15
Set
2009

Lo scisma americano

Sabato a Washington si è svolta un’imponente manifestazione contro la politica economica di Barack Obama. Alcuni osservatori hanno definito il Tea Party una “Woodstock conservatrice“. Tema ripreso ed analizzato da Arnold Kling, che ricorda la sua marcia anti-Vietnam e la sua fugace partecipazione (meglio sarebbe dire osservazione) del rally di Washington. Kling è scettico sulla possibilità che questa manifestazione (o analoghe) possa lasciare traccia durevole nel panorama politico del paese. I partecipanti sono soprattutto rappresentativi dell’America “white, small-town and uneducated racist“, per citare Kling, che ritiene invece che il paese stia diventando più urbano, meno bianco e più istruito. Da qui il rischio, che è già realtà, di uno scisma sociale e culturale, con l’élite progressista di Barack Obama che nutre disprezzo per questi manifestanti, e non si preoccupa di nasconderlo, ampiamente ricambiata.

Kling solidarizza con entrambe le parti, con motivazioni differenti, e riflette sui tempi in cui gli elitisti Robert Kennedy e Hubert Humphrey riuscivano a connettersi (letteralmente) con la classe bianca, rurale e poco istruita. Oggi non è più così, c’è incomunicabilità: Obama ignora queste istanze (è un presidente polarizzante, è il senso del discorso di Kling), mentre i portatori di queste istanze si esibiscono in accuse che noi, che siamo bianchi, acculturati e urbani (pur essendo cittadini di uno sciagurato paese da sempre ai margini dell’Occidente liberale) consideriamo demenziali, come quella sui death panel, o le accuse di nazi-comunismo (con annessa nostalgia del maccartismo) rivolte ad Obama.

Sul Tea Party hanno scritto anche Oscar Giannino e Alberto Mingardi su Chicago Blog. Il loro argomento è che le folle di Washington rappresentano un’avanguardia di libertà e antistatalismo, di cui occorre ammirare la capacità di essere vocali. Il paragone naturale, per noi italiani, è quello con i militanti del sindacato italiano di sinistra. Questi ultimi, si afferma, sono assistiti da papà-sindacato e non devono sobbarcarsi rilevanti oneri per partecipare alle manifestazioni, a differenza dei partecipanti alla “Woodstock conservatrice”. Può essere, e certamente viaggiare negli Usa coast to coast non ha la stessa onerosità che viaggiare da Termini Imerese a Piazza San Giovanni a Roma. C’è però, a mio giudizio, qualche motivo di cautela nell’analisi di questo Tea Party.

In primo luogo, è innegabile la presenza di una potente capacità organizzativa e finanziaria che ha nei PAC (i Political Action Committees) il proprio motore. Lobby variamente assortite, dalle grandi imprese alle organizzazioni fondamentaliste religiose (white supremacist inclusi), dotate di mezzi finanziari molto rilevanti. Inoltre, se l’analisi di Kling sulla composizione dei manifestanti è corretta, ci ritroveremmo (noi liberali e variamente liberisti) con strani compagni di viaggio.

Ad esempio i farmers del Sud, che vivono di sussidi e solo quelli chiedono a Washington, considerando ogni altra forma di spesa pubblica, ad essi non diretta, la strada verso la schiavitù. Questo solo per restare in un ambito di rapporti economici. Se ci spostassimo sui temi dei diritti civili troveremmo probabilmente seri motivi di imbarazzo da simili frequentazioni, anche se siamo consapevoli che da una simile considerazione ad essere accusati di elitismo il passo è assai breve. E, detto da europei, questi sono gli americani isolazionisti che ci avrebbero consegnati ad un destino nazista. Ecco perché occorre mettere questi Tea Parties in una giusta prospettiva: ad oggi, concordiamo con Kling, non ci paiono (solo) le avanguardie di una sollevazione anti-tasse, quanto manifestazioni di reciproco disprezzo tra urbans e rurals, sistemi valoriali antitetici e constituencies radicalmente differenti.

