18
Set
2009

Dieci domande a Giulio Tremonti

Ieri sera ho guardato la prima puntata della nuova stagione di Ballarò. Il dibattito è stato a suo modo divertente, ma alla fine anche inconcludente. Ne è nato uno scambio di sms con un amico, col quale ci siamo divertiti a immaginare le domande che ci avrebbe fatto piacere poter porre al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che al di là di ogni ragionevole dubbio ha dominato il dibattito. Solo che nessuno lo ha messo di fronte ai problemi reali del paese, né di fronte ai passaggi più eroici del suo ragionamento. Ecco, quindi, quello che avremmo voluto chiedergli.

1. Signor ministro, Lei sostiene che l’Italia soffre meno di altri paesi. In base a cosa è in grado di affermarlo? Si tratta di un confronto relativo solo all’intervallo di crisi che si è svolto fino a oggi, oppure include anche le differenze nei punti di partenza?

2. Ammesso e non concesso che l’Italia soffra meno degli altri, come spiega il nostro presunto “vantaggio competitivo”? Quali scelte politiche o istituzioni sono responsabili della nostra presunta “tenuta”? In particolare, se si riferisce al sistema bancario, come mai solo pochi mesi prima della recessione – ma dopo lo scoppio della bolla dei subprime – Lei ne aveva criticato i presunti extraprofitti, tanto da volerli punire includendo gli istituti di credito tra le vittime della Robin Hood Tax?

3. Il sistema non ha più bisogno di riforme? Se sì, quali? Se no, in che modo il passaggio della crisi fa venir meno esigenze che erano prima ritenute improrogabili, dalle liberalizzazioni alla riforma fiscale?

4. Se è vero che l’Italia esce meglio dalla crisi, siamo diventati più competitivi? In base a cosa è possibile dirlo? E si tratta di un guadagno di competitività transitorio, oppure ritiene che l’Italia ripartirà davanti agli altri nel momento in cui gli effetti della recessione saranno stati superati?

5. Come si spiega che negli ultimi 15 anni abbiamo accumulato un gap enorme in termini di crescita? Ritiene fosse tutto frutto dell’illusione finanziaria? Se sì, pensa che sia stato meglio non crescere e perdere meno durante la crisi, oppure sarebbe stato meglio creare più ricchezza pur sapendo che almeno una parte sarebbe andata dispersa a causa della recessione?

6. Molti altri paesi stanno utilizzando la crisi come strumento per ristrutturare i loro sistemi economici. Pensa che anche il capitalismo italiano, da Lei più volte aspramente criticato, sia attraversando un simile processo di ristrutturazione? In base a cosa lo può sostenere?

7. Si dice spesso che una crisi è un ottimo momento per effettuare delle riforme. Lei cosa ne pensa? Come mai il governo ha scelto di non intervenire su alcuna delle leve strutturali che, ancora in campagna elettorale, venivano indicate come necessarie per rilanciare lo sviluppo economico? In particolare, pensa che possa essere ancora utile parlare di liberalizzazione dei servizi pubblici locali, riduzione della pressione fiscale, apertura del mercato del gas, e integrazione dei mercati europei?

8. Prima della crisi, Lei è stato tra quanti hanno sostenuto che la competizione da Est avrebbe prosciugato le risorse dell’Occidente industrializzato. Ne è ancora convinto? Pensa ancora che l’Europa dovrebbe proteggere il suo tessuto industriale dalle importazioni da paesi come l’India e la Cina?

9. Nell’ambito dei dibattiti sulla crisi, Lei ha sempre posto la questione delle regole. Può chiarire quali delle regole attuali ritiene inadeguate e perché, e quali nuove regole ha in mente? Gli errori regolatori del passato dipendono, a Suo avviso, dalla troppa libertà di manovra lasciata ai soggetti privati, oppure dal fatto che inducevano comportamenti sbagliati e dunque distorcevano i segnali che il mercato avrebbe altrimenti mandato?

10. In una recente intervista con Aldo Cazzullo, Lei dice che “la riforma delle riforme è il federalismo fiscale“. Cosa risponde a chi sostiene che l’attuale progetto di federalismo fiscale rischia di produrre un aumento della pressione fiscale? Intende implementare un serio progetto che responsabilizzi le amministrazioni locali, sia dal lato del prelievo che da quello della spesa? In che modo questa intenzione è compatibile con l’abolizione dell’Ici, di fatto l’unico strumento di autofinanziamento dei comuni? E, infine, nella prospettiva di lungo termine del federalismo fiscale, ritiene che se un ente pubblico si troverà sull’orlo della bancarotta dovrà essere lasciato fallire oppure immagina meccanismi di salvaguardia analoghi a quelli attuali, col rischio di lasciare irrisolto il problema dell’azzardo morale?

