12
Ott
2009

Ostrom e Williamson. Due Nobel che se lo meritano

Elinor Ostrom e Oliver Williamson sono due grandi scienziati sociali. Le loro ricerche sono ora onorate col Premio Nobel per l’Economia, e questo riconoscimento a Ostrom e Williamson è importante per almeno due motivi. Il primo è che vengono onorati due studiosi che hanno seguito un percorso  eccentrico, rispetto al mainstream della disciplina – e questo in qualche maniera ci ricorda come spesso l’originalità spesso sia “eclettica”, e tale eclettismo sia ben lungi dall’essere negativo, quando porta a confrontarsi con problemi nuovi. Il secondo è che si tratta di due grandi studiosi degli ordini spontanei – il che, da queste parti, non può che farci piacere.
La Ostrom è Arthur F. Bentley Professor of Political Science all’Indiana University, e rende appieno onore allo scienziato politico cui la sua cattedra è dedicata (pioniere nell’analisi dei gruppi d’interesse). Fra i suoi contributi, credo vadano ricordati almeno “Governing the Commons. The Evolution of Institutions for Collective Actions” e “Understanding Institutional Diversity”. Si tratta di due lavori dedicati rispettivamente ad una analisi originale della “tragedia dei beni comuni” (rispetto alla quale la Ostrom ha sottolineato come frequenti siano efficaci risposte “spontanee”, messe volontariamente in atto dagli attori sociali), e ad un grandioso tentativo di comprendere come si formino e come funzionino le istituzioni che consentono la cooperazione sociale. La Ostrom è una geografa degli ordini spontanei. Il suo lavoro sulla “tragedia dei beni comuni” (checché ne scrivano domani i giornali italiani) va precisamente in quella direzione. All’approccio tradizionale ai problemi dell’ambiente (nazionalizzare per proteggere), viene talora contrapposta un’idea di segno radicalmente opposto: privatizzare per tutelare. Ostrom ha illuminato l’esistenza di diversi livelli di grigio, andando a dimostrare come nel caso di molti “common pool resources” l’opzione preferibile sia quella di andare a scoprire il genere di norme, di convenzioni, e in senso lato di “diritti di proprietà” che si sono autonomamente sviluppati a livello locale. Ostrom sarebbe piaciuta a Bruno Leoni, proprio per la sua enfasi su un diritto che si sviluppa dal basso, non è necessariamente coerente con la legge “formale”, ma soddisfa le esigenze di cooperazione.
Cio’ che unisce la Ostrom a Oliver Williamson (che è Edgar Kaiser Professor Emeritus of Business, Economics and Law a Berkeley) è l’approccio “evolutivo” e la consapevolezza della capacità adattativa e delle istituzioni e delle imprese. Dopo Ronald Coase, Williamson è probabilmente lo studioso che più ci ha insegnato a uscire da un paradigma che pensava le imprese “per quello che devono fare” ed entrare in uno nel quale le imprese sono studiate “per quello che sono”. Tutto il lavoro di Oliver Williamson è sostanzialmente votato ad una analisi microeconomica delle imprese. L’impresa per Williamson è (come per Coase) una “gerarchia” vista in contrapposizione agli scambi di mercato: alcune funzioni produttive vengono “centralizzate”, per così dire, per abbassare i costi di transazione. Ronald Coase sosteneva che è prova di superficialità della scienza economica contemporanea, che ogni volta che gli economisti s’imbattono in un comportamento che non capiscono tirino fuori la categoria del “monopolio” mentre “ciò che viene normalmente trascurato è di chiedersi se il comportamento in questione non possa essere un elemento necessario per dare luogo a una situazione di concorrenza. Se ciò venisse fatto, ho il sospetto che una discreta quantità di monopoli immaginari scomparirebbe, e le condizioni di concorrenza sarebbero considerate più comuni di quanto oggi si creda”. Williamson è partito di qui, andando a “rivisitare” pratiche a lungo tempo pregiudizialmente nel mirino dell’antitrust sforzandosi sempre di cogliere l’importanza dell’innovazione organizzativa per l’efficienza economica. “Markets and Hierarchies” e “The Economic Institutions of Capitalism” sono i due libri che non possono mancare alla vostra biblioteca.
I maggiori lavori di Williamson guardano alla corporate governance, al comportamento strategico delle imprese, alla regolazione in generale, per verificare quanto essi siano legati alla conoscenza diretta delle conoscenze particolari in cui gli attori economici operano, o quanto invece siano modellati su ipotesi di scuola. Sulle sue conclusioni, talora molto vicine all’approccio “liberista” austriaco che qui ci è caro (e Williamson conosce bene la letteratura austriaca), talora lontane, si può certamente discutere. Ma una cosa oggi va detta. A Stoccolma hanno scelto bene.

UPDATE: Qui alcune osservazioni di Tyler Cowen sui due Nobel. Qui l’articolo di David Henderson dal Wall Street Journal di oggi.

UPDATE/2: Vernon Smith conosce ed apprezza il lavoro di Elinor Ostrom. Qui un suo eccellente articolo per Forbes.

You may also like

Addio a Tullock, padre della public choice—di Francesco Forte
Ronald Coase: diritto di proprietà e tutela dell’ambiente
Omaggio a Ronald Coase, lettore di Adam Smith
Omaggio a Ronald Coase: Coase e la privatizzazione dello spettro

4 Responses

  1. riccardo

    Alberto grazie per l’esaustivo ritratto dei due premi nobel. Complimenti ancora per l’eccellente due-giorni a Sestri, è stata una sana boccata di ossigeno.

  2. Christian Passalacqua

    Grazie esaustivo. Complimenti ancora a tutti per il seminario Mises ottimi paper e interessanti dibattiti.

  3. Credo anch’io che Sestri quest’anno sia stata una bella esperienza. Paper meglio e paper peggio, ma molto entusiasmo da parte di paper givers, discussants, e partecipanti. E qualche faccia nuova!
    Per impressioni ben più fondate, su Ostrom e Williamson, consiglio di dare un’occhiata a http://www.marginalrevolution.com, dove hanno scritto sia Alex Tabarrok che Tyler Cowen.

Leave a Reply