9
Ott
2009

La meglio oil company del reame

Sberla del Financial Times, via Lex, a ConocoPhillips, la settima compagnia petrolifera al mondo per capitalizzazione di borsa (sesta, se si esclude Petrochina). Il gruppo guidato da James Mulva – le cui origini si possono far risalire alla fase eroica del greggio americano, nella seconda metà dell’800, e che ha assunto la sua struttura attuale tra il 2002 (merger tra Conoco e Phillips) e il 2006 (acquisizione di Burlington) – ha recentemente annunciato, assieme a un aumento del dividendo (la carota), la vendita di asset per un totale di circa 10 miliardi di dollari e un importante piano di contenimento dei costi (il bastone), allo scopo di puntellare il debito (circa 30 miliardi di dollari, contro una capitalizzazione di quasi 74). La mossa, pur apprezzata dai mercati, è il punto di caduta di una strategia discutibile. ConocoPhillips è anche una delle oil companies americane più sensibili (credo si dica così) ai temi ambientali, tanto da essere stata la prima in assoluto ad aderire alla Climate Action Partnership, un gruppo di aziende che chiedono agli Stati Uniti di adottare un piano di cap and trade per il controllo delle emissioni (vedi alla voce: rent seeking).

Il quotidiano britannico rileva come il piano di ristrutturazione interna faccia seguito a una condotta scriteriata, che ha estremizzato la pratica comunemente adottata da quasi tutte le altre oil companies. Cioè, concentrare la sua forza di fuoco finanziario su una politica spregiudicata di acquisizioni, a qualunque prezzo. Come racconta Lex,

In other words, it is trying to emulate the capital discipline of ExxonMobil, the company Mr Buffett probably should have bought. Exxon paid 2.4 times as much cash through dividends and buy-backs as it spent on capital investment over the past three years, a ratio four times as high as Conoco.

(Il riferimento a Warren Buffett rimanda all’investimento dell’Oracolo di Omaha nell’azienda, di cui ha acquistato tra il 2006 e il 2008 una mole considerevole di azioni, a un prezzo di carico medio attorno agli 80 dollari, lasciando sul terreno circa 4 miliardi di dollari in seguito al dimezzamento del valore del titolo). Ora che la crisi ha abbattuto il valore degli asset, paradossalmente la strategia si rovescia: le compagnie come Conoco vendono, quelle come Exxon comprano. Le prime hanno pagato molto quello che oggi cedono per poco, le secondo fanno il contrario.

Non so se ci sia una relazione tra le posizioni su temi come l’ambiente e la corporate social responsibility e la condotta finanziaria delle imprese. Osservo però, con una certa regolarità, che chi fa molto fumo coi propositi “sociali”, sovente ha poco arrosto. Non è un caso che altre compagnie che, con Conoco, si sono distinte per le loro posizioni “politicamente corrette”, come Bp e Shell, entrambe membri della Climate Action Partnership, tendono a faticare maggiormente sulla china dei dividendi. Altre ancora, come Enron, che assieme a Lehman Brothers è stata tra i pionieri del mercato delle quote di emissione negli Stati Uniti, sono addirittura scomparse, morte entrambe di morte violenta (il nome di Enron è addirittura divenuto sinonimo di scandalo finanziario, et pour cause). Su questo tema, ha svolto tempo fa un’interessante riflessione Rob Bradley (anche qui), secondo cui

In fact, Exxon Mobil is the anti-Enron of corporate America, a rebuff to Ken Lay, who once worked at Exxon, and Jeff Skilling, who declared in 2000: “You will see the collapse and demise of the integrated energy companies around the world. They are going to break up into thousands and thousands of pieces.”

La previsione di Lay e Skilling si rivelano ancor più beffarde se lette oggi, quando non solo Exxon si conferma come la più solida compagnia sulla piazza, ma addirittura quelle che hanno perseguito modelli di business alternativi stanno affrontando un serio ripensamento (si veda la Bp del tanto santificato Lord Browne, che ha abbandonato la poltrona più alta del gruppo nel mezzo di una tempesta finanziaria condita da un mezzo scandalo sessuale).

PS Per gli appassionati del gioco “mi si nota di più se ci sono o se non ci sono”, segnalo che la Lex Column di oggi cita, come benchmark per Conoco, ExxonMobil, Total, Bp, Shell e Chevron, ma non l’Eni. Sulla quale fonti bene informate suggeriscono di tenere gli occhi puntati, perché la performance 2009 potrebbe cadere ben sotto le aspettative: e non solo per effetto della recessione. Sarà anche per questo se il gruppo di San Donato ha fatto finta di non sentire le aperte pressioni del governo perché entrasse a far parte della giostra nucleare?

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3 Responses

  1. Piero

    due considerazioni da profano :
    1 le aziende che si dichiarano socialmente più responsabili vanno più male.. è a causa degli extra-costi che l’etica comporta (come può esser triste la “sola” economia).. oppure l’etica diventa la foglia di fico markettara x nascondere buchi pre-esistenti ? … o forse è un pò tutti e due.. boh ?
    2 anch’io ho dei dubbi forti su Eni.. la storia del debito che hai spiegato qualche post mi preoccupa un pò (anche xrchè è forse il solo big mondiale di cui disponiamo)..
    le leison Libia/Russia non riesco a capire quanto siano potenzialmente fruttuose o dannose (in senso strettamente economico.. tralascio la politica internazionale)…

  2. manT

    FT leggo. Ho una pila in cantina e a volte rileggo ciò che scrivevano solo 3 anni fa.
    Per sorridere. O a volte complimentarmi (molto di rado).
    E’ utile comununque, ma da prendere per quello che è (come tutta la stampa) è un crocevia degli interessi(surprise, surprise!).

    @Piero: ENI spero che resti solida e forte e soprattutto lontana dai piani strategici altrui (i fondi americani, che la vogliono semplicemente fuori dai giochi) e dai giudizi dei profani (ma sono sempre in buonafede?).
    Se agli americani dà proprio un fastidio insopportabile il concetto dei monopoli o delle aziende indipendenti dal loro volere si rivolgano al CNOOC in Nigeria (nulla di trasparente).
    Perciò va bene il liberismo, ma ragionato e soppesato (Argentina e Latvia sono dietro l’angolo).

  3. Piero

    @manT

    credo di concordare con te ManT.. gli americani non lo fanno certo x bene nostro o del mercato di volerla smontare.. ma d’altra parte credo pure che negli ultimi 2 anni i colpi del “nostro” Governo all’Eni (Robin Tax+Tassa Libia+South Stream+fusione Stogit/Snrg) sono tali da indebolirla e prestare quindi il fianco a pericolose strumentalizzazioni pro-finto-mercato-pro-domo-loro…

    PS: about Nigeria ho letto che Saipem (il pezzo più pregiato di tutti secondo me) è sotto processo x strani affari.. ne sai qualcosa ?

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