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18
Set
2009

Niente di nuovo lassù in Germania

A dieci giorni dalle elezioni in Germania, pubblichiamo qui di seguito la traduzione del contributo inviatoci dall’amico Dirk Friedrich, giovane giurista e blogger, redattore della rivista di cultura politica Eigentümlich Frei (EF-Magazin) e membro della corrente libertaria dell’FDP  (Libertäre Plattform).

Il prossimo 27 settembre si terranno le elezioni politiche per eleggere il Bundestag numero diciassette nella storia della Repubblica Federale. Ai nuovi deputati toccherà confrontarsi con una mole infinita di vecchi problemi, che anziché essere stati affrontati, sono stati letteralmente rinviati dall’attuale governo di Angela Merkel. A livello di politica interna in agenda c’è da anni il problema del finanziamento delle casse sociali. La critica al contributo assicurativo unico e all’idea stessa del fondo sanitario (Gesundheitsfonds), istituito dal governo è più forte che mai. Medici e pazienti si lamentano di continuo dei bassi salari e degli altissimi costi. L’impronta estremamente anticoncorrenziale della riforma conduce a ciò che è del tutto inevitabile in un sistema socialista, ossia la corruzione. I primi scandali di mazzette non fanno che confermarlo.

In secondo luogo, i costi dell’accorpamento dei sussidi di disoccupazione e degli aiuti sociali voluti da Gerhard Schröder con la cosiddetta formula Hartz IV sfuggono di mano. Mai vi sono stati di fronte ai tribunali sociali tanti ricorsi (peraltro gratuiti per chi ha diritto ad una prestazione sociale) contro le decisioni dell’amministrazione pubblica come oggi. Del tutto simile la questione della pensione di vecchiaia. Benché riformata – non in ultimo proprio attraverso la tassazione dei lavoratori a riposo e l’aumento forzoso dell’età pensionabile- le giovani generazioni sono estremamente preoccupate, dato lo sviluppo negativo del mercato del lavoro, di quanto possa essere sicura la loro futura pensione, mai messa in dubbio ai tempi di Kohl e oggi vacillante.

Origine di tutti i problemi è la disoccupazione. Il mercato del lavoro è finito nel tritacarne del cartello della contrattazione collettiva. Le parti sociali, sindacati ed organizzazioni datoriali, contrattano condizioni che sono collettivamente valide per tutti i rapporti di lavoro. La concorrenza per accaparrarsi nuovi occupati è limitata e le conseguenze le pagano in particolare le imprese più piccole, che tradizionalmente e proporzionalmente hanno sempre trainato l’andamento dell’occupazione in Germania. Proprio per evitare gli svantaggi procurati dai contratti collettivi, sempre più imprese abbandonano le organizzazioni datoriali o delocalizzano la produzione nell’Europa dell’est. Per reagire a questa situazione CDU ed SPD hanno introdotto ope legis salari minimi in determinati settori. Proprio laddove stava per crearsi un minimo di concorrenza salariale, si è deciso insomma di intervenire ed eliminarla. Il mercato del lavoro si continua a trovare nella morsa delle parti sociali da una parte e della regolazione statale dall’altra. Dal momento che il taglio agli stipendi non è politicamente accettabile, l’economia tedesca reagisce logicamente con massicci licenziamenti ad ogni recessione congiunturale e questo sempre che la  rigida regolamentazione sul tema lo permetta.  Al contrario, la crescita congiunturale contribuisce ad un aumento del tasso di occupazione nei ceti a più alto reddito, mentre il tasso di disoccupazione tra quelli più disagiati rimane alto.

Una prospettiva di miglioramento della situazione è esclusa, piuttosto c’è da aspettarsi un peggioramento delle condizioni, qualora venissero approvati ulteriori salari minimi o addirittura se dovesse entrare in vigore il salario minimo unitario, come vuole l’SPD.

Prospettive non meno rosee per quanto riguarda l’integrazione degli immigrati. Proprio nelle città più grandi la nascita dei ghetti è ormai cosa fatta e dalla quale difficilmente si può tornare indietro. La società è d’altra parte divisa, non in ultimo proprio perché non v’è nessun bisogno per gli stranieri di doversi adattare ai costumi e alle tradizioni tedesche. L’integrazione delle giovani generazioni è avvenuta per ora soltanto nel sistema sociale, non nel mercato del lavoro. I mondi paralleli che si sono sviluppati fino ad oggi non riescono ad essere battuti con i mezzi a disposizione e non sono altro che il segno distintivo di una politica dell’immigrazione da decenni fallimentare. La Germania non ha mai preso coscienza di essere terra d’immigrazione.

Non soltanto uno, ma ciascuno dei problemi qui sopra appena accennati esiste da anni. Tanto i cittadini tedeschi quanto i politici che li rappresentano ne sono consapevoli.

Per ora nessuno partito in campagna elettorale ha promesso una riforma o un programma per correre ai ripari. Le ricette proposte si assomigliano tutte nella loro scarsa fantasia e nella loro illibertà. Al posto di questi frusti progetti socialisti, sarebbe invece auspicabile un drastico abbandono della via imboccata, in particolar modo attraverso un processo di liberalizzazione di vasta portata, che di liberale non abbia però solo il nome. Il liberalismo non rientra infatti nelle proposte di alcun partito. Persino l’FDP, che normalmente viene dipinto come avamposto liberale nello scacchiere politico tedesco, non riesce a risolversi a rappresentare in maniera autentica e coerente le posizioni liberali. Stando al suo programma, la tutela contro il licenziamento dovrà rimanere pressoché inalterata, il meccanismo noto come di Mitbestimmung non viene quasi messo in discussione e il cosiddetto Bürgergeld impedirebbe un taglio dei redditi da transfer e rafforzerebbe nello stesso tempo i poteri di inchiesta degli uffici del fisco. Per queste ragioni le possibilità che l’FDP  possa influenzare in maniera liberale il prossimo esecutivo federale sono limitate. Le misure stataliste della CSU costruiscono un chiaro contrappeso agli sforzi liberali e vincolano la CDU a seguire senza obiezioni il corso intrapreso. Dopo che la signora Merkel ha eliminato gli ultimi residui liberali (mi riferisco a Friedrich Merz) nella CDU, la vicinanza ideologica e politica dell’Unione all’SPD è diventata via via più grande. Tale vicinanza l’abbiamo notata tutti anche nel corso del duello televisivo della scorsa settimana tra la Cancelliera e il suo sfidante Steinmeier, tanto che i media hanno ironicamente parlato di duetto. Tale sintonia si è vista in ultimo persino nell’ambito della questione sull’ampliamento dei poteri di sorveglianza dello Stato attraverso la regolamentazione di Internet e la restrizione della tutela dei dati personali.

In considerazione delle misere prospettive di cambiamento qui in Germania è probabile insomma che anche in Italia un giorno si dirà: niente di nuovo lassù al Nord.

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