Che poi Obama stia sbagliando molto, soprattutto per essersi finora fatto portare al guinzaglio (per interposti Geithner e Summers) da Wall Street, e faccia eccessivo uso di discorsi “storici” (come li chiama pavlovianamente qui in Italia la stampa mainstream progressista) che fanno premio sul riformismo, è indubitabile. Forse sbaglierà al punto da indurre una coalition building in altri strati socio-economici del paese, che alla fine gli si rivolteranno contro, tutti insieme appassionatamente. Ma ad oggi noi liberali, liberisti e libertari (forse troppo urbani e acculturati, chissà) non possiamo non guardare a questi tea-partiers ultraconservatori con una sana e comprensibile diffidenza.

7 Responses

  1. Alberto Mingardi

    Le considerazioni di Mario sono molto interessanti soprattutto nella misura in cui si prestano a qualche generalizzazione. I libertari si sono sempre divisi fra la strategia “hayekiana” (che mira alla costruzione di una societa’ piu’ libera attraverso la “persuasione” di onesti oppositori accademici, nell’ambito di una discussione pacata e intelligente, per poi influenzare “a cascata” il resto della societa’) e quella “rothbardiana” (per cui l’establishment e’ sostanzialmente impermeabile, e bisogna invece andare a ricostruire, almeno in America, un blocco di popolo: la vecchia Old Right).
    Personalmente, credo che entrambi gli approcci abbiano dei meriti, ma siano inevitabilmente “invecchiati”. L’approccio hayekiano presuppone un livello di civilta’ ed informazione, nella discussione politica, oggi francamente assenti. E quello di Rothbard presuppone la possibilita’ di replicare un mondo scomparso.
    Detto questo, la “leave us alone coalition” di Reagan era proprio il punto di raccordo di diverse sensibilita’, convergenti su una certa, epidermica diffidenza nei confronti dello Stato. E’ ancora possibile? Non lo so.
    Due osservazioni di fatto: uno, i Tea Parties, l’ha scritto persino l’FT, sono stati organizzati contro le fantomatiche “lobby della sanita'”, che questa volta si sono premuniti firmando un trattato di pace preventivo con l’Amministrazione. Due, i soggetti folkloristici (che non mancano mai in qualsiasi manifestazione, ci sono persino – e forse sono maggioranza! – nei meeting dei quattro gatti di liberisti italiani!) erano meno di quanto dia ad intendere il post di Mario, almeno dando retta ad osservatori per altri versi parecchio snob (a cominciare dai laicissimi, molto urbani e decentemente colti libertari di Reason).
    Infine, il post di Mario mi sembra scritto pensando alla battuta di Brunetta sulle “elites di merda” di alcune giorni fa. E’ stata una battuta un po’ sfortunata, su questo sono d’accordo anch’io. Ma mi sembra abbastanza normale che ci sia piu’ antistatalismo (per quanto un antistatalismo poco acculturato) fra persone che producono ricchezza lontano da Stato e parastato, che all’interno di una “classe dirigente” che andra’ pure all’opera e leggera’ romanzi migliori, nello Stato e’ incistata. (che dagli Stati del Sud a Washington siano andati dei “farmers” sussidiati, e’ un’ipotesi un po’ curiosa che tradisce una visione del Sud un po’ stereotipata)
    Per (provare a) vincere almeno qualche battaglia, in politica, bisogna formare coalizioni, anche temporanee, anche volte a raggiungere un solo obiettivo comune. Possiamo decidere che preferiamo stare da soli, ma da soli si fa poco. In piu’ di una circostanza, l’alleanza fra conservatori e libertari ha funzionato bene: a dispetto delle differenze fra gli uni e gli altri, che pure sono tutte su temi (dalle droghe in giu’) che a me sembrano meno importanti delle tasse. Non so se sia piu’ promettente l’idea di cercare di farci riconoscere come parte di una elite intellettuale, che da sempre ci considera nel migliore dei casi come dei pericolosi eccentrici.

  2. bill

    Ecco, direi di no. Ovvero: meglio stare lontani, qui in Italia, dalle cosiddette elites intellettuali. E figurarsi esserne ammessi, magari per un’estemporanea ospitata, come si fa con pazienza e sussiego con lo scemo del villaggio, che dice e fa cose eccentriche.
    Meglio la gente, che non è razzista se chiede semplici regole per l’immigrazione, e che non è egoista e fancazzista se vuole un sistema fiscale meno asfissiante e meno stupidamente bizantino.
    Nonostante il luogocomunismo asfissiante dei media, questa gente è, a mio avviso, la maggioranza nel paese. Si tratta, casomai, di riuscire a comunicare con essa. Ed è una cosa assai più stimolante e utile che entrare in qualche salotto di autoreferenziati cicisbei.

