Lo scisma americano

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Sabato a Washington si è svolta un’imponente manifestazione contro la politica economica di Barack Obama. Alcuni osservatori hanno definito il Tea Party una “Woodstock conservatrice“. Tema ripreso ed analizzato da Arnold Kling, che ricorda la sua marcia anti-Vietnam e la sua fugace partecipazione (meglio sarebbe dire osservazione) del rally di Washington. Kling è scettico sulla possibilità che questa manifestazione (o analoghe) possa lasciare traccia durevole nel panorama politico del paese. I partecipanti sono soprattutto rappresentativi dell’America “white, small-town and uneducated racist“, per citare Kling, che ritiene invece che il paese stia diventando più urbano, meno bianco e più istruito. Da qui il rischio, che è già realtà, di uno scisma sociale e culturale, con l’élite progressista di Barack Obama che nutre disprezzo per questi manifestanti, e non si preoccupa di nasconderlo, ampiamente ricambiata.

Kling solidarizza con entrambe le parti, con motivazioni differenti, e riflette sui tempi in cui gli elitisti Robert Kennedy e Hubert Humphrey riuscivano a connettersi (letteralmente) con la classe bianca, rurale e poco istruita. Oggi non è più così, c’è incomunicabilità: Obama ignora queste istanze (è un presidente polarizzante, è il senso del discorso di Kling), mentre i portatori di queste istanze si esibiscono in accuse che noi, che siamo bianchi, acculturati e urbani (pur essendo cittadini di uno sciagurato paese da sempre ai margini dell’Occidente liberale) consideriamo demenziali, come quella sui death panel, o le accuse di nazi-comunismo (con annessa nostalgia del maccartismo) rivolte ad Obama.

Sul Tea Party hanno scritto anche Oscar Giannino e Alberto Mingardi su Chicago Blog. Il loro argomento è che le folle di Washington rappresentano un’avanguardia di libertà e antistatalismo, di cui occorre ammirare la capacità di essere vocali. Il paragone naturale, per noi italiani, è quello con i militanti del sindacato italiano di sinistra. Questi ultimi, si afferma, sono assistiti da papà-sindacato e non devono sobbarcarsi rilevanti oneri per partecipare alle manifestazioni, a differenza dei partecipanti alla “Woodstock conservatrice”. Può essere, e certamente viaggiare negli Usa coast to coast non ha la stessa onerosità che viaggiare da Termini Imerese a Piazza San Giovanni a Roma. C’è però, a mio giudizio, qualche motivo di cautela nell’analisi di questo Tea Party.

In primo luogo, è innegabile la presenza di una potente capacità organizzativa e finanziaria che ha nei PAC (i Political Action Committees) il proprio motore. Lobby variamente assortite, dalle grandi imprese alle organizzazioni fondamentaliste religiose (white supremacist inclusi), dotate di mezzi finanziari molto rilevanti. Inoltre, se l’analisi di Kling sulla composizione dei manifestanti è corretta, ci ritroveremmo (noi liberali e variamente liberisti) con strani compagni di viaggio.

Ad esempio i farmers del Sud, che vivono di sussidi e solo quelli chiedono a Washington, considerando ogni altra forma di spesa pubblica, ad essi non diretta, la strada verso la schiavitù. Questo solo per restare in un ambito di rapporti economici. Se ci spostassimo sui temi dei diritti civili troveremmo probabilmente seri motivi di imbarazzo da simili frequentazioni, anche se siamo consapevoli che da una simile considerazione ad essere accusati di elitismo il passo è assai breve. E, detto da europei, questi sono gli americani isolazionisti che ci avrebbero consegnati ad un destino nazista. Ecco perché occorre mettere questi Tea Parties in una giusta prospettiva: ad oggi, concordiamo con Kling, non ci paiono (solo) le avanguardie di una sollevazione anti-tasse, quanto manifestazioni di reciproco disprezzo tra urbans e rurals, sistemi valoriali antitetici e constituencies radicalmente differenti.

Che poi Obama stia sbagliando molto, soprattutto per essersi finora fatto portare al guinzaglio (per interposti Geithner e Summers) da Wall Street, e faccia eccessivo uso di discorsi “storici” (come li chiama pavlovianamente qui in Italia la stampa mainstream progressista) che fanno premio sul riformismo, è indubitabile. Forse sbaglierà al punto da indurre una coalition building in altri strati socio-economici del paese, che alla fine gli si rivolteranno contro, tutti insieme appassionatamente. Ma ad oggi noi liberali, liberisti e libertari (forse troppo urbani e acculturati, chissà) non possiamo non guardare a questi tea-partiers ultraconservatori con una sana e comprensibile diffidenza.

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