi del tipo: io ti autorizzo a installare le pale, ma tu in cambio mi compensi; o direttamente (quattrini) o indirettamente (mi costruisci la piscina comunale, l’asilo, il parco etc.)

    In sostanza solo una parte dei sussidi va effettivamente a incentivare le rinnovabili, mentre il resto va a finanziare la spesa degli enti locali, per fini più o meno commendevoli.

    Nel migliore dei casi si tratta di un sistema poco efficiente e poco trasparente, nel peggiore lascia scoperto il fianco ad abusi.

  2. liberal

    @stefano

    Guardi che i giornalisti “militarizzati” e “velinari” scrivono su Il Giornale e non su La Repubblica, se la sua osservazione si riferisce al quotidiano dove scrive Pirani.

    Apprezzo cmq la sua sottile ironia.

  3. luigi

    @ liberal

    affermazione risibile. Repubblica e’ speculare al Giornale berlusconiano quando si tratta di difendere CDB e non si tira indietro quando c’e’ da armarsi e diffondere veline, se gli input arrivano da ambienti amici. Entrambi rappresentano egregiamente lo scadimento dell’informazione in Italia.
    Complimenti come al solito a Carlo Stagnaro per l’articolo.

  4. Massimo

    Ben pochi complimenti invece a Cubeddu. Il suo articolo è un caso letterale di “Cicero pro domo sua”.

    L’idea di installare gli impianti eolici in mare deriva dalla crescente difficoltà di installarne sulla terraferma.

  5. michele

    Gentile Stagnaro, non condivido la critica proposta nel pezzo in commento e mi permetto di illustrarle, di seguito, le mie perplessità.

    L’argomento dell’articolo di Pirani da lei principalmente contestato riguarda l’impatto ambientale connesso alla realizzazione degli impianti eolici.

    Ora, pur ammettendo esso non costituisca il problema più significativo nell’ambito di quella sciagurata politica energetica che sostiene talune fonti rinnovabili (eolico, fotovoltaico, biomasse, idrogeno), nondimeno si tratta di una questione di grande rilevanza.

    È, tuttavia, opportuno osservare preliminarmente che la difesa del paesaggio riflette un’ulteriore, importante esigenza sociale (in specie, quelle estetica ed architettonica), pur diversa rispetto a quella (Pirani) relativa all’eco-compatibilità ed a quella economica; e a tale proposito non si vede per quale ragione solo alcune e non altre, tra le citate esigenze, debbano venire considerate, quasi che riconoscerne una implichi l’accantonamento delle restanti.

    Il punto, però, è un altro.

    Infatti, corre in particolare l’obbligo di precisare che il primo tema (l’eco-compatibilità) deve essere imprescindibilmente inquadrato in un’ottica ambientale comparativa avente, tra il resto, ad oggetto l’impatto riferibile al numero delle infrastrutture che è necessario costruire: è innegabile che l’effetto deturpante di una centrale nucleare non sia inferiore a quello di un pala eolica (anzi…); ma mi pare altrettanto evidente che, a parità di energia elettrica prodotta, il numero di reattori risulta enormemente più basso rispetto a quello di pale eoliche (o pannelli fotovoltaici). Ed è questo, a mio avviso, il fulcro insito al ragionamento di Pirani.

    Saluti.

    Michele

  6. Massimo

    Caro sig. Michele, la Regione Sardegna ha già chiaramente manifestato la sua indisponibilità ad ospitare un impianto nucleare. Pertanto non è utile comparare meriti e demeriti delle due iniziative in quanto una è già fuori discussione.

  7. ste76

    Buongiorno,
    articolo molto interessante. Scientificamente ed economicamente, un approcio perfetto, secondo me.
    Apparte che i gusti di Pirani mi interessano poco (a me piacciono le eoliche e anche il vapore bianco delle centrali nucleari) ma veramente vogliamo metterla sull’estetica? Due esempi: in Italia alcune citta’ sono piu sporche che storiche, alcune meravigliose spiaggie del sud sono abbandonate ai turisti. Potremmo chiederci se possiamo usare il guadagno dall’eolico per tenere pulita l’Italia. E se a conti fatti, il turismo ci guadagnerebbe.
    Purtroppo, qualcuno si ostina a dare maggior risalto agli aspetti altisonanti a scapito di un analisi pacata. A ben vedere, e’ proprio questo atteggiamento ad OBBLIGARE i nostri politici ad agire per l’immagine piuttosto che per la sostanza.

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