  3. @Alberto: molti dei punti toccati nel post sono tratti dalle riflessioni di Arnold Kling. Con molte delle quali concordo. Obama appare/è un elitista, e questa polemica era uscita anche durante la campagna elettorale, come ricorderai. Sui Pac, non mi riferivo a quelli della lobby farmaceutica, che in effetti sembra assecondare Obama. Sul coalition building, e sul caso specifico, Kling non ritiene che “questa” manifestazione possa andare molto lontano, io tendo ad essere d’accordo con lui. Forse (come scritto nel post) Obama riuscirà a inimicarsi tali e tanti gruppi che un giorno dal GOP emergerà un nuovo Reagan che riuscirà ad unificare l’opposizione nel paese. Per ora, i Repubblicani sono privi di una guida e di un’agenda, credo su questo possiamo essere concordi.

    Riguardo la frase di Brunetta, ti confesso che non avevo colto la similitudine, e comunque tenderei a considerarla solo una greve boutade, almeno fin quando lo stesso Brunetta ed il governo riusciranno a dimostrarmi che i 4 miliardi di fondi FAS alla Sicilia e agli altri che dopo di loro verranno, serviranno a rompere vecchie strutture di potere parassitario, e non a travestire da investimento la spesa corrente.

  4. Stefano Colombo

    Articolo interessante.
    Due cose :
    1. I tea-parties sono iniziati prima come iniziative locali e si sono coalizzati nella sorprendente manifestazione di sabato. Puo’ durare? Non certo in quei termini.
    I PAC ci sono ma agiscono sporadicamente soprattutto a livello di comunicazione; pero’ non sono certo loro che hanno portato un milione di persone in piazza. Tutti gli osservatori erano stupiti. La gente ha pagato di tasca propria e non puo’ farlo ad libitum.
    Il risultato pratico piu’ interessante potrebbe darsi nelle Mid Term Elections, tra un anno. La domanda ormai non e’ piu’ “chi vincera’?” ma quanto perderanno i democratici, che quasi sicuramente non avranno piu’ la supermaggioranza (60 voti su 100) al senato.
    2 C’erano razzisti sabato? Certo. Ma questa accusa non andrebbe troppo estesa, tanto meno generalizzata (vedi Maureen Dowd sul NYT, per citare un nome famoso). Tanta gente – independents – che aveva votato Obama lo sta abbandonando su molti temi, se non del tutto (e per il congresso si vota sulla politica, senza troppi traini di popolarita’ personale).
    Questi non sono razzisti e neppure la gran maggioranza dei conservatori che votano repubblicano.
    Definire razzisti costoro e’ – paradossalmente – dire che non esser d’
    accordo con il presidente e’ razzismo, ovvero mettere l’accento sul fatto che il presidente e’ un nero (questo si’ un po’ razzista…).
    La gente non e’ d’accordo sulle istanze: cap and trade, stimulus package, Health Care Reform. Prima di gridare ai razzisti bisognerebbe cercare di capire di piu’… L’elitismo di Obama e del suo ambiente – un dato di fatto riconosciuto anche da democratici critici come Camille Paglia – non aiuta, purtroppo.

