3
Ott
2009

Crescita, tre punti su cui riflettere in Italia

La delusione di venerdì sui posti di lavoro persi negli Stati Uniti a settembre – quasi 100 mila più del previsto – si è riverberata su tutti i mercati. L’Ecofin tenutosi a Stoccolma si è chiuso con un comunicato assai più prudente, rispetto all’ottimismo che ispirava l’ampio documento approvato dal G20 a Pittsburgh pochi giorni prima. In America, tutti hanno preso a interrogarsi sull’amara realtà che sembra prospettarsi per un futuro che sembra abbracciar tutto l’anno a venire: il ritorno del segno positivo sull’andamento trimestrale del PIL, ma con una disoccupazione che continua a crescere. Sono 8 milioni, i posti di lavoro persi negli USA dacché la recessione è tecnicamente cominciata (qui il diagramma a paragone delle altre crisi USA, e la curva da tener presente è quella segmentata rossa, peggiore di quella coerente ai dati attualmente stimati, perchè calcolata sulla base dell’attesa revisione annuale dei parametri statistici di rilevamento, reviusione che avviene ogni anno a febbraio) . E purtroppo anche da noi, in Italia e in molti Paesi europei, cresce la probabilità che il futuro prossimo sia analogo. Come bisogna reagire? Che cosa può fare l’Italia, poiché in Europa nell’attuale crisi ogni Paese deve sostanzialmente far da sé e dunque non a tutti è consentita una strategia analoga, in ragione del diverso peso esercitato dal debito pubblico ereditato dal passato? Di sicuro servono a poco, le polemiche politiche, gli scontri sociali, le tensioni tra banche e imprese. Tre indicatori aiutano invece a riflettere meglio, per capire che cosa sia più opportuno fare.La prima cifra è 50%. E’ il livello oltre il quale già oggi sta la spesa pubblica corrente, nel nostro Paese. In tali condizioni, occorre ricordare una regola aurea. Il cosiddetto moltiplicatore keynesiano della spesa pubblica – cioè il prodotto aggiuntivo realizzato iniettando nel sistema domanda pubblica, per sostenere domanda e offerta private quando c’è crisi – tende a decrescere quanto più un Paese ha alto debito pubblico, quanto più parte da livelli di spesa pubblica già elevati, e quanto più è aperto all’estero invece che essere a economia chiusa (qui un ottimo paper che dà evidenza alla tesi, sulla divergenza del moltiplicatore di spesa pubblica a seconda delle condizioni dei Paesi in cui si applica). Noi siamo esattamente in queste condizioni. Della spesa, si è detto. Il debito pubblico andrà dal 107 a oltre il 110% del Pil. Il 67% della nostra crescita viene dalle esportazioni, non dalla domanda interna. Conclusione: è assai sconsigliabile credere di uscire più rapidamente dalla crisi con massicce iniezioni di deficit pubblico aggiuntivo.

La seconda  cifra è 45,8%. E’ il livello al quale secondo l’Istat è giunta attualmente la pressione fiscale in Italia. Sta crescendo perché il denominatore, cioè il Pil, si contrae quest’anno di cinque punti, mentre la spesa pubblica corrente è in espansione. In queste condizioni, c’è un’altra regola aurea da non dimenticare. Quanto più un Paese parte da pressione fiscale già elevata, tanto più famiglie e imprese  tendono a diminuire l’efficacia di spesa pubblica aggiuntiva anticrisi. Perché si fanno subito il conto che le tasse saliranno ulteriormente, e dunque è meglio risparmiare invece che consumare o investire. Di conseguenza, quando il fisco è già tanto pesante, se si pensa a deficit aggiuntivo nel breve termine è meglio tagliare le tasse in maniera incisiva piuttosto che aumentare la spesa pubblica. Cercando di mirare bene, dove fare i tagli. E’ la strategia che sta seguendo la Francia, tagliando l’equivalente transalpino dell’Irap di quasi 11 miliardi di euro. Parigi introduce anche una carbon tax che peserà 2 miliardi, e aggrava la pressione sulle grandi imprese pubbliche “di rete” che fanno grandi utili, nell’energia, telecomunicazioni e ferrovie. Ma le imprese private tireranno nel 2010 un bel respiro di sollievo. Anche in Germania, dove insieme alla Merkel il vincitore alle elezioni sono i liberali antitasse di Westerwelle, le imposte scenderanno. In Italia, per il governo si tratta di pensarci seriamente. Occorrerebbe aiutare insieme sia i lavoratori, sia le imprese. Se entro fine anno il governo destinerà 5-7 miliardi – tra scudo fiscale e proventi della lotta all’evasione – a sgravi ai soli redditi più bassi, allora per le imprese occorre pensare ad altro.