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5 Responses

  1. Piero

    5. Come si spiega che negli ultimi 15 anni abbiamo accumulato un gap enorme in termini di crescita? Ritiene fosse tutto frutto dell’illusione finanziaria?

    prendo questo punto che lo sento più mio… gli economisti parlerebbero di deficit infrastrutturale.. pressione fiscale da debito pubblico.. mancanza di concorrenza.. poca R&S… rigidità del mercato del lavoro (= giusta causa)…eccetera..
    tutto vero… ma queste CAUSE a mio modo di sentire sono a loro voltà l’EFFETTO di una CAUSA PRIMARIA :
    la mancanza di ETICA sia nei rapporti privati che con lo stato che dello stato…
    esempi : le infrastrutture non ci sono non solo xrchè non ci sono i soldi (ma negli anni 80 i soldi c’erano ancora e fù fatto poco) ma dai fortissimi veeti tra lobby imprenditoriali e pubbliche con una gestione degli appalti a base di tangenti con decuplico dei costi… il debito pubblico è un mix di immoralità di scambi elettorali + tangenti + evasione… la mancanza di R&S (pochi ingegneri e tanti economisti giuristi) deriva dalla mentalità di massa che x far soldi non serve produrre ma appropriarsi/gestire la produzione altrui….. la mancanza della concorrenza deriva dalle lobby che corrompono i poteri pubblici x far leggi che la limitino a danno degli altri così manca il merito tra imprese.. la rigidità del lavoro non è solo il frutto della mancanza di voglia di lavorare che chiede assistenzialismo ma anche la consapevolezza che assunzioni/carriere/espulsioni sono governate al 75% da logiche familistiche di clan senza merito e quindi la gente ha “paura” che questo stesso meccanismo raccomandatorio possa dare al capo il potere dell’ingiustizia antimeritocratica da bloccare con l’articolo 18…
    la base di tutto è la mancanza di etica.. i sistemi economici basati su mezze dittature possono reggere anche senza etica… le democrazie in cui c’è la libertà la scorrettezza si accumula sino al punto di rottura… stiamo accelerando.. fine.

  2. stefano

    Il problema è che il nostro Paese ha una legislazione ormai divenuta incomprensibile, che dice tutto ed il contrario di tutto, per cui ormai vige la legge del più “forte”. In parlamento sembra che siano lì a complicarci la vita: ma qualcuno di voi ha provato a leggere un qualsiasi decreto, o una legge? Ma chi le scrive? Sono fatte apposta per essere cavillose.
    Allora: 1) semplificare e sfoltire le leggi
    2) dare una bella regolata alla magistratura (che deve applicare le leggi, non bypassarle per motivi ideologici -vedi legge sull’immigrazione)
    2 bis) a tale proposito: dove abbiamo missioni militari all’estero, sia messo tutto in mano alla magistratura militare, escludendo quella civile, e si applichi il codice di guerra, altro che “poveri resistenti”: mi spiace ma io sto con i nostri ragazzi (Folgore!)
    3) semplificare la fiscalità, abbassare la pressione fiscale: sia chiaro quanto si paga, ciò che si ottiene in cambio, e quali sono i diritti e i doveri del contribuente
    4) fatture, bollette, buste paga: devono essere comprensibili anche da chi ha fatto la terza media, vediamo poi se si continuerà a buttare fumo negli occhi alla gente
    Se l’attuale governo attuerà queste riforme sicuramente darà un dispiacere a banche, elite radical-chic, grande borghesia “che vuole bene ai poveri” e vuole quindi mantenerli tali, agli azzeccagarbugli, corrotti e corruttori vari e via dicendo.
    Farà però il bene del Paese e, soprattutto, governerà a lungo.
    Un po’ di buon senso e di coraggio, per favore.

  3. Anche se aveste la possibilita’ di fare queste domande dal vivo a Giulio Tremonti, egli non potrebbe rispondere, perche’ non le capirebbe.

    Dovreste fargli tipo dei disegni…

  4. Stefano Manni

    Io penso, anzi sono convinto, che dal 1996-97 ad oggi, il differenziale di crescita tra italia ed europa, o se vogliamo, i paesi sviluppati, è dovuto essenzialmente al differenziale d’indebitamento “buttato” nel circuito economico.
    fino a quella data, i nostri deficit pubblici compensavano quelli privati del resto del mondo……poi, dal 2001, i “grandi banchieri” hanno fatto il resto, creando di fatto una “bolla immobiliare”, che io traduco in una “bolla di reddito”.
    Se i governi e le banche tornano sulla retta via, non c’è dubbio che l’italia tornerà ad avere tassi di crescita simili, se non superiori, al resto dei paesi sviluppati e contestualmente avremo un buon decennio caratterizzato da crescita di debiti pubblici e stagnazione dei redditi.
    In questo contesto, se pensiamo che l’indebitamento medio degli italiani è inferore, non resta che pensare che l’italia avrà dalla sua una propensione al consumo maggiore rispetto agli altri a beneficio dell’economia.
    P.s.: lo sapete che le famiglie italiane sono le più ricche del mondo !!??!??!

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