  5. Alberto Mingardi

    @Mario. L’assenza di una guida politica della manifestazione di sabato e’ un fatto, ma era in larga misura assente anche quel mondo conservatore “imbarazzante” cui Arnold fa riferimento. Anche oggi parlando con think tanker che hanno partecipato alla manifestazione, e a qualche Tea Party nei mesi scorsi, ho avuto solo conferme della natura in buona misura “impolitica” dei manifestanti. Che in parte e’ proprio dovuta all’implosione dei repubblicani che segnali. Non essendo attivi gli strumenti piu’ istituzionalizzati di canalizzazione del consenso, giocano tutti. Internet da questo punto di vista ha davvero cambiato il mondo.
    Questo non significa, per carita’, che tutti manifestassero compattamente contro una proposta di riforma aberrante dal punto di vista liberale (pensa al cap alla spesa out-of-pocket), o fossero coerenti e rigorosi nei loro convincimenti liberisti (ma chi, fuori da questo blog e pochi altri, lo e’?). Tom Giovannetti dell’IPI mi diceva che loro stanno cercando di fare dei mini “corsi di formazione” per queste persone proprio perche’ stimano si tratti di un pubblico in ampia misura “nuovo” alla politica.
    Una lettura interessante e’ che sia sceso in piazza lo “smarrimento” per l’accelerazione dei cambiamenti in America dal settembre scorso in qua. Cioe’ che la protesta prenda di mira la spesa, avendo in realta’ in mente tutto quel complesso di cose (dai bailout alla sanita’) che hanno profondamente cambiato magari non ancora le norme, ma senz’altro il discorso pubblico in USA. Da questo punto di vista, sicuramente la nostalgia ha avuto un suo ruolo!
    Circa il coalition building, la mia era una considerazione generale, e non legata al caso particolare. Questa manifestazione e’ stata di fatto organizzata da gruppi vicini ai repubblicani, ma di area “libertaria” (parlo di quelli che hanno messo assieme un paio di centinaia di migliaia di dollari per palco, amplificazione, volantini, etc). E’ evidente che da soli non possono fare massa critica. Non sarebbe la prima volta che un sentimento di protesta non riesce a trovare una leadership politica adeguata (in Italia ne sappiamo qualcosa…).
    Quanto a Brunetta, lungi da me darti torto.
    @bill. Non so se questa gente sia la maggioranza del Paese. Pero’ sicuramente non “vota”, non “prende posizione” in quel senso. Purtroppo ognuno porta a casa qualcosa dallo Stato, e quel qualcosa, anche se e’ “meno” di quanto lo Stato le toglie, finisce per compattarla molto di piu’ al momento di esprimere una domanda politica. Il problema delle nostre posizioni e’ che purtroppo non riescono ad aggregare interessi. Spesso perche’ gli interessi guardano solo al brevissimo termine. Il problema che hanno le nostre posizioni e’ terribile perche’ duplice: cominciare a farsi digerire dalle elites “colte” (da noi, quelli che hanno letto i buoni libri editi da Einaudi e Feltrinelli!), e trovare anche un seguito di massa. Sara’ l’opera di una generazione, o una speranza destinata ad evaporare?

  6. Piero

    @Alberto Mingardi

    credo.. ma non ne son sicuro.. che dal 2012 o giù di lì l’Europa girerà il grosso dei FAS ai nuovi soci dell’ Est… senza questo polmone usato al 80% x scopi clientelari od elettorali (la corrente Siciliana aveva minacciato senza mezzi termini di far cadere il governo… pure la Lega ha dovuto ingoiare e poi far uscire a raffica due o tre sparate x distrarre l’attenzione dei suoi elettori x loro fortuna poco attenti:)…. cosa ne sarà del Sud..
    ai posteri la FACILE sentenza..

  7. bill

    E’ senz’altro vero, sia che lo stato abbia in vario modo “comprato” molte persone, sia che le opzioni liberali, liberiste e libertarie non abbiano una rappresentanza politica.
    Prima del millesimo partitino però, vengono le idee. Mi pare che queste non manchino, e che le discussioni che nascono nel, mi permetto di dire, nostro ambito siano 10, 100, 1000 volte più stimolanti e serie del solito bla bla quotiiano del mainstream intellettualoide-mediatico.
    Il primo problema, ripeto, è riuscire a fare sì che raggiungano le tante persone che dallo stato sono in realtà quotidianamente angariate (più o meno tutti). E che magari, per consuetudine e per i tanti luoghi comuni che vengono da un secolo propalati, neanche ne sono ben consapevoli.
    Uno sforzo titanico, senza dubbio.
    PS: i nostrani lettori dei sacri testi di Einaudi e Feltrinelli non hanno interesse a confrontarsi: quante carriere verrebbero messe in discussione, quanti soloni e “padri nobili” di questo sfascio si verrebbero a trovare in difficoltà, quanti miti di cartapesta dovrebbero mostrare la loro vera, ipocrita faccia? Questa gente il confronto lo rifugge: è composta da ballisti, mica da scemi..

Leave a Reply