La terza cifra è: 6 miliardi. Sono l’equivalente dei Tremonti bonds che erano stati prenotati, ma non sono stati sottoscritti da Banca Intesa e Unicredit. La ragione è che erano troppo cari, col loro 7-8% di interessi. Dimenticando che in altri grandi Paesi le banche che hanno avuto aiuti pubblici nel capitale li stanno restituendo, come in America, pagando anche il 17% senza fiatare: grate allo Stato per aver impedito l’Armageddon, e patrimonalizzate oggi assai meglio di quanto non sano le banche italiane. Le polemiche, tuttavia, lasciano il tempo che trovano. La questione è un’altra. Perché non destinare quei 6 miliardi, e parte aggiuntiva dell’offerta fino a oltre 15 miliardi che era stata riservata ai Tre-bonds bancari, a ricapitalizzare direttamente le imprese, visto che negli altri settori non si potrà ricorrere per tutti agli incentivi diretti come per l’auto?  Tecnicamente la questione è delicata, poiché le istruttorie devono essere fatte con un know how che le strutture pubbliche non hanno, a  differenza delle banche. Ma lo spazio per un’intervento di questo tipo c’è tutto. E c’è anche chi ha iniziato a pensarci.

L’essenziale è non smarrire la rotta, non cadere nella trappola del pessimismo, non farsi deviare dalle risse in cui la politica perde tempo. La crisi economica  resta seria. Ma l’Italia ce la può fare meglio, se si concentra su pochi obiettivi prioritari unendo tutte le sue forze produttive.

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4 Responses

  1. Dario

    Inoltre nel panorama economico italiano con le sue storiche connivenze politiche, l’intervento dello stato andrebbe a favorire i soliti noti, quelli cioè che risultavano già favoriti nel periodo precrisi

  2. Paolo B.

    Salve Giannino, se almeno un 20% di queste analisi fossero fatte dai nostri politici e applicate in proposte di legge e spiegate ai cittadini, vivremmo in un paese migliore. Daltronde il gossip e le escort sono i nuovi principi cardini dell'”informazione libera”.
    La proposta di ripatrimonializzare le imprese con quei 15 miliardi è allettante, ma richiede criteri precisi di suddivisione tra tipologia e dimensione d’impresa. Sicuramente le piccole medie imprese necessiterebbero di un occhio di riguardo in più vista la tassazione iniqua e gli adempimenti fantascientifici.
    Non crede inoltre che la detassazione degli straordinari (provvedimento anche interessante) in questo momento sia neutralizzata dalla crisi , che ha portato ad un calo cospicuo di ordinativi e della produzione industriale. Questo fatto è a costi zero?
    Non sarebbe il caso di accostare a tutta questa serie di provvedimenti una tantum,le così tanto invocate riforme strutturali .
    Penso agli ammortizzatori sociali, le pensioni e ad una più efficace contrattazione salariale.
    Forse è troppa carne al fuoco, ma è necessario dare uno scossone al sistema paese, fatto di provvedimenti di breve e riforme durature.

  3. Piero

    concordo sul 50% di spesa pubblica max ma tagliare oggi non è solo elettoralmente difficile senza contare che i governi non tagliano lo spreco clientelare ma le voci di spesa del nemico di turno (es. alla Sicilia regalo 5 mld e poi caccio 50.000 maestri)… forse la vera voce sarebbero le pensioni (dove sproporzionate anche quelle quesite) .. il depotenziamento dello scalone è stato un autogoal..

    concordo su tasse troppo alte (ma il 46% è sul Pil ufficiale+nero quindi i bravi e quelli con trattenuta alla fonte pagano ancor di più)..
    ma come sai non concordo OGGI sul taglio fiscale in Italia xrchè a differenza della Francia il Debito Pubblico salterebbe in un mese ed andiamo in BBB e poi default…
    il gettito NON aumenterebbe.. mi ricordo dei tuoi studi comparati ma in Italia dove le partite iva si auto-assegnano una aliquota reale sui redditi del 20%.. l’abbassamento della marginale sarebbe cmq distantissima e priva di stimolo (oltre che ingiusta)… e se invece la concentri sull’Iva non credo che lo stimolo dei consumi compesserebbe l’imponibile neanche sommandovi l’effetto indiretto sulle imposte dirette..

    non ho ancora letto ne qui ne dai nemici della voce Bocconian-Dalemiana qualcosa che mi convinca… in poche parole credo che l’Italia sia in un vicolo cieco.. forse il far poco e niente Tremontiano supportato da un pò di propaganda mediatica x calmare la gente è la meno-peggio.. may be.. Piero

  4. Piero

    PS: about T-Bond non credo che non li abbiano chiesti x il costo.. credo sia una questione di governance.. and about prestiti/patrimonializzazioni dello stato delle pmi mica 6 diventato Keynesiano ? 🙂 .. scherzi a parte.. lo Stato non sa selezionare il credito sia x mancanza di knowhow sia xrchè certamente sarebbe quasi tutto distorto in logiche clientelari..

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